Sessismo linguistico

Genere grammaticale, linguaggio inclusivo, schwa e maschile non marcato: quanto il modo in cui parliamo influenza davvero il modo in cui pensiamo? Sessismo linguistico. La lingua italiana è davvero sessista? È un interrogativo che in molti si pongono oggi.

La lingua italiana è davvero sessista? Questa domanda merita senza dubbio una riflessione approfondita per capire le implicazioni sociali della nostra lingua.

Sono domande che alimentano da anni un acceso dibattito, nel quale linguistica, politica, etica e identità finiscono spesso per sovrapporsi. Ma prima di stabilire che cosa sia lecito dire e che cosa invece debba essere evitato, forse sarebbe necessario capire come funziona realmente una lingua.

Il genere grammaticale non è il genere sessuale

La storia ci dice da dove veniamo e, senza uno sguardo al passato, è impossibile comprendere pienamente il presente. Pensiamo ai sostantivi e agli aggettivi italiani che, come fa notare il professor Vallauri in Le guerre per la lingua, pubblicato da Einaudi, terminano in -e al singolare e possono riferirsi tanto al maschile quanto al femminile: felice, gentile, cliente. Sono forme che affondano le proprie radici nella storia della lingua e, in molti casi, derivano da antichi processi morfologici del latino.

Già questo dovrebbe farci riflettere su un equivoco di fondo: il genere grammaticale non coincide necessariamente con il genere naturale.

Tavolo e sedia hanno generi grammaticali diversi, ma non sono rispettivamente “maschio” e “femmina”. Lo stesso vale per naso e bocca, oppure per individuo e persona. Possiamo tranquillamente dire: Raffaello è una persona e Laura è un individuo. Il genere grammaticale, in questi casi, non contiene alcuna informazione sul sesso della persona a cui ci riferiamo.

L’opposizione tra maschile e femminile utilizzata dalla grammatica è, in sostanza, una classificazione linguistica. Già Andrea Moro, professore ordinario di linguistica generale presso la Scuola Universitaria Superiore di Pavia e la Scuola Normale Superiore di Pisa, in La razza e la lingua, edito da La nave di Teseo, afferma che il genere non è che una delle tante opposizioni attraverso le quali le lingue organizzano la realtà: pensiamo a forte/debole per le coniugazioni o a aspro/dolce per descrivere determinati suoni. Persino le consonanti dell’arabo e del maltese possono essere classificate come solari e lunari, ma naturalmente nessuno pensa che appartengano rispettivamente al Sole e alla Luna. La lingua vive di opposizioni, spesso binarie, e la terminologia grammaticale ha attinto storicamente da categorie molto diverse tra loro. Ridurre l’etica del discorso alla contrapposizione “si dice/non si dice” significa quindi semplificare un fenomeno molto più complesso, per citare il professor De Benedetti nel suo libro Così non schwa, anch’esso pubblicato da Einaudi.

Se il genere grammaticale determinasse il nostro modo di pensare

Un altro elemento mette in crisi l’idea di una corrispondenza automatica tra genere grammaticale e rappresentazione mentale. Non consideriamo femminili, nella realtà, parole come finestra o antenna, nonostante in italiano siano grammaticalmente femminili. Se il genere grammaticale avesse necessariamente un effetto cognitivo di questo tipo, dovremmo aspettarci che anche parole come sentinella e guardia evocassero automaticamente una donna.

Non è così.

E ancora più curioso è il caso delle parole che indicano gli organi sessuali. Alcuni termini italiani tradizionalmente usati per indicare i genitali maschili hanno genere grammaticale femminile, mentre termini di origine latina o francese relativi ai genitali femminili possono essere grammaticalmente maschili. In tedesco, poi, Mädchen, “ragazza”, è neutro, riprendendo Vallauri.

Il genere grammaticale, insomma, obbedisce spesso a meccanismi linguistici e morfologici, non alla biologia.

Schwa, asterisco e @: una soluzione o un nuovo problema?

È proprio da qui che nasce una delle questioni più controverse del dibattito contemporaneo: come rendere il linguaggio più inclusivo evitando di marcare il genere? Le soluzioni proposte sono diverse. Tra queste troviamo lo schwa (ə), l’asterisco (*) e, soprattutto in passato, la chiocciola (@).

A prima vista sembrano strumenti efficaci: eliminando la desinenza associata al maschile o al femminile, si potrebbe evitare di specificare il genere. Ma una lingua non è un foglio di calcolo sul quale basta sostituire una desinenza per ottenere il risultato desiderato.

Proviamo a leggere ad alta voce: carə collegə vicinə e lontanə.

L’effetto è immediatamente straniante. Non è chiaro se ci si rivolga a una persona o a più persone, né quale sia il rapporto tra forma scritta e pronuncia. Il problema è che questi simboli non appartengono al sistema morfologico tradizionale dell’italiano e vengono quindi percepiti come elementi aggiunti dall’esterno. Inoltre, proprio perché interrompono una sequenza linguistica alla quale siamo abituati, rischiano di attirare l’attenzione sulla parola invece di farla passare inosservata.

