Se mai qualcuno capirà Nick Kyrgios

«Se mai qualcuno capirà, sarà senz’altro un altro come me» cantava Rino Gaetano a venticinque anni, età da poco raggiunta da un altro genio, Nick Kyrgios. Paragone quantomai azzardato, dato che i due per varie e ovvie ragioni sembrano appartenere a due galassie diverse; eppure, a leggere le etichette cucite addosso al cantante calabrese da più di quarant’anni e a Nick da cinque o sei, ci si rende conto che la pigrizia intellettuale con cui l’opinione pubblica tende a marchiarli non è poi così diversa. “Cantautore del non-sense” amava e ama definire Rino chi quel “sense” non ha mai avuto voglia di coglierlo, scambiando per banale cabaret il complicato abito di sarcasmo, autoironia e teatralità col quale amava vestire il suo messaggio potente e la sua profonda malinconia interiore.

Senza forzare il paragone, si potrebbe sottolineare anche come sia Nick che Rino, raggiunto il successo in pochissimi anni, non ne siano rimasti più di tanto affascinati e, una volta arrivati quasi al vertice, se ne siano tenuti alla larga, sentendo più un’esigenza comunicativa con la gente che di gloria personale. Rino con Gianna aveva conquistato mezza Italia, eppure finì per sentirsene schiacciato e limitato al punto tale da detestarla e da percepire un solco fra sé e la sua gente che non riuscì mai a digerire e che lo trascinò in una crisi culminata in quella nottata maledetta del 2 giugno 1981, senza un amico che volesse o potesse vederlo.

Kyrgios, per fortuna senza arrivare a tanto, ha finito anche lui per dissipare molto di ciò che aveva ottenuto da giovanissimo, e chi blatera di volpe che non arriva all’uva, forse non sa bene di chi sta parlando, perché Nick aveva – ed ha tuttora – dei mezzi caratteriali e tecnico-atletici per coglierla a piene mani quell’uva. Se non lo sta facendo e galleggia ormai da anni fra la ventesima e la settantesima posizione Atp, è solo perché ha sempre dato l’impressione, Nick, che le cose importanti fossero altre. Voleva fare il cestista fino a 13 anni, solo che poi, quasi per chiamata divina, si è scoperto a fare cose prodigiose con in mano la racchetta e non si è potuto tirare indietro.

A diciannove anni aveva già ottenuto due quarti di finale in tornei dello Slam ed era entrato nei primi trentacinque giocatori al mondo, lasciando tutti increduli per la personalità con cui gestiva certi momenti e certi avversari. A vent’anni aveva battuto sia Federer che Nadal al primo incontro giocato contro di loro e a ventuno raggiunse quello che ancora oggi rimane il suo best ranking: 13 al mondo.

Fonte: livetennis.it

Poi, a fine 2015, qualcosa dentro di lui si ruppe, ed è proprio qui che chi sceglie di definire Nick un pagliaccio da circo si sbaglia di grosso. In quel momento, ben lontano dalla logica che di solito guida un ragazzo di vent’anni col mondo ai suoi piedi, Nick deve n aver riflettuto tanto e deve essersi fatto l’idea che nella vita vincere non è tutto ciò che conta, che c’è altro: «Io futuro numero 1 al mondo? Ci sono altre cose più importanti rispetto al tennis. Nel mondo accadono cose peggiori di me che perdo una partita di tennis» disse nel 2016. Non esattamente parole che si sentono tutti i giorni da un giovane.

Ripercorrere oggi la carriera di Kyrgios da fine 2015 in poi è come farsi un giro sulle montagne russe. Non c’è niente di sensato nei suoi risultati: ha alternato vittorie contro i più grandi (ad oggi 21 match vinti contro i top 10) a sconfitte inspiegabili, momenti di spettacolo assoluto a tracolli nichilisti in cui sembra fregarsene di tutto ciò che per gli altri tennisti è questione di vita o di morte. Si è allenato poco e male (unico dei top 100 senza un allenatore). Si è fatto multare dall’Atp in qualunque modo. Si è infortunato spesso e ha saltato una valanga di tornei. Ha più volte ciondolato per il campo e si è inventato colpi mai visti prima. Inutile elencare le sua gesta più celebri: il web ne è già strapieno.

