Chiunque ami – o abbia amato – il calcio, non può non aver amato Ronaldo. Il Brasiliano, il numero 9, ‘O Fenomeno. Genio, esplosività, tecnica: Ronaldo è stato la rivoluzione di questo sport negli anni ’90, nel momento in cui Maradona stava dicendo addio al suo trono; è stato colui che ci ha catapultati nella dimensione del pallone così come lo conosciamo oggi. Un universo di velocità e potenza, che ha posto le basi per gli attuali Ronaldo (Cristiano), Messi, Neymar e Mbappé.

Ronaldo, il Fenomeno, però, era qualcosa di straordinario. Il mito che si palesava davanti all’occhio umano e che veniva elevato a divinità; uno che faceva cose mai viste su un campo da calcio. Leggiadro e aggressivo, fisico e agile, tecnico e potente. Era qualsiasi cosa un allenatore volesse a propria disposizione, e quelli che hanno avuto la fortuna e l’onore di averlo tra le proprie fila ne hanno saputo trarre il meglio. A parte uno, che fu poi il motivo per il quale abbandonò l’Italia, così umilmente, così forzatamente. Hector Cuper non amò Ronaldo e Ronaldo non amò Cuper. Il motivo non è dato saperlo, ma quello che il tecnico argentino fece al Brasiliano fu solo il coronamento di un triennio maledetto.

Ronaldo nella sua tipica esultanza.

Sì, perché se quando si parla di Ronaldo si rievocano inevitabilmente i colpi extraterrestri, il pensiero non può che cadere anche sui rimpianti, estrema conseguenza di quei maledetti infortuni che il due volte campione del Mondo ha dovuto soffrire. Le ginocchia del numero 9 erano allo stesso tempo oro e cristallo. Gli consentivano di fare cose impensabili per qualsiasi essere umano su un rettangolo verde, ma erano così fragili da non permettergli di fare tutto quello che avrebbe voluto fare troppo a lungo. All’Inter il ginocchio cedette nel ’99, e poi di nuovo nel 2000, in finale di Coppa Italia, contro quella Lazio che egli stesso domò in finale di Coppa Uefa due anni prima. Tornò solo nel 2001, a dicembre, ma non incise come avrebbe voluto/dovuto. Dopo la straordinaria prima stagione all’Inter, che lo consacrò come miglior esordiente in Serie A per reti segnate (record che detiene tutt’oggi), fu tutto un calvario. Dal ’99 al 2002 appena 24 presenze e 10 gol tra campionato e coppe.

Ciò che più si è avvicinato al vero Ronaldo si è visto durante il Mondiale di Corea e Giappone, quello che lo ha visto trionfare da protagonista assoluto e che lo ha poi lanciato verso l’esperienza con i Galacticos, dalla quale maturarono 104 gol diluiti in 177 presenze. Fine carriera al Milan prima, dove il ginocchio fece nuovamente crack, in quella disgraziata partita contro il Livorno, e al Corinthians poi, dove nel 2011, a 35 anni, annunciò il suo ritiro. Cosa avrebbe potuto fare Ronaldo se avesse avuto una struttura fisica più resistente, resterà sempre avvolto nel dubbio: lui è stato magico anche per questo, anche per il mistero nel quale vive quella sua parte di carriera che non avremo mai l’onore di conoscere. R9 non si può descrivere con aggettivi, nessuno sarebbe così esaustivo da spiegarne la grandezza.

Muhammad Ali avrebbe detto “Pungi come un’ape, vola come una farfalla“, e nulla descrive meglio quello che è stato Ronaldo Luís Nazário de Lima su un campo da calcio.

La prima volta che affrontai Ronaldo ero al Parma. Iniziò la partita, e dopo un pó me lo ritrovai davanti. Lui ti puntava, e accarezzava la palla in un modo inconsueto che rimanevi incantato. Tutto questo però lo faceva ad una velocità mai vista prima. Quel giorno, mi saltò di netto con un doppio passo. Stava andando spedito verso la porta, e gridai a Fabio: (Cannavaro n.d.r) mettilo giù mettilo giù. Fabio gli fece fallo, e l’arbitro lo ammonì. Azione successiva, di nuovo uno contro uno, si allunga la palla in velocità, e non potetti fare altro che stenderlo… Subito dopo Fabio mi guardò è disse: Lilly qua finiamo in 9 stasera, come lo fermiamo questo qui? Ronaldo sentì tutto, si girò verso di noi e disse in un italiano molto scadente: scusatemi sto esagerando. Ci guardammo in faccia io e Cannavaro senza dire nulla. Con quelle parole ci fece sentire piccoli piccoli, quasi impotenti. Anche questo era il Fenomeno

(Lilliam Thuram. Fonte calciomercato.com).

 

Vincenzo Marotta

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Politologo, storico, filosofo, economista, giurista. Sono il tipico laureato in Scienze Politiche: un po' di tutto ma nulla in particolare. Salerno la mia bandiera a scacchi, Roma il mio pit stop: attualmente studio Economia e Management Internazionale alla Unint. Faccio parte del coordinamento generale di Libero Pensiero. Caporedattore anche su SpazioJ.