irlanda unione europea
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Il 23 giugno 2016 si è tenuto nel Regno Unito un referendum sulla permanenza del paese nell’Unione Europea. Esso ha assunto l’appellativo di Brexit perché si è concluso con il 51,9% dell’elettorato favorevole all’uscita. Tuttavia il voto non è stato omogeneo e unanime: il leave ha vinto in Inghilterra con il 53,4%, ed in Galles con il 52,5%, mentre il remain ha vinto in Scozia con il 62% ed in Irlanda del Nord con il 55,8%.

Il verdetto referendario, quindi, è andato contro la volontà della maggioranza degli elettori nordirlandesi. Per tale motivo, essi hanno iniziato a mettere in discussione i risultati prodotti dal processo di pace e la permanenza dell’Irlanda del Nord nel Regno Unito. Gli esiti del referendum hanno sollevato in particolare tre importanti interrogativi in merito a:

  • il processo di pace in Irlanda del Nord, sostenuto dall’Accordo del Venerdì Santo;
  • la circolazione di persone, merci, servizi e capitali tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda e il relativo confine;
  • le relazioni tra la Repubblica d’Irlanda e il Regno Unito.
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Con la Brexit ritorna l’incubo della violenza in Irlanda del Nord

Per affrontare il primo punto è opportuno ritornare indietro nel tempo. Negli anni ‘60, la comunità cattolica incominciò a mettere duramente in discussione il sistema discriminatorio sul quale poggiava la società nordirlandese, a maggioranza protestante. Questo diede vita ai “Troubles”, un conflitto civile a bassa intensità che, nel corso dei decenni, finì per coinvolgere l’intero arcipelago britannico.

Agli albori degli anni ’90, tuttavia, la comunità protestante e quella cattolica dovettero riconoscere che la violenza stava dilaniando la società nordirlandese senza produrre i risultati sperati. Così Gran Bretagna e Repubblica d’Irlanda avviarono delle trattative per trovare una soluzione sulla questione irlandese. In seguito a lunghi e significativi colloqui con le organizzazioni paramilitari di entrambi i lati, i due paesi riuscirono a concertare una soluzione politica che potesse accogliere le richieste della comunità cattolica, e nello stesso momento salvaguardare gli interessi della comunità protestante. Il 10 aprile 1998, così, venne siglato il Good Friday Agreement, un doppio accordo tra i principali partiti politici dell’Irlanda del Nord, nonché tra il governo britannico e quello irlandese. Con questo accordo le parti si impegnarono a devolvere importanti poteri al nuovo parlamento dell’Irlanda del Nord, per attenuare le richieste di secessione dei nazionalisti. Inoltre, stabilì che l’Irlanda del Nord è parte del territorio del Regno Unito, a meno che la maggioranza della popolazione dell’Irlanda del Nord e della Repubblica d’Irlanda non manifesti una volontà contraria mediante un referendum. In questa eventualità, il governo britannico e quello irlandese hanno l’obbligo giuridico di realizzare l’unificazione dell’Irlanda. Con l’accordo del Venerdì Santo fu messa la parola fine a quell’infausto periodo della storia nordirlandese, che produsse in tre decenni poco più di 3.600 vittime.

In seguito ai risultati della Brexit, tuttavia, la paura della violenza ritorna in auge all’interno della società nordirlandese. Secondo il Professor Duncan Morrow, infatti, l’Accordo del Venerdì Santo si è distinto per «assenza di partenariato all’interno di un impegno politico per la riconciliazione finale» . Ciò che egli intende dire è che l’accordo aveva come fine la riconciliazione, ma non vi era alcun impegno pratico da parte dei politici a lavorare insieme, a compiere i passi scrupolosi necessari per la creazione di un’identità comune, ovvero un’identità nordirlandese. La “condivisione del potere” non è mai stata interpretata come una vera e propria “partnership”. Si è trattato, dunque, di un modello di accordo che nel corso degli anni si è autoalimentato della paura e la sfiducia della popolazione nordirlandese. I due partiti principali, il Democratic Unionist Party e lo Sinn Féin, infatti, rimangono tutt’oggi costruiti su valori settari e si occupano solo di interessi e questioni delle comunità che rappresentano, prontamente sottolineati dagli enormi murales sui timpani delle case a schiera, raffiguranti gli eroi di ciascuna delle parti. Ne consegue che solamente un accordo di recesso negoziato tra l’Unione europea ed il governo britannico riscontrerebbe il consenso di entrambe le comunità e scongiurerebbe il ritorno del paramilitarismo in Irlanda del Nord.