Ci sono allora delle domande che rischiamo di non farci: non è che forse, ubriacati dai tweener (colpi sotto le gambe) senza motivo, dalle sue sceneggiate e dai servizi dal basso siamo finiti a ridere (o a incazzarci) di Kyrgios senza domandarci cosa voglia comunicarci? Qualcuno si è mai chiesto, davvero, cosa spinga un ragazzo dal talento così enorme, capace ad esempio nel 2013, a diciannove anni, di prendere a pallate il numero 1 al mondo (Nadal) sull’erba di Wimbledon, a provare così tanta repulsione verso i primi posti in classifica in nome di un tennis autolesionista e scellerato?

Si sa che in tanti creano scompiglio chiacchierando col pubblico o con se stessi (vari Monfils, Murray, Djokovic), oppure alternando picchi di impegno a fasi di disinteresse totale (Fognini, Paire), ma è evidente quanto tutto ciò faccia parte del loro approccio al match e quanto il fine ultimo rimanga sempre quello della vittoria, motivo per cui spesso risultano antipatici ad avversari e pubblico. Ma a quanti sta antipatico Nick? Di sicuro molti meno di quelli che si potrebbe pensare vedendo i suoi atteggiamenti in campo, che per degni della sagra del bue grasso, non finiscono (quasi) mai per ricevere dissenso, né da avversari né dal pubblico. Anzi. Nick fa e disfa, si annoia e si diverte, incanta e scandalizza. A lui interessa coinvolgere, in nome del suo incondizionato amore per lo spettacolo e per quei riti collettivi che da amante dell’Nba non smetteranno mai di affascinarlo. Da star mancata del basket, finito un punto vorrebbe darsi una ruzzata con qualche compagno o battere il cinque a qualche fan in prima fila (cosa che comunque spesso fa). Più che ridere di chi ha difronte, cerca sempre di ridere con lui: glielo si legge in faccia quanto gode quando un avversario sta al gioco e si aggrega al suo show per dar vita a scambi da circo.

Nel circuito è visto da tutti con simpatia, tranne forse da Wawrinka, che però merita comprensione, dato che Nick gli disse durante un match che la fidanzata lo tradiva. Persino Nadal, spesso criticato da Nick per i suoi tempi lunghi fra un punto e l’altro, non riesce a parlarne male.

E allora cosa rende speciale questo ragazzone uguale a nessun’altro del passato? C’è qualcosa di Kyrgios che dovremmo finalmente capire? Sì, la sua umanità. Ci sarebbero tanti episodi sul campo da citare, come quella volta che fece sedere accanto a lui la raccattapalle che gli teneva l’ombrello al cambio campo sotto il sole cocente, oppure quando lo scorso anno in vari tornei si mise a chiedere a qualcuno in prima fila di consigliargli la direzione del servizio.

Nel 2017 ha fondato la sua NK foundation, per garantire attività sportiva e cibo ai bambini meno abbienti e in seguito si è poi più volte prestato per cause di beneficenza. Le sue lacrime il giorno dopo la morte di Kobe Bryant hanno fatto il giro del mondo. La lettera del 2017 in cui parla della morte dei nonni è una riflessione profonda sul senso del tennis e anche di qualcosa in più. E ancora, in questi giorni di pandemia si è reso disponibile per fornire cibo nella sua zona alle famiglie in difficoltà.

Kyrgios in lacrime per la morte del suo idolo Kobe Bryant a Melbourne 2020
Fonte: sportmediaset.it

Se Kyrgios tornerà mai a voler competere per i primi posti in classifica non lo sa lui e non lo sappiamo noi. Per ora limitiamoci a constatare che anche fra i più forti al mondo esiste chi gioca per qualcosa in meno (o in più?) che il portarla a casa. E teniamocelo stretto, perché, piaccia o meno, va riconosciuto a Kyrgios il merito di aver svecchiato un mondo del tennis fin troppo anestetizzato e che forse, se vuole reggere il passo con la popolarità di altri sport sempre più circondati da dinamismo e spettacolo, ha bisogno anche di elementi di rottura come lui. Proprio come lo era stato Rino per la canzone italiana. E allora è bello immaginarsi che Nick, in qualcuno dei suoi ingressi in campo con la testa avvolta dai cuffioni da DJ, fra un pezzo hip hop e l’altro, ogni tanto schiacci play sulla voce di Rino, per domandarsi insieme a lui se mai qualcuno capirà.

Daniele Benussi

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