Suicidio Giada Napoli
suicidio da oppressione

Suicidio fisico, interiore e avvelenato quello di Giada; il suicidio causato da un sistema sociale che collassa ogni giorno su sé stesso; il suicidio causato da un sistema capitalistico fallito che prefigge una serie di traguardi anacronistici e chi non riesce a raggiungerli è fallito, finito, inutile.

Il suicidio di Giada è una reazione nauseata ed esasperata all’arrivismo sociale. Giada quest’anno si sarebbe dovuta laureare, ma non aveva sostenuto tutti gli esami. Le sedute di laurea erano state fissate il 10 aprile, ma il suo nome non figurava tra i laureandi. I suoi amici si, si sarebbero laureati in pompa magna con tanto di corona d’alloro su una testa robotica colma di concetti mnemotici e nozioni impersonali, ma lei no: agli occhi degli altri sul capo avrebbe posto solo una corona di vergogna e di fallimento. I dictat della società sono chiari: omologati e raggiungi i traguardi che ti vengono imposti, non importa tu chi sia, quali siano le tue aspirazioni o quanto grande sia la tua voglia di libertà e di uscire fuori dai canoni, se non ti laurei sei una fallita.

Straparliamo di diritti, di felicità, di libertà, abbiamo emanato la CEDU, carte costituzionali innumerevoli sui diritti dell’uomo e del cittadino: insomma tanti acronimi per dire che la personalità non è un bene giuridicamente protetto, ma uno strumento da seppellire se è tanto preminente da ostacolare il raggiungimento di titoli e ruoli sociali visti sempre e solo in chiave dannatamente economica.

Immedesimiamoci nella mente di Giada: se quel giorno non si fosse laureata avrebbe tradito la fiducia del padre e della madre che magari le avevano pagato gli studi facendo sacrifici personali, avrebbe tradito le persone che conosceva e che avrebbe in futuro conosciuto magari presentandosi «Ciao sono Giada e non sono laureata!» perché la laurea è un biglietto da visita che serve per la reputazione più che per il curriculum.

Avrebbe tradito sé stessa, si sarebbe chiusa in una sfera di vergogna e umiliazione per non aver ottenuto una fottutissima carta, con un fottutissimo voto avente il potere di decidere le sorti del suo futuro e della sua sanità mentale.

Facile dire «Ma se non è la tua vocazione lascia l’università e dedicati ad altro», facile dare i buoni consigli quando non si può dare l’esempio.

Il sistema maledetto ti crocifigge sui sensi di colpa: prima i bilanci si facevano a 40 anni, ora già a 25 anni si vive con lo stress da prestazione, con una costante tensione morale nell’accaparrarsi posti, titoli, carte. Tutto ciò porta al delirio, il delirio di sentirsi continuamente sotto esame, sotto osservazione, sotto torchio.

Si vive senza respirare: tiri il fiato e insegui la massa. Un sistema che è una continua staffetta, che non lascia tempo per se stessi, che impone schemi in cui rientrare, è una gara tra chi si omologa meglio. Non c’è tempo per ascoltarsi, non c’è tempo per guardare il mondo e apprezzare la vita. Il capitalismo incatena le persone e le costringe ad inseguire traguardi robotici forgiando automi funzionali all’asservimento dello Stato e utili solo ad alimentare i meccanismi che permettono al sistema di funzionare.

Tali pressioni e tensioni gettano chi non riesce a raggiungere tali traguardi in un limbo. L’anima vomita malessere, il cervello va in tilt e la razionalità di pensare che forse la laurea non è tutto nella vita va a quel paese.

Giada il 10 aprile si trovava a Monte Sant’Angelo, un’università di Napoli, tra le mura grigie e tra i tanti suoi coetanei che quel giorno avrebbero coronato il loro sogno o il sogno che la società gli ha assegnato. Qualche minuto prima del gesto ha sentito il suo ragazzo al telefono che le ha chiesto dove fosse. I familiari erano accorsi dal Molise per assistere alla sua laurea, ma a lei mancavano altri esami da sostenere. Ha attaccato il cellulare, aperto la porta della terrazza e si è lanciata nel vuoto. Morta.

I mostri hanno preso il sopravvento, questo suicidio è stato un punto di rottura, uno dei tanti messaggi sociali cui viene data la giusta attenzione solo quando si manifestano come l’anteprima di una tragedia consumata.

Un corpo cade tra i tanti universitari che trafficavano nei cortili dell’università, il fidanzato di Giada con un mazzo di fiori in mano che non le darà mai, i genitori che bagneranno i loro abiti eleganti di lacrime, i professori che capiranno quanto disagio si aggiri quotidianamente tra le aule e quanto spesso esagerino coi rimproveri nei confronti di chi non ha studiato definizioni perché era impegnato a definire il proprio essere, una società criminale colma di sterili valori che conducono sul lastrico chi non li rispetta.

 È tardi per agire, è sempre maledettamente troppo tardi.

