Il Cimitero delle 366 fosse
Fonte immagine: notizie.comuni-italiani.it

La Storia insegna che re Ferdinando IV di Borbone istituì un cimitero fuori le mura cittadine, denominato “Cimitero delle 366 fosse”.

In questo 2020, Napoli, ma tutta l’Italia, si trova a fronteggiare un virus chiamato Covid – 19, capace di mettere in ginocchio l’intero Paese, senza alcuna distinzione e senza alcuna discriminazione. Si contano le vittime, da Nord a Sud, proprio come in quel lontano 1836, quando una grave epidemia di colera colpì il Paese. I morti furono tantissimi, si era arretrati sotto molti punti di vista, dal sistema sanitario a quello sociale, economico. Ma la Storia ci racconta che le salme del 1836 non sono invisibili, che quei corpi hanno una loro dignità e, se da una parte, il termine cimitero ad oggi suscita repulsione, è importante ricordare che il Cimitero delle 366 fosse provò a restituire dignità ai defunti, alle loro famiglie, ma anche alla nostra città. Oggi come allora, dobbiamo avere profondo rispetto per chi non c’è più e per chi ne soffre la perdita.

Il Cimitero fu commissionato dal re Ferdinando IV di Borbone all’architetto Ferdinando Fuga. Tra il 1836 e il 1837, una grave epidemia di colera colpiva la città di Napoli, mietendo un numero elevato di morti, soprattutto durante il 1837. Questi corpi vennero inizialmente seppelliti in una fossa comune, ma iniziarono a diventare talmente tanti che il problema divenne non solo numerico, ma anche sanitario. Ricordiamo che era uso comune seppellire i morti sotto le cavità degli ospedali, delle chiese o delle grotte; nel periodo del colera i defunti venivano gettati alla rinfusa e l’aria diventava sempre più viziata.

Le salme, inizialmente, venivano poste all’interno delle Cave di Tufo o nel Cimitero delle Fontanelle; solo successivamente re Ferdinando IV di Borbone commissionò all’architetto Fuga il progetto di un cimitero, di un sepolcreto. Inoltre, una baronessa inglese che aveva perduto la propria figlia a causa del colera, regalò al cimitero un macchinario che calasse con precisione le salme all’interno delle fosse. Questo cimitero venne fatto costruire lontano dagli ospedali: difatti, fu il primo cimitero ad essere costruito al di fuori delle mura cittadine e sorse nella zona di San Antonio Abate, rientrando, oltretutto, nel grande progetto illuministico ideato per le classi meno abbienti.

L’architetto Fuga progettò il Cimitero di Santa Maria del Popolo – denominato poi anche Cimitero delle 366 fosse – il quale venne concluso il 31 dicembre del 1736, ospitando circa due milioni e mezzo di salme delle classi meno abbienti, suddiviso in 366 ipogei, gli stessi in 19 file per 19 righe, a cui vanno aggiunte 6 fosse nell’atrio dell’edificio all’ingresso.
Le fosse erano profonde circa sette metri: il progetto prevedeva per l’appunto 366 fosse, considerando anche l’anno bisestile.
Il tutto secondo un criterio logico: difatti, la procedura prevedeva che ogni giorno venisse aperta una fossa, dove potessero essere posizionate le salme di quel giorno e, a seguire – la sera – chiuse. L’obiettivo era gestire tutti i giorni e, per tutto l’anno, la moltitudine di corpi.

Per quanto riguarda la struttura, questa, è a pianta quadrata, circondata da alte mura che circondano il cortile interno, lo stesso in cui sono presenti le 366 fosse.Seguendo poi l’ordine cronologico, su ciascuna lapide è posto un cerchio marchiato da un numero e il medesimo permetteva ai familiari di capire in quale fossa comune si trovassero i propri cari così da potersi fermare a pregare in un punto preciso. Nel 1871, prima che ci fosse l’ampliamento della struttura, c’erano altre 6 fosse disposte in un edificio rettangolare proprio all’ingresso e che oggi è adibito ai servizi. L’entrata è caratterizzata da due lapidi in cui si narra la necessità di tale sepolcreto, centrale, invece, il portale d’ingresso è sovrastato da un timpano al cui interno è rappresentato un simbolo mortuario.

Il Cimitero delle 366 fosse di Napoli fu certamente ideato per una questione sanitaria, ma non possiamo escludere che la sua progettazione e la sua funzione, permise una “degna” sepoltura a milioni di vittime.

Bruna Di Dio

Bruna Di Dio
Intraprendente, ostinata, curiosa professionale e fin troppo sensibile e attenta ad ogni particolare, motivo per cui cade spesso in paranoia. Raramente il suo terzo occhio commette errori. In continua crescita e trasformazione attraverso gli altri, ma con pochi ed essenziali punti fermi.

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