Napoli, Ancelotti

Quello che è successo intorno al Napoli di Ancelotti e che sta infervorando la piazza nell’ultima settimana non resterà banalmente chiuso nel cassetto dei ricordi. Quanto accaduto nel post di Napoli-Salisburgo, con la squadra che ha disertato il ritiro a Castel Volturno imposto dalla dirigenza, infatti, è il risultato di una trama più unica che rara. E che ha fatto presto ad allarmare un enorme distesa di testate giornalistiche.

Com’è di norma in questi casi, le molte ipotesi avanzate su quanto accaduto (peraltro con pretese quasi imbarazzanti) hanno di fatto contribuito a fomentare ancora di più gli animi. In effetti va detto che il silenzio stampa, calato proprio dopo la serata di Champions League, ha remato nella direzione completamente contraria a un chiarimento dei fatti, lasciando intendere che la situazione fosse fuori controllo.

Sono così venute fuori le presunte liti negli spogliatoi, persino i nomi dei capi della “rivolta” che a furia di fare i detective hanno assunto i connotati di due calciatori in particolare (Allan e Insigne). I due sarebbero stati protagonisti di una scaramuccia (a livelli non ancora noti) con Edoardo De Laurentiis, figlio del patron Aurelio. Insomma, è bastato relativamente poco perché il momento poco propizio che il Napoli viveva già da alcune giornate in campionato si trasformasse improvvisamente in un giallo.

Inutile dire che oltre al danno questa storia ha portato una grossa beffa, facendo risaltare e, anzi, esagerando il momento negativo che Ancelotti e i suoi stanno vivendo.

Napoli, Ancelotti

Quello che sappiamo è che il Napoli è finito in un grosso baratro, e che con sé ha trascinato migliaia di persone che di calcio riempiono le proprie giornate. Chi solo sa che aria tira a Napoli ultimamente saprà che non c’è temporale che regga perché si eviti di parlare di inciuci sulla vicenda, che comunque in un modo o nell’altro hanno sopito (e non poco) l’entusiasmo della tifoseria. Gelide, infatti, sono state le sensazioni provate al San Paolo nella sfida contro il Genoa di sabato, che è finita tra i fischi e gli insulti che hanno accompagnato gli sguardi bassi della squadra al rientro negli spogliatoi.

Smettiamola di cercare un colpevole. Dietro situazioni difficili e fastidiose, infatti, tendiamo inutilmente a schierarci. Quasi che fosse obbligatorio avere un’opinione tonda e dettagliata su qualsiasi situazione o, perché no, a volte persino la soluzione, quando invece sarebbe meglio forse dare un peso anche a una semplice opinione da bar.

Sono sicuramente molti i fattori che possono condizionare i risultati di una squadra, e finché non potremo apprezzarli tutti da vicino sarà complicato prenderci la briga di puntare il dito contro chi, al servizio di una società e di un grosso giro di soldi, ci lavora. Del resto è proprio a partire da un atteggiamento del genere, di superiorità e controllo, che nel tifoso proliferano sfiducia e negatività. Qualità, queste, che non fanno altro che inquinare un’intera piazza calcistica, seminare discordia e gonfiare le aspettative.

Eppure, nonostante sembri che la maggior parte della tifoseria indichi in Carlo Ancelotti il principale responsabile della debacle, molti richiami e contestazioni sono state indirizzate direttamente ai giocatori, ai quali si tende ad accusare un gesto oggettivamente poco professionale (e per questo sanzionabile), come un ritiro boicottato. Qualsiasi cosa abbia dato la scintilla alle tensioni, dovremmo quindi iniziare a mettere da parte alcuni pensieri frettolosi e provare a scoprire un nuovo punto di vista.

Insomma, deve sicuramente esserci un motivo per il quale venticinque professionisti, tra cui giovani con aspirazioni forti che inseguono carriere di successo, decidano per un gesto così eclatante. Anzi, nessuno ne avrebbe gli interessi, soprattutto considerando che i rischi potrebbero superare di gran lunga i benefici (e chi gioca in una società come il Napoli lo sa). Non c’è stipendio che tenga perché qualcuno possa lamentare un disappunto in un modo così deciso.


Al momento i calciatori hanno responsabilità ed è innegabile. Lo hanno dimostrato sul campo ed è solo qui che restano colpevoli, almeno fin quando non si farà luce sui retroscena degli spogliatoi. Solo allora, infatti, si potranno ridefinire le parti in gioco, seppur con un non piccolo beneficio del dubbio. Questa situazione, tra l’altro, non deve nemmeno rischiare di uscir fuori dai binari e cadere in discorsi di rito, che possano sottolineare il peso di certi errori arbitrali o, se vogliamo, della semplice sfortuna.

La crisi d’identità della squadra non dipende da un solo fattore isolato. Che dire, infatti, di Aurelio De Laurentiis, che fa da capro espiatorio preferito di chi ama il gioco al massacro. Senza dubbio sarà stato a modo suo poco garbato in recenti dichiarazioni (su Mertens e Callejon per esempio), ma è davvero difficile questa volta buttare la croce solo addosso a lui. Come tutti, ha probabilmente fatto delle scelte sbagliate e l’ultima è stata proprio il silenzio stampa. Ma come si dice: chi non fa, non falla. [Fonte: ammenOttimistiNapoletani]

Napoli, Ancelotti

A questo punto dovrebbe venir meno anche la tentazione di sindacare così a lungo sulle responsabilità di Carlo Ancelotti, perché un “allenatore da Viterbese” – come qualcuno troppo frettoloso l’ha bollato – probabilmente si sarebbe fermato nell’avventura al Napoli molto prima, evitando di sorridere a bocca larga dopo il mercato estivo e di portare i suoi a piccole grandi imprese (come battere i campioni d’Europa in carica).

