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Fonte: Today.it (https://www.today.it/politica/teresa-bellanova-terza-media-vestito.html)

A qualcuno saranno sembrati ormai lontani i tempi della battuta infelice – «Non è una donna» – di Francesco Storace su Rosy Bindi nel 2005, o relegati soltanto a un’area politica degradata, di destra e conservatrice, o a “quattro poveri scemi”. E invece no. Perché quando si tratta di donne, e ancora più di donne in politica, lo sguardo che le giudica è sempre lo stesso e va a commentare il loro corpo, il loro look, le loro pose. E a farlo sono i politici, ma anche i giornali stessi, intrisi di un forte sessismo.

L’ultima vicenda ormai la conosciamo bene, e riguarda la nuova ministra delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Teresa Bellanova. Una raffica di commenti e insulti si è riversata su di lei e sul vestito blu elettrico indossato al momento del giuramento al Quirinale. Commenti a cui lei ha risposto con ironia, incassando anche la solidarietà di Conte e di altri politici. Ma non è l’unica fra le donne in politica ad aver ricevuto commenti di questo tipo.

La lista infatti è lunghissima: da Angela Merkel, definita «culona inchiavabile» da Silvio Berlusconi all’appellativo «Miss Racchia» dato negli anni che furono a Teresa Noce, partigiana, antifascista e deputata nella prima repubblica italiana.

Perché queste vicende di donne in politica possono essere definite sessismo?

La risposta a questa domanda è semplice e diretta: c’è bisogno di giudicare le donne in base alla loro apparenza, nel bene e nel male, perché una società sessista e maschilista ci ha abituati a pensare che il loro aspetto fisico venga prima di tutto. Perché la donna è vista come oggetto, merce, donna in quanto corpo e basta. E questo avviene sempre, ma è più evidente nel caso delle donne in politica perché c’è un dibattito pubblico che vi ruota attorno.

Il contraltare di questa situazione (e per chi scrive anche prova di uno sguardo sessista) è che lo stesso giudizio non avviene mai – o quasi – nei confronti degli uomini. Certo, qualcuno potrebbe anche pensare che non capiti perché le loro uniformi sono tutte uguali… Ma gli basterebbe dare uno sguardo ai sofisticatissimi tailleur delle mogli dei neo-ministri, che variano da ‘nero fasciante’ a ‘sobrio tailleur scuro’, come anche La Repubblica tiene a farci sapere, per avere forse una qualche intuizione, un piccolo barlume di verità.

Del resto, seppure gli uomini e i loro corpi non sono oggetto di commenti o insulti, il sessismo imperante colpisce anche loro. E lo fa nel momento in cui la figura di politico che più piace alla gente è quella dell’uomo forte (basti pensare a Salvini) o dell’uomo di successo che “ama le donne” (come si è sentito dire spesso di Silvio Berlusconi) e che in virtù di ciò può permettersi di dire tutto ciò che vuole sulle donne passando per galantuomo nel momento stesso in cui sta mercificando il loro corpo.
È una narrazione tossica che pervade la società e che si riflette nella politica, nei mostri che noi stessi creiamo.

Non solo insulti alle donne in politica

Non bisogna farsi ingannare, però, dall’aspetto eclatante degli insulti ai corpi delle donne, che chiunque di noi condannerebbe. Lo sguardo sessista della società sulla donna è più subdolo di quel che pensiamo e si nasconde anche fra i commenti positivi alle pettinature, al trucco, al modo di camminare. Quei commenti che insomma non c’entrano con la sostanza della questione: cosa importa a noi, ad esempio, dei vestiti delle mogli dei ministri? Qual è la loro rilevanza giornalistica?

Nessuna.

L’unico motivo per cui questi commenti esistono è la mentalità con cui siamo abituati – uomini e donne – a pensare, scrivere, parlare, commentare, giudicare. E non ci stancheremo mai di ripeterlo. È sessismo. Del resto, tutto questo avviene anche nel piccolo della quotidianità, dove una donna è brava e bella se si uniforma al canone e può rischiare anche lei, come Rosy Bindi, di non essere più una vera donna se non lo fa.

Delle donne in politica vogliamo sapere cosa fanno

Per cui, mettendo da parte il sessismo, quando parliamo di Teresa Bellanova vogliamo sapere, prima ancora del suo vestito giallo a pois, chi è e cosa fa. Vogliamo sapere se, anche se ha avuto un passato importante contro il caporalato in Puglia, avrà voglia di lottare ancora dopo aver sostenuto strenuamente il Jobs Act e la riforma dell’articolo 18.

Di Nunzia Catalfo, ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali, vogliamo sapere come si comporterà nei confronti del caso Whirlpool.

Di Luciana Lamorgese, ministra dell’Interno, vogliamo sapere se segnerà una discontinuità con le politiche dell’ultimo anno di Matteo Salvini, dal momento che quando è stata prefetto di Milano fra il 2017 e il 2018 ha seguito anche lei la linea dura sugli sgomberi, eseguendone 127.

Di Paola De Micheli, Ministra delle infrastrutture e dei trasporti, vogliamo sapere cosa farà della linea TAV e di tutte le grandi opere che hanno un impatto sul territorio e su chi lo vive.

E così via.

Non sembra molto difficile, in apparenza, concentrarsi sui meriti e sui demeriti delle donne in politica e mettere da parte il sessismo. Ma se non iniziamo a farlo noi dal basso, quando pensiamo che qualcosa cambierà?

Elisa Elia

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