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Giovanni Di Donato: Musica, Poesia, Tradizione ed Esoterismo

''La tradizione è una bellezza da conservare, non un mazzo di catene per legarci.'' Ezra Pound

Giovanni Di Donato: musicista e poeta. Tre libri pubblicati, compositore di colonne sonore per opere teatrali, miriadi di concerti in Italia e all’estero. Uno degli artisti più rilevanti e proficui del Meridione, a breve pubblicherà il nuovo EP: Tammurriata di Periferia. Cantore delle radici e della tradizione.

Com’è nata la tua passione per la musica? A. Schopenhauer la considerava l’arte capace di riprodurre l’essenza del mondo. Qual è la tua visione della musica?

«È difficile spiegare come sia nata la mia passione per la musica. Sono cresciuto in una casa piena di strumenti, infatti mia madre aveva un paio di chitarre e una pianola. Ho vissuto inizialmente la musica più come una condizione interiore; poi ho preso lezioni di pianoforte, nonostante avessi voluto uccidere il mio professore, perché non mi fece appassionare alla musica. Fortunatamente presi la vecchia chitarra di mia madre e iniziai da autodidatta.

Penso la musica sia una forma espressiva universale, mi sono ritrovato più volte a suonare con musicisti d’ogni provenienza geografica;  il la minore che suonavamo era universale e non teneva conto d’alcuna differenza, quella nota abbatteva ogni confine o barriera. Un linguaggio universale che unisce il mondo. L’arte non è divisione e competizione, bensì crescita e condivisione».

T’identifichi nel genere: Musica Etnica? La tua eterogeneità e poliedricità derivano anche da un’origine tradizionale ed esoterica? Pensando alla storia della strega: Maria Marmora, vissuta e giustiziata a Polla, è stata per te una figura ispiratrice?

«La Musica Etnica, dal greco èthnos (popolo), è un rimando alle radici e alle tradizioni. Personalmente attraverso la mia musica esprimo quello che vivo, racconto le mie esperienze. Sono figlio del mio tempo, e infatti se consideriamo il Blues o il Flamenco rispecchiano la loro realtà storico-sociale. Non dobbiamo fossilizzarci, dobbiamo vivere il nostro presente e cercare di raccontarlo, magari cercando di denunciare anche i problemi del nostro territorio e della nostra quotidianità. Non penso Eric Clapton avesse suonato mai una tarantella; noi artisti partendo dalle tradizioni, dobbiamo suonare una musica che ci appartiene, e poi possiamo incarnare e affrontare, attraverso l’arte stessa, i problemi reali che viviamo. Voglio farlo. È una mia missione, ed è importante quello che le persone percepiscono e il messaggio che può essere trasmesso. L’eterogeneità e la poliedricità fanno parte del mio percorso musicale e della mia filosofia di vita. Infatti in passato ho suonato Metal, lo feci con una concezione politicamente anarchica, totalmente ispirata ai Nativi d’America, poiché c’era una forte militanza politica e soprattutto la potenza dei suoni dava sostanza e incisività ai testi che descrivevano i tanti disagi sociali.

Fondai un gruppo i Marmora, un progetto di musica sperimentale e di ribellione artistica, ispirato dal tema dell’emancipazione femminile. Il nome deriva proprio dalla strega pollese Maria Marmora, che fu decapitata in Campo S. Giovanni nel ‘600 dalla popolazione pollese, per evitare l’arrivo della Santa Inquisizione. Da questa storia nasce anche un mio brano: Tarantella della Strega; presente nel mio EP prossimo alla pubblicazione».

Quant’è importante per te la cultura e la tradizione Lucana? E cosa ne pensi del Brigantaggio?

«La cultura Lucana è importante perché è la nostra cultura, appartiene alla nostra tradizione, nonostante sia poco conosciuta. Abbiamo assimilato una cultura pseudo-partenopea, figlia di un Napoli-centrismo che non ci appartiene. Le nostre radici sono tutt’altre, io provengo da Polla dove si parla un napoletano sbagliato, ciò dimostra la presenza del problema di una contaminazione eccessiva, che ci distanzia dalla nostra vera cultura. Molti altri idiomi del nostro Vallo di Diano sono rimasti integri nella loro cadenza lucana. Qui subentra la ricerca dell’identità che ci permette d’avere una coscienza storica, che a sua volta  consente la preservazione della tradizione e del passato. Perché: se non sai da dove vieni, non saprai nemmeno dove andare. Il nome Lucano deriva dal termine lucus (bosco), a sua volta derivato dal latino lux (luce); quindi potremmo dire che significa: bosco sacro. La storia vissuta nei nostri boschi è stata riscritta dai vincitori, e tutti gli individui che hanno sparso il sangue, combattendo per queste terre sono stati etichettati come: Briganti. Erano poche menti che credevano in una resistenza. Penso a combattenti come: Carmine Crocco e Ninco Nanco; sconfitti comunque dagli interessi dei potenti e dall’indifferenza della maggioranza. Ma nonostante ciò sono entrati nella storia, anche se visti come perdenti. Nella attuale civiltà digitale si tende a esaltare la cultura mafiosa e i personaggi che la rappresentano, e poi ci si dimentica d’individui come: Joe Petrosino, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone; esempi d’umanità e di reale cambiamento, che dovrebbero essere seguiti, soprattutto dai giovani».

