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Hey, wait a minute, what’s going on?! Non eravamo fisicamente presenti ieri a Cleveland, quindi non sappiamo esattamente come abbiano reagito le persone della Città del Lago. Però, abbiamo tutti uno smartphone e abbiamo tutti ricevuto nell’arco di trenta minuti un centinaio di notifiche dagli insider NBA che annunciavano le diverse trade. E la nostra reazione non poteva che essere di stupore. Credo condivisa da molti di quelli che gravitano attorno al mondo della palla a spicchi. Ci si aspettava che i Cavaliers fossero protagonisti della trade deadline di ieri ma nessuno poteva immaginare che si sarebbero spinti così oltre.

Tre trade che hanno coinvolto undici giocatori in totale. Sei sono quelli che hanno lasciato la Quicken Loans Arena, quattro sono i nuovi arrivati. La trade che ha suscitato più interesse è stata quella che ha coinvolto Isaiah Thomas, spedito ai Los Angeles Lakers insieme a Channing Frye e una scelta al primo giro del draf 2018 (protetta dalla 1 alla 3), in cambio di Jordan Clarkson e Larry Nance. È stato poi il turno di Dwyane Wade, che torna nella sua Miami per una futura seconda scelta. E, infine, in una trade a tre squadre con Utah e Sacramento, che ha portato lontano dall’Ohio Iman Shumpert (direzione California), Derrick Rose e Joe Crowder (ai Jazz) mentre Rodney Hood e George Hill hanno fatto il percorso inverso. Restano due spot liberi. Uno è stato occupato da Kendrick Perkins, che pochi giorni fa aveva annunciato di lasciare il basket. L’altro, si vedrà.

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Di Cleveland abbiamo già parlato nel corso di questa stagione fatta di alti e bassi. Prima l’inizio pessimo, il peggiore addirittura dall’anno in cui James si affacciava per la prima volta sul palcoscenico nazionale del basket professionistico. Poi, la ripresa nel periodo tra novembre e dicembre con 16 vittorie in 17 gare. Ed, infine, come se fossero su delle montagne russe, è iniziata una nuova discesa che continua ancora adesso. Una discesa che paradossalmente è cominciata con l’esordio di Thomas in maglia Cavs, colui che avrebbe dovuto aiutare la squadra a migliorare il proprio arsenale offensivo. Le cose non sono andate come ci si aspettava. Forse, questione di semplice alchimia. Forse, perché IT quando era a Boston aveva un intero sistema che ruotava attorno a lui, che amplificava i suoi pregi e riduceva i suoi difetti. Forse, perché pensare che un giocatore con delle notevoli carenze difensive possa essere l’uomo giusto in una squadra che ha dei problemi difensivi (e di comunicazione) strutturali, non è la migliore delle idee. Soprattutto, se parliamo di un giocatore che è stato fermo per diversi mesi a causa di un intervento molto delicato, di cui lo stesso gm dei Celtics Danny Ainge aveva parlato alla stampa all’indomani della trade più discussa dell’estate.

Fatto sta che Thomas è stato gettato in campo come un cervo in tangenziale. E la fine è stata la medesima. Nel corso delle quindici partite (7-8) che il nuovo giocatore dei Lakers ha disputato con i suoi ormai ex compagni, è stato il peggiore con un net rating di -15.1 punti. E non è riuscito neanche ad apportare un vantaggio in chiave offensiva, tirando con il 36% e con una squadra che attaccava meglio quando lui era seduto in panchina.

Le trade che il gm Koby Altman ha effettuato nel corso della giornata di ieri hanno dunque bocciato in toto lo scambio che in estate ha portato Kyrie Irving a Boston. Via Thomas, via Crowder. Resta solo Zizic, che però è come se non ci fosse dal momento che ha disputato 42 minuti in tutta la regular season.

tradeMa come escono i Cavs dalla giornata di ieri, vincitori o sconfitti? Questa è una decisione che spetta solo al re supremo: il campo. Possiamo però dire che persi nei meandri della disperazione, dei cattivi risultati e delle figuracce in diretta tv nazionale, quanto meno i Cavs hanno avuto il coraggio di cambiare. Cambiare per mostrare a LeBron che può restare a Cleveland e competere. Cambiare perché, alla fine, il leit motiv della stagione è sempre lo stesso: battere i Golden State Warriors. O almeno provarci. E per “provarci” serviva una scossa. Ne sono arrivate sei.

Come ha scritto Zach Lowe su ESPN, gli scambi di ieri potrebbero essere stati imperfetti ma era il massimo che la dirigenza potesse mettere a segno. Qual è il problema principale di questi Cavs? La difesa, che in questo momento occupa la penultima posizione all’interno della Lega. E delle soluzioni – almeno in teoria – sono arrivate. Via Wade, Thomas e Rose e dentro Hill, Hood e Clarkson. Nance e Perkins possono sicuramente aiutare a proteggere maggiormente il ferro. Naturalmente non sono giocatori che possono stravolgere una stagione e cambiare le carte in tavola ma sicuramente possono mettere qualche toppa laddove è necessario.

Il tutto, inoltre, senza perdere la scelta dei Nets al prossimo draft, che potrebbe aggiungere un altro giocatore importante al roster e magari far pendere l’ago della bilancia della scelta di James verso il braccio con su scritto remaining. Perché, come spesso capita dalle parti di Cleveland, il futuro della franchigia ruota attorno alla scelta del Re.

Negli ultimi trent’anni di National Basketball Association è accaduta una sola altra volta che una squadra abbia scambiato così tanti giocatori durante la trade deadline. Era il 2008 ed i protagonisti erano sempre i Cavaliers che tentavano di dare a LeBron una squadra che potesse lottare per il titolo e che di fargli capire che volevano vincere per davvero. Esattamente come ieri. I Cavs hanno fatto all-in sul Prescelto. Stanno facendo di tutto per accontentarlo e far sì che non vada via.

Déjà vu.

Michele Di Mauro

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