Animo Campano Cuore Lucano” è il titolo dell’album di recente pubblicazione del musicista e poeta Giovanni Di Donato, con la collaborazione dell’etichetta discografica FUFFA RECORDZ e degli artisti Serena Lobosco (arti grafiche) e Vincenzo Vitale (tastiere e percussioni). Sette brani racchiusi in ventidue minuti intensi e immersivi. In un lasso di tempo così breve si può avvertire un animo tormentato alla ricerca di un significato del reale che ci circonda e che scuote costantemente le nostre esistenze, un animo profondamente radicato nella propria storia e nella propria cultura che prova a fornire spiragli di luce in un presente spesso tenebroso. S’avverte, altresì, un cuore, che nonostante le sofferenze e le angosce, cerca d’estrapolare dal dolore un inno alla vita, un cuore che riesce a comunicare la dilaniante irrappresentabilità dei sentimenti e delle proprie esperienze di vita. Musica, spiritualità e poesia s’intrecciano in questa opera di musica etnica, in questo mistico viaggio sensoriale dove bisogna ascoltare esclusivamente il linguaggio universale dell’arte e del proprio istinto.

Giovanni Di Donato: Animo Campano Cuore Lucano

Il primo brano è Peccato e Tradizione, che prende il titolo e il testo dalla raccolta di poesie dello stesso Di Donato (Peccato & Tradizione). È una traccia suggestiva e viscerale con una linea di chitarra flautata e incisiva. È un’invocazione disincantata che rimanda al continuo mescolarsi degli opposti: tra l’amore e il dolore, tra il peccato e la tradizione, rimanda allo struggimento dell’animo umano, però con un accenno di speranza:

«Sì peccat e tradizione, e nun parl e superstizione quann ved l’uocchi tuoij e pò nu sent chiù dulore, pò nun sent chiù dulore».

Il secondo brano è Core. Un brano che trascina l’ascoltatore in un turbinio chitarristico, in un ritmo travolgente con palesi influenze flamenco, si vive una pura anarchia musicale tipica della tradizione andalusa. F. Garcia Lorca utilizzava il termine duende per riferirsi all’ispirazione: uno stato nel quale, all’improvviso, ti elevi e senti come se stessi fluttuando. È una sensazione di estasi, è la storia di un cuore che anche se sanguinante continua a pulsare.

Il terzo brano è Tammurriata di Periferia. Un brano musicalmente innovativo poiché stabilisce una destrutturazione della tammurriata tradizionale. È una vera e propria pietra miliare della folk music. Un brano che incarna l’essenza dell’essere meridionale, un cantico che si dipana tra i centri storici spesso abbandonati e abitati da ancestrali paure, ma al contempo colmi di cultura e magia. Lo scopo è forse la ricerca dell’origine, delle proprie radici esistenziali:

«Addò simm nati, addò so cresciut addò Gesù Crist nun c’è mai venut».

Il quarto brano è Na Storia ‘e Merda. Una rumba rock molto incalzante accompagnata da una voce graffiante in stile groove metal. Un brano con evidenti rimandi alla controversa storia dell’Unità d’Italia, al brigantaggio e alla questione meridionale. Il testo ha una sua universalità intrinseca ed è quella della sofferenza e dell’incomprensibilità, di un passato che riaffiora dall’inconscio e che spesso ci immobilizza. Il messaggio è che ognuno di noi ha vissuto e vive l’orrore di un passato irrisolvibile, ma nonostante ciò bisogna evadere dall’infinito nulla dei ricordi e bisogna estrarre, dall’impossibilità esistenziale, l’energia per il cambiamento del proprio sé.

Il quinto brano è Tarantella della Strega. Un brano eclettico con richiami strutturali alla tarantella napoletana e richiami ritmici alla pizzica salentina. Questo è un brano che avvolge l’ascoltatore in un dinamismo impetuoso, quasi come se fosse stregato da un incantesimo demoniaco. Il brano è incentrato sulla figura femminile che è multiforme ma che preserva sempre la sua importanza in quanto elemento fondamentale nel ciclo della vita.

L’animo e il cuore delle donne che lottano per l’emancipazione.

Come la strega, a cui rimanda il brano, Maria Marmora che nel ‘600 si scontrò con i dogmi della Chiesa Cattolica e fu, in seguito, decapitata in pubblica piazza a Polla.

Il sesto brano è Ammuina. Un brano con una forte influenza rock blues accompagnato da una voce sporca e dolente. Risuona una chitarra distorta che ferisce i timpani e fa sanguinare il cuore con una struggente malinconia. Il testo è molto autobiografico, rappresenta il tormento di un artista che prova a redimersi, prova a evadere dagli inferi attraverso le proprie creazioni. È un brano caustico, che esprime un malessere viscerale, dà voce alla sofferenza, al tormento, a quel senso d’incomunicabile che si percepisce nella desolazione e nel disagio. Nietzsche scrisse: «Chi non sa trovare la via per il proprio ideale, vive in maniera più frivola e sfrontata dell’uomo senza ideale». La consunzione che si vive nella perdizione, nelle possibilità dell’inespresso, nell’estraniazione dal proprio tempo vitale: tutto ciò è racchiuso in questo brano che, con la sua musicalità, scatena un intenso sussulto interiore e ci fa comprendere che la sofferenza è l’origine dell’arte.

Il settimo e ultimo brano è Ninna Nanna del Tanagro. Una poesia musicata che guida l’ascoltatore verso un dolce epilogo, è come un unguento per il cuore lacerato e per un animo estenuato. Ci si culla tra le braccia di Morfeo lungo le rive del fiume Tanagro mentre s’ascolta una voce melodiosa che recita parole in un vernacolare misto tra campano e lucano. Si può trovare in queste note ammalianti una fenditura in cui riposare mente e corpo e respirare l’unione con la natura e con il calore della terra.

«Ninna nanna ninna nà,
ninna nanna de stu jome, ca t scorre rind o core, quand nun riesci a durmì».

 

Giovanni Di Donato è energia pura, è magia ma soprattutto è arte. Animo Campano Cuore Lucano ne è l’ulteriore riprova. Un’opera di bellezza e di rinascita. Il musicista è un costruttore di pace e compito del poeta è definire la quantità d’ignoto che si ridesta nell’anima universale del suo tempo: suo dovere è ritmare e vivere il divenire.

 

Scrisse A. Camus:

«La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma verrà un giorno in cui le rivoluzioni avranno bisogno della bellezza».

 

Gianmario Sabini

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Gianmario Sabini
Sono nato il 7 agosto del 1994 nelle lande desolate e umide del Vallo di Diano, peccato c'abbia pensato già T. S. Eliot a scrivere "Waste Land", sono giunto con ispirazione tardiva. Sono un ramingo laureatosi in Filosofia alla Federico II di Napoli. Adoro in particolar modo Nietzsche e Marx, e amo anche le percussioni, un po' meno il metronomo. Comunque l'oggetto di studio che più mi affascina e terrorizza, al contempo, è l'essere umano; ma voi lettori potete star tranquilli, cercherò di non influenzarvi con i miei disagi esistenziali. Ma qualora qualcuno di voi volesse incontrarmi, mi troverebbe a casa seduto, fumando la pipa e sorseggiando un buon scotch oppure, per vostra fortuna, potrei essermi semplicemente perso. ''Je est un autre''…