La domanda, dunque, non dovrebbe essere soltanto: “Come possiamo rendere una parola inclusiva?” Dovremmo chiederci anche: “Quale effetto produce concretamente questa scelta sul lettore o sull’ascoltatore?” Perché una soluzione linguistica non è automaticamente efficace soltanto perché nasce da un’intenzione inclusiva.

Quando la parola diventa il problema

Qui arriviamo a un’altra questione delicata: il rapporto tra parola e intenzione. Esistono termini che hanno assunto nel tempo una forte connotazione negativa e il cui utilizzo può risultare offensivo. Ma esistono anche casi nei quali l’ossessione per la parola “giusta” rischia di spostare tutta l’attenzione dal significato al significante. Italo Calvino aveva parlato di “terrore semantico”, cioè della tendenza a evitare parole considerate sconvenienti sostituendole con perifrasi sempre più lunghe e apparentemente rispettose. È il caso, per esempio, di espressioni come persona con disabilità visiva, che possono essere utilizzate in determinati contesti istituzionali, ma che non devono necessariamente trasformarsi in un divieto morale nei confronti di parole più brevi e tradizionali.

La stessa UICI, del resto, porta nel proprio nome il termine ciechi. Il punto non è stabilire una volta per tutte quali parole siano “buone” e quali “cattive”. È capire chi parla, a chi, in quale situazione e con quale intenzione. Una parola può essere usata per ferire. Ma può anche accadere che un’espressione concepita per includere finisca, in un determinato contesto, per ottenere l’effetto contrario.

Come ricordava Tullio De Mauro, qualunque espressione può essere utilizzata per ferire, anche quelle che sulla carta sono state concepite con finalità inclusive.

Il maschile non marcato: perché “tutti” può includere anche le donne

Uno dei punti più discussi riguarda il cosiddetto maschile non marcato. Per comprenderlo è necessario liberarsi, ancora una volta, dall’idea che il termine “maschile” abbia sempre un significato sessuale. Il maschile non marcato svolge una funzione economica: permette di riferirsi a una categoria senza doverne specificare il genere ogni volta. Non significa necessariamente che il maschile “si imponga” sul femminile.

È un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo. La stessa economia linguistica opera in molti altri ambiti. Nella frase: Un buon medico spiega la diagnosi al paziente. Il presente verbale non indica necessariamente un’azione che sta avvenendo proprio nel momento in cui pronunciamo la frase. Allo stesso modo, medico può indicare l’intera categoria professionale senza riferirsi necessariamente a un uomo.

La lingua, insomma, non specifica tutto ogni volta che parla. E non potrebbe farlo: diventerebbe inutilmente ridondante.

Ma allora perché esistono “ministro” e “ministra”?

Questo non significa che la lingua sia immutabile. Le società cambiano e, con esse, cambiano anche le parole. Termini come ministra e rettrice possono tranquillamente entrare nell’uso quando una nuova realtà sociale rende utile o significativo esplicitare il genere della persona che ricopre una determinata carica. Ma qui bisogna distinguere due piani. Una trasformazione può essere socialmente significativa senza essere linguisticamente necessaria.

La lingua italiana funzionava anche prima di ministra e rettrice. Il fatto che oggi queste forme siano utilizzate può rispondere a esigenze culturali, sociali, politiche ed etiche, non a un’impossibilità strutturale della lingua precedente. E proprio per questo è importante non confondere tre concetti diversi: sesso biologico, identità di genere e genere grammaticale.

Hanno qualcosa in comune: la parola genere. Ma non sono la stessa cosa.

Quando è la società a rendere sessista una parola

Esistono poi casi nei quali il problema non risiede nella struttura grammaticale, ma nell’uso sociale che una comunità ha fatto di una parola.

Segretario e segretaria, per esempio, possono evocare ruoli sociali differenti. Lo stesso può accadere con cuoco e cuoca, oppure con governante. Ma se una forma linguistica finisce per evocare una posizione gerarchicamente inferiore, la causa non deve necessariamente essere cercata nella grammatica. Può essere la società ad avere costruito quella differenza. La lingua, in questo caso, registra una distinzione sociale già esistente. Ed è forse questa una delle conclusioni più importanti: cambiare la parola non significa automaticamente cambiare la realtà che quella parola descrive.

Il genere grammaticale cambia da lingua a lingua

Un modo particolarmente efficace per comprendere la questione è osservare le altre lingue. L’italiano non è certo l’unica lingua a possedere il genere grammaticale. Lo troviamo, con modalità differenti, in francese, spagnolo, tedesco, russo e in molte altre lingue. Esistono però anche lingue prive di genere grammaticale, come l’inglese, il finlandese, l’ungherese, il giapponese e il cinese. Se l’assenza del genere grammaticale producesse automaticamente società più rispettose della parità tra uomini e donne, ci aspetteremmo di trovare una correlazione molto forte tra struttura grammaticale e condizioni sociali.

La realtà è decisamente più complessa. Il genere grammaticale, infatti, è soltanto una delle tante caratteristiche di una lingua e non può essere utilizzato come spiegazione automatica dei comportamenti di una società.

