Elezioni Spagna Catalogna
Foto: Cesar Manso

Per chiunque aspiri a governare la Spagna, da qualche anno a questa parte, si presenta puntuale un nodo da dirimere, cruciale: quello della Catalogna. Anche nelle elezioni tenutesi in Spagna il 28 aprile, le terze negli ultimi cinque anni, questo tema è stato al centro del dibattito pubblico in campagna elettorale. E i risultati che sono usciti dalle urne rischiano di dare una svolta decisiva alla questione.

Dove eravamo rimasti con la Catalogna?

761 feriti in una giornata, 8 arresti diretti a esponenti politici e la destituzione di un Parlamento regionale. No, non è la descrizione di un blitz anti-corruzione o di una guerra civile – anche se a quest’ultima si avvicina molto –, ma il bilancio successivo al referendum sull’indipendenza della Catalogna del 1° ottobre 2017.

Quegli scontri furono l’emblema della politica di “muro contro muro” voluta dall’allora primo ministro Mariano Rajoy nell’ambito dei rapporti tra la Catalogna e il governo centrale della Spagna. Un atteggiamento che aveva radici lontane: già nel 2006 fu proprio il Partito Popolare, del quale Rajoy era allora presidente, a presentare ricorso alla Corte Costituzionale contro lo Statuto di Autonomia della Catalogna. Statuto nel quale la regione si auto-attribuiva la definizione di “nazione” e la possibilità di usare il catalano come prima lingua.

Lo statuto, inizialmente approvato dal Parlamento spagnolo, fu poi effettivamente bocciato, dopo un contenzioso durato quattro anni, dalla Corte Costituzionale. Nella sentenza veniva ribadito che “la Costituzione spagnola riconosce una sola nazione, la Spagna“, sottolineando l’indissolubile unità del Paese. Eppure questo, che è stato uno dei colpi più duri assestati alle speranze di autonomia della Catalogna negli ultimi anni, secondo molti studiosi ha rappresentato il punto di partenza per la popolarità che hanno raggiunto oggi le idee indipendentiste.

Fino al 1998, infatti, solo il 17% dei catalani si dichiarava favorevole all’indipendenza. Come se un atteggiamento di chiusura così netto del governo centrale a ogni ipotesi di autonomia avesse risvegliato l’orgoglio catalano fino ad allora sopito. Creando un grande problema per tutta la Spagna.

E se è vero che “la vendetta è un piatto che va servito freddo”, allora la rivincita degli indipendentisti è arrivata, gelida, nei primi di giugno dello scorso anno: quando tutti gli indipendentisti della Catalogna hanno votato a favore della sfiducia al governo dello stesso Mariano Rajoy che si fece promotore della bocciatura dello Statuto di Autonomia. Da lì è nato quindi il governo di minoranza di Pedro Sanchez, sostenuto solo dal PSOE e con l’appoggio esterno di Podemos e partiti regionali o indipendentisti; caduto però pochi mesi fa a causa – di nuovo – del voto contrario degli indipendentisti, stizziti da una mancata apertura nei confronti di un nuovo referendum o comunque di concessioni verso la Catalogna. Portando quindi il paese a nuove elezioni.

Quale Spagna esce dalle elezioni

La stessa formazione uscente, quest’ultima orientata verso sinistra, è quella che si candida seriamente a governare la Spagna così come esce dalle urne delle ultime elezioni. Il PSOE dell’ex premier Sanchez si è affermato nettamente primo partito, in crescita con il 28,7% dei voti (nel 2016 era al 22,7%) e 123 seggi ottenuti; togliendo voti a Podemos che perde 7 punti percentuali rispetto al 21,1% del 2016 e ottiene il 14,3% dei voti e 42 seggi.

Il risultato più importante è, tuttavia, il trionfo del blocco di centrosinistra su quello di centrodestra: sconfitta causata soprattutto dal crollo storico dei popolari del PP, che dimezzano i propri consensi rispetto al 2016 (dal 33% al 16,7%, 66 seggi) e perdono terreno sia nei confronti dei liberali di Ciudadanos (dal 13,1% al 15,9%, 57 seggi) sia nei confronti del grande spauracchio della vigilia, ovvero i nazionalisti di Vox. I quali entrano in parlamento con 24 seggi frutto del 10,3% delle preferenze.