Sulla copertina della tua opera, Peccato e Tradizione, c’è la Dea Cerere, divinità della terra e della fertilità. Qual è il tuo rapporto con la natura? Inoltre, Cerere è legata al mondo dei morti (Caereris Mundus): rifacendoci alla tua altra opera, Evasione dagli Inferi, qual è la tua visione del rapporto vita-morte?

«Il rapporto vita-morte mi ricorda il conflitto tra Eros e Thanatos, ed è, secondo me, un contrasto che spesso genera troppa paura nei confronti della morte stessa. L’arte è sofferenza. La maturità di un essere umano non è una questione anagrafica, ma la si raggiunge attraverso le perdite e il dolore. La differenza tra vita e morte non sussiste, sono la stessa cosa, sono entrambe connesse. Se non ci fosse la vita non ci sarebbe la morte, così come: se non ci fosse la luce non ci sarebbe il buio. Pensiamo alle tragedie di Shakespeare come: Macbeth e Amleto. L’umanità che lotta, per placare le proprie ambizioni, in bilico tra la vita e la morte.

La natura ha creato delle architetture tuttora studiate e per molti versi inspiegabili. Ritengo sia superiore a noi, e la tua domanda non può ricevere una risposta esauriente. Ho studiato geologia, posso dirti, per esempio, che gli Alburni sono monti che hanno un’età geologica di 200 milioni d’anni, e questo ci fa intuire che siamo un niente, siamo esseri brevi e finiti. E questa mancata comprensione conduce anche a politiche di sfruttamento delle risorse naturali. La natura lì rimane, da millenni è così, noi riusciamo a renderci conto di quanto siamo piccoli?»

Citando P. Picasso:  «Un bravo artista copia. Un grande artista ruba». Dunque, l’ispirazione cos’è secondo te? E cosa cerchi d’esprimere attraverso la tua poetica?

«L’ispirazione è un fenomeno che puoi concepire solo dopo aver compiuto un qualcosa, perché l’ispirazione deriva dalle energie che trovi intorno a te. Picasso aveva ragione nel dire che il grande artista ruba. P.P. Pasolini diceva: «sono poeta perché ho un sacco di tempo da perdere»; aveva intuito l’importanza del doverti guardare intorno, e del dover attingere e rubare dal circostante. L’ispirazione te la forniscono, soprattutto, le persone che ti stanno a fianco; da qui nasce anche la poesia, la tradizione. Nasce la figura del musicista che è un costruttore di pace.

L’ultima strofa della poesia di E. Montale: La Casa dei Doganieri; così recita: Il varco è qui? Tu non ricordi la casa di questa mia sera. E io non so chi va e chi resta. L’artista può riuscire a darti un’interpretazione, un senso, una percentuale d’essenza umana».

Un’ultima domanda: cosa risponderesti ai seguenti quesiti esistenziali. Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

«È tutto circolare: la vita è un cerchio. Ciò rimanda anche alla musica: al ritmo della Tammurriata, della Taranta o dei Suoni Prenatali. Noi nasciamo senza volerlo, ma l’importante è capire che dalle radici ha origine il futuro, e di conseguenza se non hai futuro non puoi più mettere nuove radici. È tutto un circolo. Da qui bisogna recuperare la propria identità, e a mio parere la parola è lo strumento più importante che abbiamo; perché una singola parola contiene un miliardo d’emozioni e sensazioni che ognuno porta in sé, attraverso cui puoi esprimere il tuo mondo interiore. Con una nota, un verso o altro. Ho fiducia nella musica, e anche se non si dà più importanza alle parole, è necessario comunque provare a esprimersi attraverso un linguaggio universale, che può essere la musica o qualsiasi altra forma d’arte. Come canta De André: Tu prova ad avere un mondo nel cuore  e non riesci ad esprimerlo con le parole».

 

Intervistare un grande artista è emozionante e, soprattutto, è fonte di crescita e ispirazione: la musicalità e la densità delle sue parole, il suo modo di rendere vivide le sue esperienze poetiche e mistiche e la sua musica dirompente e ipnotica. Fa comprendere quanto sia importante vivere e valorizzare la propria tradizione, il proprio territorio e le persone che lo abitano e conoscere, fino in fondo, la cultura e l’arte che lo attraversano. Giovanni Di Donato è energia pura, è magia ma soprattutto è arte.

 

Gianmario Sabini

Sono nato il 7 agosto del 1994 nelle lande desolate e umide del Vallo di Diano. Laureato in Filosofia alla Federico II di Napoli. Adoro Marx, Nietzsche, Beethoven, Stravinskij, John Bonham, i Black Sabbath, i Pantera e i Tool. Detesto i moderati, i fanatici, gli spocchiosi self-made man, i tuttologi, Calcutta e i Thegiornalisti. Studio, scrivo articoli per LP e per Intersezionale, bevo sovente per godere dell'oblio, suono la batteria. Morirò.

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