Quanti generi può avere una lingua?

E qui arriva una delle curiosità più affascinanti della linguistica: non tutte le lingue organizzano il mondo attraverso la semplice opposizione maschile/femminile. In alcune lingue troviamo una distinzione tra animato e inanimato, riprendendo la voce curata da Devoto, dell’autorevole enciclopedia Treccani. In giapponese, per esempio, la scelta tra iru e aru dipende proprio dal tipo di entità a cui ci si riferisce.

In jingulu, lingua aborigena australiana, il sistema dei generi comprende categorie come maschile, femminile, animato e vegetale. Altre lingue distinguono gli oggetti in base a caratteristiche come commestibilità, forma o consistenza.

Questo ci ricorda una cosa fondamentale: le categorie grammaticali non sono fotografie della realtà, bensì strumenti che le lingue sviluppano per organizzare l’esperienza.

La lingua influenza la società o è la società a influenzare la lingua?

Arriviamo così alla domanda iniziale: la lingua è sessista? La risposta più onesta, probabilmente, è: non in modo così semplice.

Una lingua può certamente essere utilizzata per discriminare, offendere, escludere e perpetuare stereotipi. Ma non significa che ogni elemento grammaticale tradizionalmente associato al maschile o al femminile contenga automaticamente una discriminazione. La lingua registra la società, ma allo stesso tempo contribuisce a costruirla: è un rapporto circolare.

Per questo motivo, ridurre tutto alla contrapposizione “si dice/non si dice” rischia di produrre proprio ciò che vorremmo evitare: una nuova forma di autoritarismo linguistico. Essere madrelingua e saper parlare non significa automaticamente essere esperti di linguistica. Saper utilizzare un computer non rende una persona ingegnere informatico; costruire con i Lego non la rende architetto; giocare a battaglia navale non la trasforma in ammiraglio.

E lo stesso vale per la lingua. Il fatto che la utilizziamo ogni giorno non significa che ne conosciamo necessariamente il funzionamento.

L’inclusione non può diventare una guerra sulle parole

Ridurre le discriminazioni è un obiettivo fondamentale di una società sana e la lingua può certamente partecipare a questo processo. Eppure proprio per questo occorre evitare le soluzioni prêt-à-porter: quelle che sembrano risolvere un problema semplicemente introducendo una nuova desinenza, un simbolo o una parola. L’inclusione dovrebbe servire a facilitare la comunicazione, non a renderla più difficile. Se una forma è comprensibile, funzionale e condivisa dai parlanti, può entrare nell’uso. Se invece una soluzione rende il messaggio oscuro, impronunciabile o artificioso, vale la pena chiedersi se stiamo davvero migliorando la comunicazione.

Perché il rischio è quello di trasformare la lingua da strumento di relazione a terreno di scontro identitario. E a quel punto si perde di vista il vero obiettivo: comunicare.

Ma c’è di più.

Sempre in La razza e la lingua, il professor Moro prova che l’inclusione avviene ad un grado più alto o, meglio, naturale. Questa avviene tramite la spontaneità con cui i bambini, quindi le persone (termine femminile che indica sia maschi che femmine) imparano qualsiasi lingua spontaneamente, e, nelle sue parole: La natura ci ha dotato di una sovrabbondanza di informazioni che è quanto più lontano possiamo pensare dal razzismo, perché è la stessa per tutti. La natura ha fornito la predisposizione genetica all’apprendimento linguistico di tutte le lingue, e le relative istruzioni per apprenderle sono necessariamente dentro di noi.

La lingua non è innocente, ma nemmeno colpevole

Forse la soluzione sta proprio nel superare l’idea che la lingua debba essere giudicata come una persona: innocente o colpevole, inclusiva o sessista, corretta o scorretta. Le parole non vivono nel vuoto, ma nella bocca di qualcuno, davanti a qualcun altro, dentro una situazione concreta.

Per questo l’etica del linguaggio non può limitarsi al significante, cioè alla forma della parola. Deve interrogarsi sul significato, sul contesto, sull’intenzione e sull’effetto prodotto.

Come ricordava Octavio Paz, «Quando una società si corrompe, la prima cosa che va in cancrena è il linguaggio».

E forse proprio da qui dovrebbe partire la discussione sul sessismo linguistico: non dalla ricerca di parole moralmente pure, ma dalla responsabilità di chi le pronuncia.

Francesco Magnelli

Francesco Magnelli
Francesco Magnelli, romano di origine, valtellinese di adozione. Sono professore di lingue straniere nella scuola secondaria, naturalmente curioso e interessato ai diversi settori della comunicazione. Da estimatore del mondo della voce, ho creato LinguAdHoc: un podcast in cui tratto i molteplici aspetti delle lingue con un tono adatto a tutti, anche grazie alle interviste di professori universitari e dottorandi nei rispettivi campi di specializzazione. Da due anni a questa parte, collaborando con una docente esperta di violino, gestisco il progetto “Musica, lingua inglese, e gioco”, rivolto ai bambini di età prescolare.

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