Sembra invece che a Napoli non si faccia altro che parlare di tattica e abbozzare formazioni, tant’è che si potrebbe ingenuamente pensare che tutto dipenda da un semplice cambio di modulo. Un minimo di responsabilità dal punto di vista del gioco sono sicuramente imputabili al tecnico (che non sembra comunque il tipo che evita di prendersele), che, anzi, come nessun altro in questa situazione potrà prendere gestire giocatori e società. I tifosi un po’ meno, almeno finché il pallone non inizierà ad entrare nel sacco con regolarità. Dalla sua, va detto che Carlo Ancelotti ha ritrovato un organico potenzialmente duttile a sua disposizione, ed è su questo che ha deciso, partendo dall’impronta di un 4-4-2, di intraprendere vari piccoli sistemi di gioco che nascono dall’applicazione di questo modulo.

Il 4-4-2 è un modulo pensato per sviluppare il gioco sulle fasce, che il Napoli ha cominciato a usare già dall’anno scorso. Nella maggior parte dei casi, i terzini salgono a dar man forte all’ala di riferimento, che Ancelotti ha voluto fosse Lorenzo Insigne (meno dribblatore ma con più libertà di inventiva), con la possibilità che la “seconda punta” si avvicini per offrire la triangolazione o per contribuire a creare spazi portando via difensori avversari (in questo e nell’appropriarsi dei cosiddetti half spaces Dries Mertens potrebbe far scuola) e creando quindi una superiorità numerica nella zona in questione.

A questo vanno aggiunti diversi aspetti, che rendono il 4-4-2 un modulo tanto semplice nell’idea quanto complesso nella messa a punto, dato che la squadra si muove d’insieme ed è vincolata a tenere vicine le linee. Alternative potrebbero venire da altri attaccanti, vale a dire Milik (atipico nella sua propensione a ricacciarsi a toccare il pallone fuori dall’area) o lo stesso Lozano. Sono le corsie centrali che, ad ogni modo, senza un centrocampista di interdizione come Allan, lasciano poca inventiva agli uomini sulle fasce e finiscono a forzare le avanzate di un difensore come Kalidou Koulibaly.

Un modulo come il 4-4-2 (che è rivisitato in chiave moderna) sicuramente causa una certa inferiorità numerica in mezzo al campo nel momento in cui gli avversari sono schierati con una mediana composta da tre effettivi (caratteristica questa molto diffusa tra le formazioni che godono dell’uomo davanti alla difesa). In secondo luogo, in mancanza di giocatori appositamente intermedi, le linee del Napoli tendono a diventare rigide e aumentano la probabilità di un contropiede avversario.

Il calcio moderno vive di un uomo fra difesa e centrocampo durante la fase di non possesso, motivo per cui moduli come il 4-3-3 vanno preparati a tavolino e non si improvvisano facilmente. E conosciamo bene alcune delle poche e sensate ragioni per le quali schemi di questo tipo non potrebbero a rigor di logica calzare al tipo di rosa medio che ha a disposizione la squadra.

Nell’organico manca un regista arretrato, e un’ala poco ortodossa come Jose Callejon, che negli anni ha decentrato molto il suo raggio d’azione, dimostrando spesso che anche in un attacco a tre tendeva a diventare di fatto un esterno largo e pronto per lo più a inserirsi. Per questo, mentre il 4-4-2 rappresenta talvolta una soluzione strategica, il 4-3-3 è una predisposizione tattica definitiva (vedi Sarri).

Che cosa aspetterà il Napoli nelle prossime settimane, a questo punto, chi può dirlo; fatto sta che la palla di vetro è nelle mani di Carlo Ancelotti. E che questa triste storia di un San Paolo poco convinto, disilluso e a tratti passivo è lo specchio di quanto aleggia anche lontano da Fuorigrotta, tanto che potrebbe contribuire negativamente a un momento già poco roseo e aggiungersi alla lista dei problemi.

Questo il presidente De Laurentiis lo sa, e sa bene anche che, a patto che nelle prossime settimane non si risolva ufficialmente la vicenda con un mea culpa nel rispetto dei tifosi, la speranza di un colpo di reni psicologico andrebbe a calare. Difficili saranno da prevedere le prossime azioni del patron del Napoli che, al di là delle beghe legali che lo interessano in prima persona con i giocatori, potrebbe concedere ad Ancelotti tempo finché il rischio di compromettere anche i minimi obiettivi diventi troppo grande. Di tempo il tecnico brianzolo ne ha ancora (aspettando la pausa nazionali), e gli toccherà vestire presumibilmente il peggior ruolo della telenovela. Ruolo chiave, che potrà confermare o ribaltare tutto.

Intanto, dal momento che pur tifano per la maglia sono comunque undici i giocatori che in campo la indossano, è necessario che questa crisi abbia una fine. Un buon modo sarebbe ricordarsi che a non tutte le domande si può sempre dare una risposta. Questa smodata tendenza a schierarsi e a pretendere che il mondo progredisca a ritmo dicotomico non fa che portare confusione. Questa volta, anziché perdere il senno a sbrogliare la matassa e a cercare un capro espiatorio che non arriverà, dovremmo seriamente convenire e accettare che nessuno ha colpe, quando tutti ne hanno.

Fonte immagine in evidenza: Goal.com

Nicola Puca

Lascia un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here