L’importanza del Mercato unico europeo per l’unificazione dell’isola

Per quanto riguarda il secondo punto è opportuno rivedere le relazioni economiche tra Gran Bretagna e Repubblica d’Irlanda all’interno del contesto europeo. Nel 1973 i due Stati divennero membri della Comunità Economica Europea. Tuttavia, fu l’entrata in vigore del Mercato unico europeo nel 1992 che modificò radicalmente le relazioni all’interno dell’arcipelago britannico e mise da parte le aspirazioni di unità irlandese. Smantellando le barriere doganali e sminuendo l’utilità dei confini politici, il Mercato unico mise d’accordo sia la comunità protestante che quella cattolica. La prima, rimaneva nel Regno Unito, mentre la seconda poteva finalmente congiungersi con la Repubblica d’Irlanda. Attenendoci ad un rapporto della NISRA, è possibile sostenere che il commercio transfrontaliero ha reso le economie dell’arcipelago britannico interdipendenti tra di loro. Tale documento riporta che nel 2016 l’Irlanda del Nord ha fatturato circa 14.2 miliardi di sterline attraverso le esportazioni dirette in Gran Bretagna e 4 miliardi di sterline tramite le esportazioni dirette nella Repubblica d’Irlanda. Al contrario, è stato calcolato che il valore totale delle importazioni provenienti dalla Gran Bretagna, sia ammontato a circa 12.5 miliardi di sterline, mentre quello delle importazioni provenienti dalla Repubblica d’Irlanda a circa 2.8 miliardi di sterline. Nel 2019, invece, le esportazioni del Regno Unito nella Repubblica d’Irlanda sono valse 38,3 miliardi di sterline, mentre le importazioni dall’Irlanda sono state di 24,4 miliardi di sterline.

In ogni caso, dopo la Brexit, la posizione iniziale della Repubblica d’Irlanda è stata quella di accettare la decisione dell’Unione Europea, secondo cui le leggi e lo spazio esistenti sarebbero rimasti immutati. Ma un confine rigido avrebbe separato la Repubblica dalle sei contee dell’Irlanda del Nord. Per evitare tale scenario, così, si è pensato di inserire nell’accordo di recesso del Regno Unito dall’UE un meccanismo di backstop, ovvero una “rete di protezione” che tutelasse gli interessi di tutti gli attori al tavolo delle trattative. Esso avrebbe consentito di evitare la creazione di un confine rigido tra la Repubblica e l’Irlanda del Nord, nel caso in cui Regno Unito e Unione Europea non avessero trovato un accordo complessivo sui loro nuovi rapporti commerciali. Tuttavia, il parlamento britannico ha bocciato questa soluzione, con larghissima maggioranza. Un mancato accordo di recesso, dunque, influirebbe negativamente su entrambe le economie. Ma, se Londra potrà contare sulla potenza finanziaria della City per attutire i danni, la Repubblica d’Irlanda avrà bisogno di tempo per riconvertire la propria economia e trovare nuovi mercati di destinazione.

Gioco a somma positiva tra Unione Europea e Repubblica d’Irlanda

In ultimo, arriviamo al terzo punto. L’Unione Europea deve far valere la propria autorità, per non perdere credibilità dinanzi agli stati membri. Ragion per cui, diversamente dal passato, i negoziati per la Brexit collocano in una posizione di forza la Repubblica d’Irlanda. Questa volta, è la Gran Bretagna ad essere il paese relativamente piccolo e isolato. La Repubblica d’Irlanda non è l’Impero britannico, ma ha dalla sua parte l’enorme supporto politico ed economico dell’Unione Europea. Da una parte, dunque, l’Unione Europea ha bisogno della Repubblica d’Irlanda per danneggiare la Gran Bretagna, in modo da mostrare ai suoi membri a cosa va incontro chi esce dall’unione. Dall’altra, invece, la Repubblica d’Irlanda ha bisogno dell’Unione Europea per negoziare condizioni vantaggiose che potrebbero condurre verso una futura unificazione dell’isola. Questo dimostra che anche un paese con potere molto ridotto all’interno dell’UE, ha più influenza di un paese molto più grande all’esterno, se supportato dagli altri stati europei.

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Il vero successo per l’Unione Europea sarebbe stipulare un accordo che riesca a congelare le relazioni attuali tra Repubblica d’Irlanda ed Irlanda del Nord. Appoggiare apertamente le rivendicazioni di indipendenza dei repubblicani, per dare una lezione alla Gran Bretagna, potrebbe rivelarsi una mossa avventata. Ciò, infatti, permetterebbe di creare un pericoloso precedente su cui potrebbero fare affidamento future rivendicazioni di indipendenza, all’interno degli altri stati membri. Una su tutte, quella catalana, già respinta in passato. Riuscire, invece, a salvaguardare gli stretti rapporti tra la Repubblica e le sei contee del Nord, consentirebbe alla comunità cattolica di chiedere a gran voce un referendum in merito all’unificazione dell’isola, dato che sarà rilevata come maggioritaria, salvo clamorosi colpi di scena, in seguito al censimento che si terrà nel 2021.

Gabriele Caruso

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