La somma dei seggi dei tre partiti di centrodestra fa 147: troppo lontano, a 29 seggi, dalla cifra richiesta (176) per ottenere la maggioranza assoluta dei 350 scranni del Parlamento spagnolo; e poter riproporre un’alleanza di governo sul modello di quella che ha conquistato l’Andalusia nel dicembre scorso, dopo 36 anni di governo socialista.

Più vicino va la sinistra, con i 165 seggi frutto di un’ipotetica alleanza tra PSOE e Podemos. Ma ancora distante 11 seggi dalla “quota magica” che permette di governare. Ed è qui che entra in gioco la questione delle autonomie: ben 38 seggi del Parlamento – più del 10% dell’aula – sono occupati, infatti, da partiti su base regionale. E con il solo sostegno dei partiti non indipendentisti l’ipotetica coalizione di governo si fermerebbe a 175 seggi: uno in meno del necessario.

Ecco perché diventa fondamentale il coinvolgimento nei negoziati dei partiti indipendentisti. Eppure, questa intricata situazione può fornire una inaspettata sponda per la risoluzione del problema della Catalogna. L’interlocutore più accreditato per un possibile coinvolgimento nel governo è l’ERC, il partito della sinistra indipendentista catalana, che alle elezioni ha ottenuto una storica affermazione nella regione (primo partito con il 24,59%) coincidente con il crollo di JuntsXCatalunya, il partito indipendentista di centrodestra fermatosi al 12,05%.

Ma oltre a una convergenza ideologica sui temi della sinistra, Sanchez può trovare appoggio anche nelle parole di dialogo spese negli ultimi tempi dall’ERC riguardo al problema dell’autonomia della Catalogna. Con la possibilità di iniziare a parlare, finalmente, di una riforma in senso federalista della Spagna che metterebbe la parola fine alla questione.

I nodi da risolvere tra Catalogna e Spagna

Certo, non sarà tutto così semplice. La tensione tra la Catalogna e il governo centrale della Spagna è ancora piuttosto alta: è molto recente lo scontro riguardo alla candidatura alle elezioni europee di Carles Puigdemont, leader di JuntsXCatalunya ed ex presidente della Generalità di Catalogna, ancora in esilio in Belgio a causa del mandato d’arresto per ribellione pendente sulla sua testa.

Inizialmente il Consiglio elettorale aveva rigettato la possibilità di una sua candidatura; la Corte suprema spagnola ha però ribaltato il giudizio, autorizzando la corsa elettorale di Puigdemont e altri due leader indipendentisti in esilio per le Europee. Tuttavia, il caso non è ancora concluso, ed è ora in mano alla giustizia amministrativa.

Inoltre, dalla parte dell’ERC, il leader Oriol Junqueras è ancora in carcere insieme ad altri cinque eletti in Parlamento nelle liste indipendentiste, e tra giugno e luglio – quindi accavallandosi con le consultazioni per la formazione del governo che dovrebbero partire dopo le Europee – arriverà la sentenza definitiva riguardo all’accusa di ribellione per i leader indipendentisti coinvolti nei fatti riguardanti il referendum sull’indipendenza del 2017.

Non un ottimo momento per dialogare su un tema che inoltre potrebbe costare, al PSOE di Sanchez, una grossa fetta di elettorato in regioni arretrate economicamente come Andalusia ed Estremadura: le quali verrebbero penalizzate dall’autonomia fiscale concessa a un traino dell’economia della Spagna come la Catalogna.

Per questi motivi, quindi, Sanchez potrebbe decidere di andare da solo e provare a formare un governo di minoranza, magari insieme a Podemos, che otterrebbe la fiducia volta per volta. E che potrebbe, come extrema ratio e solo su alcuni temi, ottenere l’appoggio di Ciudadanos; formazione con la quale, dopo la svolta a sinistra del PSOE e la formazione del governo di centrodestra in Andalusia, i rapporti si sono di gran lunga raffreddati.

Ma non provare a sfruttare questa ghiotta occasione per dare una risposta definitiva al problema della Catalogna sarebbe poco lungimirante. E la Spagna ha bisogno, finalmente, di trovare pace e guardare al futuro.

Simone Martuscelli

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