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Donald Trump non merita il Nobel per la pace, ma lo può salvare dall’oblio

Fonte: MarketWatch photo illustration/Getty Images

Non è una fake news, Donald Trump è stato nominato per il Nobel per la pace 2019. Tra favorevoli, indignati e rassegnati la notizia ha suscitato moltissime polemiche, lasciandoci perplessi sullo stato del premio: per ricordarci del suo valore universale abbiamo bisogno di nominare la persona più divisiva al mondo?

Trump era già andato vicino alla nomination per l’edizione di quest’anno, ma la cosa si era risolta in un nulla di fatto dopo che il Comitato che si occupa di smistare le varie candidature aveva rilevato che quella di Trump proveniva da un individuo privo dei requisiti necessari per nominare qualcuno per il Nobel per la pace, che è stato poi denunciato e perseguito per frode (senza successo) dalla polizia norvegese.

Quest’anno invece la proposta è stata avanzata da diciotto deputati repubblicani ed è quindi totalmente regolare. Nella lettera depositata dai membri del Congresso si afferma che Trump meriterebbe infatti di “ricevere il Nobel per la pace 2019 come riconoscimento del suo lavoro per porre fine alla guerra di Corea, per la denuclearizzazione della penisola coreana e per portare la pace nella regione“.

Pochi giorni prima che la notizia trapelasse, già i sostenitori di Trump durante un rally in Michigan acclamavano il presidente al grido di «Nobel, Nobel!», ma più rilevante dell’acclamazione popolare è sicuramente in questo caso l’opinione favorevole di una personalità politica centrale nella vicenda in questione: il presidente sudcoreano Moon Jae-in. Jae-in, interrogato dalla stampa sulla possibilità di ricevere lui stesso il Nobel per la pace, ha affermato che «il premio può andare al presidente Trump, l’unica cosa di cui abbiamo bisogno è la pace».

Un altro sostenitore del Nobel a Trump è Boris Johnson, storico amico del leader statunitense e ministro degli Esteri del governo britannico. L’ex leader pro-Brexit ha dichiarato che «se [Trump] riesce a sistemare le cose in Corea del Nord e se riesce a sistemare l’accordo con l’Iran sul nucleare, allora non vedo perché dovrebbe essere un candidato al Nobel per la pace meno valido di Barack Obama, che l’ha vinto senza fare nulla».

Le parole di Johnson ci riportano al 2009, anno del contestatissimo Nobel a Barack Obama. Tra il Nobel all’ex presidente e un eventuale Nobel all’attuale presidente degli Stati Uniti passerebbero dieci anni e altri nove premi assegnati. Ma quanti si ricordano almeno metà dei vincitori?

Questa non è e non vuole essere un’apologia di un’eventuale svolta pop nel Comitato norvegese che assegna il premio, eppure bisogna rifletterci: perché tutto il mondo parla dei Nobel solo quando vengono assegnati a un personaggio già molto noto e già molto controverso?

Se quando si parla di medicina, fisica, chimica ed economia è difficile che i nomi in lizza per il premio scatenino gli animi di chi non fa parte dei ristretti circoli di esperti in ciascuna di queste discipline (circolo che si allarga ma neanche troppo ormai – Dylan escluso – per quanto riguarda al Nobel per la letteratura), sulla pace sentiamo di avere voce in capitolo. Insomma, il Nobel per la pace è un premio che riguarda tutti, la pace almeno a parole piace a tutti, è un ideale di tutti, quindi tutti devono apprezzare chi vince, o almeno riconoscere le sue buone intenzioni.

E invece non funziona così. L’interesse per il Nobel per la pace raggiunge i suoi minimi storici quando viene premiato chi è moralmente impeccabile ma sconosciuto, mentre cresce esponenzialmente quando a vincere è un personaggio particolarmente divisivo e controverso.

Non solo Obama, ma tornando al secolo scorso, tra gli altri, Peres e Arafat, Kissinger, Wałęsa, Gorbačëv, San Suu Kyi e altri due presidenti americani (Theodore Roosevelt e Wilson). Cosa li accomuna? Sono tutti politici.

Pronta obiezione: sì, ma il Nobel è andato anche a Martin Luther King e Nelson Mandela. Anche loro politici, anche loro molto popolari, ma niente affatto divisivi, no? Non proprio. Da un lato bisogna ricordare che quando ricevettero il premio erano tutt’altro che le figure intoccabili e universalmente amate che sono oggi, dall’altro due nomi su oltre un secolo di vincitori non sarebbero comunque sufficienti a fare di loro la regola piuttosto che una felice eccezione.

E allora che fare? Sembra moralmente corretto che Oslo continui ad assegnare premi a personaggi e organizzazioni umanitarie più o meno note ma in ogni caso al di là di ogni sospetto, eppure è davvero utile assegnare il Nobel al movimento internazionale per il disarmo nucleare se poi il fatto rimane impresso solo a chi è già interessato al tema in questione?

Certo, per chi pensa che il Nobel per la pace non dovrebbe avere un’utilità universale ma limitarsi a finire tra le mani di chi se lo merita la domanda non ha senso. Eppure il Nobel per come lo intende chi scrive, il Nobel meno meritocratico e più controverso – quello a Obama, per intenderci, ma anche quello per ora solo eventuale a Trump – è l’unico Nobel utile, perché ci sprona a svegliarci, a interrogarci, anche a indignarci, ma soprattutto serve a ricordarci di un premio che spesso diamo per scontato e del valore universale che esso rappresenta e che altrettanto spesso diamo per scontato.

E allora per salvare il Nobel per la pace dall’oblio cui sarebbe destinato se le polemiche fossero azzerate dobbiamo essere paradossalmente felici della candidatura di Donald Trump, sperando solo che il premio poi vada a chi se lo merita davvero.

Davide Saracino

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