La collana di Yāsmīn, copertina. Credits: https://iodedizioni.eu/
La collana di Yāsmīn, copertina. Credits: https://iodedizioni.eu/

«Bisogna dare un volto e un nome a ogni numero, per poter rendere giustizia ad ogni essere umano».

Fino a qualche mese fa, ogni minuto arrivavano notizie e bollettini dal “vicino” Oriente, ed eravamo emotivamente coinvolti finché non abbiamo cominciato ad abituarci all’orrore, al massacro, alla guerra, alla distruzione. Allora abbiamo guardato gli avvenimenti a Gaza da una certa distanza fisica ed emotiva: l’abitudine ha assuefatto la nostra empatia e abbiamo ridotto le vite sradicate, i 15.000 bambini uccisi a Gaza, a meri numeri.

La collana di Yāsmīn nasce proprio dal desiderio urgente di opporsi a questa de-umanizzazione dell’empatia. Il libro si presenta come un atto di denuncia, una voce alzata con forza per dire che non dobbiamo, e non possiamo, abituarci all’orrore.

Il viaggio di Yāsmīn e il legame tra Napoli e Nablus

Yāsmīn apprende che la sorella si sposa, e non può non portare a termine la tradizione: comporre una collana di gelsomini per la sposa prima del matrimonio. Un tempo la città era profumata dagli splendidi fiori, ora è molto difficile trovarne, ma la piccola non si arrende e, nel portare al termine la sua missione, conoscerà il suo popolo.

La narrazione segue passo dopo passo, o meglio, racconto dopo racconto, la creazione della collana. La storia ci viene restituita attraverso lo sguardo puro e innocente di Yāsmīn e i racconti delle persone che la bambina incontra lungo il suo cammino mentre cerca i gelsomini in tutta la città di Nablus.

Fin dalle prime pagine, il libro costruisce un intreccio geografico ed emotivo profondo tra Napoli e Nablus, esplorando la relazione tra le “città nuove” e le loro ferite. Nel suo percorso, Yāsmīn impara la difficile arte dell’ascolto: storia dopo storia, arricchisce il suo bagaglio personale e il suo cestino di gelsomini, accumulando una ricchezza che travalica il valore materiale per farsi memoria collettiva. Per veicolare un messaggio così potente, l’autrice adotta volutamente un linguaggio semplice, capace di arrivare in modo diretto al cuore di chi legge.

Una storia che dura da oltre settant’anni

Sullo sfondo delle vicende della piccola protagonista si staglia la realtà drammatica e innegabile di un popolo intero.

«Nel frattempo, i palestinesi, che hanno visto i loro sogni e le loro vite spezzarsi nel 1948, continuano a vivere tra le macerie della propria storia, in un limbo di identità, speranza e lotta».

Souzan Fatayar ci ricorda che quella a cui assistiamo oggi a Gaza e nei territori occupati non è una crisi passeggera, ma il proseguimento di un dramma lungo oltre settant’anni. Un popolo che continua a sognare la propria casa, conservando letteralmente e simbolicamente la chiave della porta d’ingresso nella speranza di un ritorno, ma trovando da generazioni un ostacolo insormontabile sulla propria strada.

Souzan Fatayer, un ponte tra due mondi

Dietro la genesi di questa narrazione c’è la figura e la vita di Souzan Fatayer, che attraverso la finzione letteraria sceglie di raccontare indirettamente la propria storia personale e collettiva. Docente, mediatrice culturale e attivista che da anni vive a Napoli, Fatayer incarna perfettamente il ruolo di ponte tra due realtà apparentemente distanti ma visceralmente connesse.

Insieme a una rete di attivisti caparbi presenti sul territorio napoletano e non solo, l’autrice porta avanti un impegno sociale concreto e quotidiano, operando in prima linea per salvare, o quantomeno tentare con tutte le forze di farlo, bambini e persone in condizioni di estrema fragilità e difficoltà. La sua scrittura trasuda questa doppia appartenenza e questo attivismo sul campo, trasformando la letteratura nell’estensione di una battaglia di civiltà e solidarietà che non si arresta mai. Per questa ragione particolarmente toccanti e sentite appaiono in particolare le pagine dedicate al ricordo dei bambini arrivati in Italia da Gaza nella speranza di ricevere le cure e il supporto necessario. L’obiettivo di Souzan Fatayer è quello di ridare un volto ai numeri, combattendo contro l’anestesia della coscienza

Se Yāsmīn impara questa lezione attraverso l’incontro con le storie degli altri, noi, come pubblico e come società, ci mettiamo decisamente più tempo a compiere lo stesso passo. Nella narrazione mediatica della crisi palestinese, le vite umane vengono spesso ridotte a pure statistiche, numeri da aggiornare di giorno in giorno. Questo libro ci costringe a fare il percorso inverso: rimettere la persona, con la sua identità e la sua dignità, al centro del racconto.

La collana di Yāsmīn non è, e non vuole essere, una lettura “classica”. Non cerca la consolazione o l’intrattenimento fine a se stesso. È un’opera di resistenza letteraria, un atto di giustizia nei confronti del popolo palestinese e, al tempo stesso, un monito rivolto a ciascuno di noi.

Ci invita a guardare oltre il nostro naso, oltre i confini del nostro conforto quotidiano, e ci pone di fronte a una responsabilità morale non differibile: quella di ricordarci di essere, prima di ogni altra cosa, umani.

Nunzia Tortorella

Nunzia Tortorella
Avida lettrice fin dalla tenera età e appassionata di ogni manifestazione artistica. Ho studiato Letterature e culture comparate all'università di Napoli L'Orientale, scegliendo come lingue di studio il tedesco e il russo, con lo scopo di ampliare il mio bagaglio di conoscenze e i miei orizzonti attraverso l'incontro di culture diverse. Crescendo, ho fatto della scrittura il mio jet privato.

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