Ecomuseo Co Heritage
Foto di Luisa Fabriziani

Valorizzare il patrimonio culturale delle comunità italiane e migranti. È questo l’obiettivo del progetto Co Heritage, promosso dall’Ecomuseo Casilino Ad Duas Lauros, inserito nell’Anno Europeo del Patrimonio Culturale 2018.

Questo trae ispirazione dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, dove si afferma che «tutte le persone hanno diritto alla piena partecipazione della vita culturale». Ma la vera sfida è il contesto dove il progetto si sviluppa: nelle periferie di Roma Est con l’obiettivo di accompagnare le comunità a costruire una narrazione collettiva del territorio per dare voce alle stesse che vi abitano.

Partito all’inizio di ottobre 2017 (terminerà a settembre 2018), il progetto Co Heritage, promosso dall’Ecomuseo Casilino Ad Duas Lauros, ha sei obiettivi ben precisi: promuovere la libertà di accesso alla vita culturale del territorio, favorire la rinegoziazione di identità e cittadinanza, costruire comunità plurali e dialoganti, favorire nuovi modelli di governance, elaborare nuovi modelli di sviluppo locale, sostenere chi si prende cura del territorio. Dunque, riconnettere le periferie al tema della partecipazione delle comunità e non all’integrazione, termine non gradito al direttore dell’Ecomuseo Claudio Gnessi, che spiega:

«La parola “integrazione” ci piace poco, soprattutto nell’accezione comune (e quindi anche delle politiche correnti) che fa sempre più rima con assimilazione. Il nostro obiettivo è far emergere il ruolo delle comunità di origine straniera nella costruzione del patrimonio culturale, dell’immaginario condiviso, e quindi dell’identità locale. E la cultura diventa non solo uno strumento di dialogo, ma il terreno in cui ogni comunità trova il suo “posto”, in una dinamica che fa emergere narrazioni, percezioni, interazioni e contaminazioni».

Il progetto Co Heritage dà la sensazione di colmare le grosse lacune che la politica ha lasciato. «Non so se stiamo colmando una lacuna, sicuramente il nostro progetto sta provando a introdurre un punto di vista nuovo – prosegue Gnessi -. Si sta delineando un quadro inedito in cui le diverse comunità condividono gli stessi “luoghi del cuore” e la necessità di salvaguardare ciò che viene ritenuto importante: il quartiere, il monumento, la memoria, le relazioni, gli usi, gli spazi. Esiste un senso di appartenenza che non ha nulla a che vedere con una presunta “tradizione italiana”, ma semmai prosegue una tradizione fatta di mescolanza, incontri, mediazioni, contaminazioni che affonda le radici nella storia antica del territorio. Sui rapporti con le Istituzioni possiamo dire che abbiamo stabilito una relazione proficua. Non abbiamo sostegni materiali, ma ove possibile abbiamo supporto e attenzione».

Ecomuseo Co Heritage
Una giornata del territorio
Foto, Luisa Fabriziani

Le attività previste, tra lezioni, workshop e seminari, sono complessivamente 80 e divise in 9 gruppi. Tra queste c’è anche il giro dei murales per Roma Est. Che un po’ ricorda la street art di Napoli (ripresa dal Courrier International) la quale, tramite il progetto ‘Parco dei murales’, ha contribuito al restyling della città. Ed entrambe le periferie convivono con la grossa difficoltà di fare accoglienza e la paura del diverso, sempre più crescente.

Secondo il direttore Claudio Gnessi «Ci sono grandi difficoltà, enormi, nel far valere messaggi come l’accoglienza. C’è una decisa diffusione di sentimenti di insofferenza e anche odio nei confronti delle comunità di origine straniera. Il prodotto malato di una stampa superficiale e razzista e di politiche che hanno marginalizzato e desertificato socialmente e culturalmente interi territori. Tutto questo favorisce l’insorgere di sentimenti di vero e proprio odio razziale, spesso mascherato dietro la retorica della legalità e del degrado».

Ecco perché l’Ecomuseo, con il progetto Co Heritage, ha deciso di muoversi in questa direzione: «Per certi versi la nostra attività rompe un po’ gli schemi tradizionali – prosegue Gnessi – e quindi non riesce ad essere completamente rigettata. Il nostro approccio partecipativo tende a valorizzare gli interessi, le storie, le visioni, le memorie di tutte le comunità». Il direttore del museo chiosa sulle criticità legate ai servizi pubblici: «A fronte delle gravi criticità legate ai servizi pubblici (dai trasporti ai rifiuti), all’assenza di politiche culturali, all’insufficienza di quelle sociali, il nostro progetto sembra astratto, velleitario, intellettualoide. Ma quando riusciamo a coinvolgere la cittadinanza – conclude – dei nostri processi di coprogettazione, vediamo l’entusiasmo, la necessità delle diverse comunità di raccontarsi, di rappresentarsi, di trasmettere il loro punto di vista. È un lavoro lungo, e per certi versi non Non miriamo alle folle, ma come diciamo noi +1 è già una grande vittoria».

Il mese di aprile sarà ricco di appuntamenti: si parte il 10 aprile con “Conoscere per capire“, attività che ha come obiettivo di favorire la coesione tra le comunità cristiane, islamiche e induiste, superando pregiudizi che spesso sono la causa di conflitti, tramite laboratori nelle scuole del territorio e incontri tra le varie comunità. A seguire ci sarà “Ortincontro“, progetto finalizzato alla creazione di un orto urbano insieme agli studenti delle scuole medie con l’obiettivo della storia e dell’archeologia agricola del bacino mediterraneo. E ancora, il primo incontro con Casa Scalambrini 634 per realizzare un percorso orientato alla mappatura del patrimonio culturale, e infine, il 12 aprile, il secondo incontro “Memorie di Comunità“, dove si porrà particolare attenzione a ricostruire i differenti significati che temi come le migrazioni e le integrazioni culturali hanno avuto nei diversi contesti storici del Novecento.

In un’epoca pervasa dal razzismo, quella dell’Ecomuseo è una scelta coraggiosa. Sostanzialmente per due ragioni: perché ha scelto le periferie di Roma, dove la missione è più ardua che mai, e per aver preferito la mescolanza delle varie comunità all’assimilazione, come ricordava il direttore Claudio Gnessi. Sperando che sia il viatico per un reale cambiamento.

Paolo Vacca

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