Melissa Aleida  

 

3 Commenti

  1. Articolo denso di retorica: è sempre tutta colpa della società, del sistema (di cui fa parte la scrittrice – studentessa all’Università di giurisprudenza) che ci pressa e ci costringe ad essere ciò che non siamo.
    E’ vero: il mondo in cui viviamo ci costringe all’impegno, ad affrontare la vita e a porci degli obiettivi, senza i quali non possiamo realizzarci, costruire qualche cosa e dare un senso alla nostra esistenza.
    E’ altrettanto vero che la vita e il mondo odierno ci fornisce tantissime possibilità diverse: il sistema scolastico ci offre decine di corsi di studio (anche se purtroppo ciò non è garanzia di un futuro lavorativo) e soprattutto nessuno ci costringe ad intraprenderlo.
    Forse la scrittrice preferiva i bei tempi andati, dove la gente era ignorante e i figli affrontavano spesso il lavoro dei padri sin dall’infanzia (senza alcuna possibilità di scelta), o forse preferirebbe un bel sistema comunista, il cui fallimento è già ampiamente stato decretato dalla storia e ha coinvolto e stritolato milioni di persone.
    Certo: sarebbe bello nascere e crescere facendo solo ciò che ci piace, ci interessa e ci diverte, senza obblighi ne impegni nei confronti di nessuno, avendo diritto ad ottenere ciò che ci serve (o ci piace) gratuitamente, solo perché siamo vivi.
    Purtroppo, però, dal big bang ad oggi ciò non è mai successo e allo stato attuale non mi risulta esserci un luogo o uno stato che garantisca ai suoi cittadini tale trattamento.
    Non dico che il sistema sia giusto né meritocratico, ma dico che senza impegno e volontà (oltre che un po’ di fortuna) non si va da nessuna parte.
    Consiglio una buona lettura “Il corridore – Storia di una vita riscattata dallo sport” di Marco Olmo. Sicuramente non un grande classico della letteratura ma un’importante esperienza di vita di una persona, nata nella povertà che, con impegno fatica e la dedizione, ha realizzato se stesso e i suoi sogni (senza studiare).
    Ad ogni modo, tornando al fatto di cronaca sono dispiaciuto e amareggiato per la giovane ragazza che non ha saputo affrontare la sua fragilità e non ha avuto la forza di chiedere aiuto.

  2. Il giorno dopo si scopre che la tragedia è anche peggiore. Nel giorno della laurea Giada ha portato familiari e ad amici ad un polo universitario dove neppure esiste la sua facoltà, ad una laurea per cui in tre anni non aveva mai dato neppure un esame uno. Una finzione schizofrenica durata tre anni ha stritolato Giada fino alla morte.
    Ma questo supera il problema del modello sociale più o meno oppressivo (quale comunità umana non lo è? ). Ci parla invece di un’impotenza personale profonda, di una tragedia intima della persona che non riuscendo a costruire non sa e forze no vuole neppure chiedere aiuto, che rimanda la resa dei conti sperando che non arrivi mai.
    Uno scollamento dalla realtà, più o meno volontario resta da capire.

  3. Giuseppe innanzitutto qua il retore sei tu che ti permetti di fare l’opinionista su una tragedia senza nemmeno avere il rispetto di stare in silenzio. Bravo, complimenti, guarda non lo sapevo che ci vuole impegno, sudore, sangue e l’anima da buttare sui libri o su ogni cosa si vuole raggiungere. Per il resto non fare deduzioni improvvisate sulla mia appartenenza ideologica perchè non ne sei legittimato, nessuno te lo ha chiesto e non te lo permetto manco per niente. Di solito chi sposta l’attenzione sulla scrittrice piuttosto che sul contenuto dell’articolo vuole dire che ha la coda di paglia o non sa su cosa criticare nonostante ciò lo fa lo stesso perchè questa è l’era del “critico a prescindere”. Passiamo all’argomento Giada: quotidianamente constato la prepotenza di chi è in posizione superiore, in questo caso parliamo dei docenti che in preda ai loro sbalzi d’umore, anche se uno studente si è fatto il culo quadrato per studiare una materia, non esitano con nonchalance a dire “ci vediamo la prossima volta” (ti parlo di studenti preparati e delle tante bocciature ingiustificate e non mi dire che non ce ne sono perchè poi mi incazzo) . E tutto ciò a pro di che? Passiamo anni tra le mura di un ateneo che (salvo eccezioni) trasmette ansia e competizione ma non AMORE PER LA CULTURA Buttiamo soldi a palate per trovarci dopo una laurea col cervello pieno di nozioni e manco una prospettiva di lavoro ( a meno che tu non sia raccomandato). Questa è la regola generale, se hai culo e fortuna ti può andare meglio.. Giada non era fragile, la forza per chiedere aiuto l’ha avuta, probabilmente lei è superficiale nel giudicarla tale. La società è arrivista e non lascia il fiato per capire qual è il corso di studi più idoneo, quali sono le proprie aspirazioni … Guardi io le rispondo con le parole di Vik “Restiamo umani”, lasciamo perdere i tecnicismi e leviamoci un pò sti cazzo di paraocchi. E questo vale pure per quell’altro Jack Hope o come cazzo si chiama

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