Bettino Craxi fu bersagliato da monetine: perché a Salvini non accade lo stesso per Moscopoli?
Fonte: www.wired.it

La celebre sera dell’Hotel Raphael, quando l’allora segretario del Partito Socialista Bettino Craxi fu oggetto di un lancio di monetine dai contestatori per la vicenda Tangentopoli, ha segnato non soltanto la fine della sua carriera, ma anche il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, inaugurando una nuova era per la politica italiana. Oggi invece, nonostante le agghiaccianti rivelazioni delle inchieste di Report su Moscopoli con la vicenda Savoini, i fondi russi alla Lega e le audizioni al Copasir del premier Conte, l’opinione pubblica tace e consente a Matteo Salvini di continuare la sua propaganda avanzando a gonfie vele nei sondaggi e vincendo le elezioni in Umbria.

Da Tangentopoli a Moscopoli: che ne sarà di Salvini?

Il 30 aprile del 1993 Bettino Craxi decide di affrontare il gruppo di contestatori radunatosi davanti all’Hotel Raphael, dove poco prima aveva ricevuto i suoi amici, tra cui Silvio Berlusconi, giunti per congratularsi per l’esito positivo della giornata. La Camera dei Deputati aveva respinto quattro autorizzazioni a procedere su sei per corruzione e ricettazione a suo carico. Il famoso episodio viene ricordato per il lancio delle monetine e di oggetti accompagnato dai cori dei manifestanti all’uscita di Craxi. In quel momento il segretario socialista era stato elevato a simbolo di una politica corrotta e malavitosa. Nei fatti, tale episodio viene considerato l’atto finale della Prima Repubblica in un’Italia sconvolta dalle stragi di matrice mafiosa e dall’inchiesta Mani Pulite che aveva portato alla luce un vasto di sistema di finanziamenti illeciti ai partiti e di corruzione. 

25 anni dopo, il 18 ottobre 2018, Gianluca Savoini, portavoce del viceministro leghista Matteo Salvini, incontra all’Hotel Metropol di Mosca tre uomini russi per accordarsi su una partita di petrolio da un miliardo e mezzo di dollari che, secondo l’inchiesta di Report, una società statale russa, Rosneft o Gazprom, avrebbe venduto ad una società riferibile all’ENI. La vendita attraverso dei mediatori russi e italiani avrebbe permesso di trattenere delle percentuali sul venduto e il 4%, pari a 65 milioni di dollari, sarebbe andato ad una società di riferimento di Savoini al fine di finanziare la campagna elettorale della Lega in occasione delle elezioni europee, stando ai magistrati di Milano che indagano per corruzione internazionale.

Dal canto loro, ENI nega qualsiasi coinvolgimento nella vicenda, Savoini si avvale della facoltà di non rispondere e Salvini, chiamato a rispondere in Parlamento su Moscopoli, non si presenta affatto. L’ex ministro dell’Interno era infatti impegnato in attività ben più remunerative dal punto di vista propagandistico direttamente sulle spiagge di Milano Marittima, dove si è cimentato come deejay al Papeete Beach fra un bacio del rosario e un mojito. Il premier Conte è stato invece ascoltato dal Copasir in seguito alla richiesta del ministro della Giustizia statunitense Barr di avere uno scambio di informazioni con la nostra intelligence nell’ambito del Russiagate

La puntata di Report 

Tra le sconvolgenti rivelazioni la puntata di Report, trasmessa il 21 ottobre su RaiTre, ha messo in luce uno scenario agghiacciante in cui la vicenda Savoini costituirebbe soltanto un tassello di un mosaico molto più ampio. Fiumi di denaro sembrano partire dalla Russia per finire nelle mani di partiti sovranisti e movimenti antiabortisti in Europa e negli Stati Uniti. La cornice ideologica che muove i fili di questo sistema di finanziamenti illeciti viene ricondotta al filosofo putiniano Aleksandr Dugin, padre del nazional-bolscevismo, che auspica l’unificazione dell’intero continente euroasiatico sotto la guida russa e mira all’implosione della Comunità Europea e allo scioglimento del papato di Bergoglio. Non solo, oligarchi russi fra i più ricchi del pianeta sembrano essere ricondotti ai flussi di denaro che attraverso società offshore vengono incassati da fondazioni ultraconservatrici e ultracattoliche

Bettino Craxi fu bersagliato da monetine: perché a Salvini non accade lo stesso per Moscopoli?
Fonte: www.ladomenicasettimanale.it

A differenza di ciò che avvenne del 1993 con Craxi, la reazione indignata dell’opinione pubblica tarda ad arrivare e nonostante l’entità del caso Moscopoli il consenso di Salvini sembra aumentare, come dimostrano i risultati delle elezioni regionali in Umbria. La sua propaganda continua imperterrita attraverso la macchina social, la celebre “Bestia” capeggiata da Luca Morisi, che succhia parecchie migliaia di euro al partito. Di fatti, nel solo mese di maggio le inserzioni a pagamento nella pagina di Salvini sono costate circa 96.500 euro. 

Silenzio e collusione

Il silenzio dell’opinione pubblica sul caso Moscopoli appare assordante e gli italiani anestetizzati, forse in un certo senso collusi con un potere sporco e corrotto. Quell’atteggiamento tipicamente nostrano, legato a doppio filo con la morale religiosa, che tende ad assolvere chiunque dai propri misfatti e dai propri peccati, sembra predominare. L’indignazione è forse stata seppellita dal bisogno morboso di un leader che possa guidare il Paese fuori dalla crisi economica, sociale e politica oppure i media hanno avuto un ruolo centrale nel far passare in sordina la vicenda? 

Se quest’estate lo scandalo era stato oscurato dalla crisi di governo, le rivelazioni di Report avrebbero dovuto mobilitare l’opinione pubblica, i media e gli stessi esponenti dell’attuale governo spingendo Salvini a rispondere immediatamente in Parlamento sulla questione. Nulla di tutto ciò è avvenuto.

Rispetto agli anni di Craxi, in cui l’opacità del sistema politico poteva essere in parte coperta da un relativo benessere economico, pur intravedendosi i segnali della crisi economica nazionale, nei nostri giorni caratterizzati da una deriva economica e sociale un altro fattore dev’essere intervenuto. Salvini è infatti il “re dei social”, uno strumento propagandistico privo di contraddittorio che altri politici italiani non sono in grado di maneggiare alla stessa maniera e che non esisteva ai tempi di Tangentopoli. L’opposizione a Salvini non risulta infatti capace di rispondere ad armi pari e in questo caso di calamitare l’attenzione sul flusso di soldi sporchi che finanzia la perenne campagna elettorale leghista.

Allo stesso tempo, ci si chiede se un popolo insicuro e impaurito possa davvero scendere a patti col diavolo e affidarsi anima e voto a un leader con caratteri non velatamente autoritari e dalle risposte facili pur di vedere assicurato il proprio benessere.

Rebecca Graziosi 

1 commento

Lascia un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here