Fenomenologia delle proteste di piazza e della lotta di classe in pandemia
Il quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo. Fonte: Rai Radio3

Le recenti proteste di piazza in Italia, esplose nel contesto del perdurare della pandemia e dei nuovi lockdown, si articolano attraverso una simultaneità di dinamiche e sono generate da una notevole frammentarietà e polimorfia. Per questo motivo, s’incontra un’estrema difficoltà nel poterne scrutare immediatamente l’orizzonte socio-politico e nel decifrarle in una visione d’insieme. Eterogeneità e discordanza di modalità, di istanze e di propositi contraddistinguono endemicamente le proteste di piazza: esse infatti possono essere episodiche, infrequenti, ricorrenti, pacifiche, reazionarie e sovversive. Le coesioni e le divisioni di classe, le affinità variabili, i flussi discontinui e i contraccolpi imponderabili ne rimarcano altresì sia la non appartenenza a nessuna presupposta linearità politica sia l’effettiva efficacia nel lacerare la fittizia uniformità sociale.

Fenomenologia del disagio socio-economico

Gli individui e gli strati sociali più colpiti dalla crisi sociale, economica e sanitaria più acuta della post-modernità si ribellano spontaneamente e anche con violenza. Si ribellano a uno stato di cose che legittima e alimenta determinati rapporti di produzione economici e di riproduzione sociale che si fondano esclusivamente sulla sopraffazione degli indigenti ad appannaggio di pochi rentiers.

Il conflitto sociale dilagante mostra enormi crepe sui pilastri dell’attuale architettura sociale. Anche se nelle attuali proteste di piazza pare non vi siano i prodromi d’una rivoluzione locale o globale, il blocco sociale dominante edificato attorno agli interessi di poche corporation e holding, con un’ampia compartecipazione della media e della piccola borghesia fidelizzata grazie alle defiscalizzazioni, ai condoni e alla legalizzazione del precariato, sta pericolosamente vacillando. Infatti persino la cosiddetta middle class sta subendo da tempo un processo di proletarizzazione innescato dalla ciclica deriva monopolistica e debitocratica del cosiddetto libero mercato.

La consunzione sociale e ambientale derivante dal sistema capitalistico è evidente, alcune delle cause dell’attuale pandemia ne danno ulteriore conferma: urbanizzazione, deforestazione, sovrapproduzione agricola e allevamenti intensivi. Difatti il covid-19 ha permesso di smascherare i meccanismi – profilati come naturali e indiscutibili –  che in realtà producono soltanto liberi schiavi, miseria e morte. In piena pandemia ogni Stato prova ad arginare la catastrofe con politiche più autoritarie, con effimero sostegno monetario ai più colpiti e con le nazionalizzazioni di alcuni settori dell’apparato produttivo, nel perdurare di enormi carenze del welfare. Da tutto ciò, è possibile sintetizzare un dato politico: l’essenziale è rispettare il più possibile i meccanismi del Capitale.

Proteste di piazza
Proteste di piazza a Piazza Plebiscito. Fonte: Potere al Popolo

Dunque, il capitalismo ha in sé i germi della propria distruzione e al momento sembra essersi esaurito il tempo della mendace pace sociale. Le misure extraordinaire che sono state varate dai governi in tutto il mondo occidentale – dalla Francia all’Italia, dalla Polonia alla Grecia, ma non gli Stati Uniti, non a caso il principale lazzaretto globale – sono generalmente analoghe: coprifuoco insensati, chiusure parziali e inefficaci e normative farraginose annunciate in modo teatrale, comportano inevitabilmente risultati ininfluenti rispetto all’obiettivo dichiarato, ossia soffocare il diffondersi della pandemia.

È palese: salvaguardia della salute collettiva e tutela d’una economia predatoria non sono conciliabili. Dopo decenni di selvaggio smantellamento della sanità pubblica e delle altre infrastrutture sociali, le contraddizioni del tracollo si riversano bruscamente su molti strati sociali. L’istinto di sopravvivenza non è sopprimibile, ragion per cui la combinazione di mancanza dell’abituale reddito minimo e la sensazione di incertezza imperante incrementano inevitabilmente la tensione sociale.

L’inesistente credibilità della classe dirigente e l’erosione delle già pessime condizioni di vita di gran parte della popolazione generano inevitabilmente una reazione popolare che si condensa nelle proteste di piazza, seppur confuse e indistinte. Ecco il brutale fascismo economico che nega alle persone il diritto alla salute, alle risorse per esistere e al proprio tempo di vita, in nome della produttività e della crescita. Di conseguenza, nel contesto marginale d’un oscurantismo anti-scientifico e fascistizzante, si rinfocolano i prodromi d’una lotta di classe. In moltissime città del mondo ci sono stati tafferugli, cariche impetuose della polizia a danno delle e dei manifestanti, lancio di petardi e molotov.

Proteste di piazza Gilet Gialli. Fonte: Fondazione per la critica sociale

La composizione e la prossemica sociale e politica di tali contestazioni è fortemente disomogenea e complessa, giova ribadirlo. Infatti, nella medesima piazza a esprimere il proprio malessere sociale v’è la piccola borghesia vessata e bruscamente declassata ancor più dai decreti anti-covid, vi sono insegnati, operatori e operatrici del vilipeso mondo dell’arte e dello spettacolo, lavoratori e lavoratrici che rischiano di contagiarsi sul luogo di lavoro e sui mezzi pubblici. Non ultimi, il sottoproletariato dell’economia informale, i disoccupati ormai marginalizzati, le studentesse e gli studenti gravati dalle spese mensili. Non mancano neppure i gruppi organizzati dei sindacati, dei comunisti e degli anarchici, ma anche frange neo-fasciste. Distinzioni politiche a parte, si tratta in larga parte di vittime delle disuguaglianze economiche riconducibili al lavoro precario, in nero o sottopagato, spesso ai limiti della legalità, con tutele blande o inesistenti e irrisori ammortizzatori sociali.

In definitiva, si può dire che le soggettività politiche e i movimenti sociali non sorgono mai puri e si strutturano, forse, lungo il cammino. Ogni strato sociale lotta a modo proprio, spinto dalle necessità basilari e dal grado di coscienza – sovente pregno di limiti e illusioni – storicamente acquisito in base alle condizioni oggettive e alle esperienze di lotta pregresse. Tutto ciò rispecchia inevitabilmente la dialettica del reale (Wirklichkeit). Pertanto le proteste di piazza sono l’improvvisa conflagrazione delle contraddizioni sistemiche.

Citando Lenin: «Colui che attende una rivoluzione sociale “pura”, non la vedrà mai. Egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione».

Proteste di piazza e Mass Media

I mass media e le forze politiche parlamentari tendono a marginalizzare e criminalizzare le proteste di piazza e le rivolte popolari, spesso ne spettacolarizzano gli aspetti secondo loro più trasgressivi, evidenziandone l’inenarrabile conflittualità e lo scandaloso disordine. La spirale depressiva e il bruciante dissenso che trapelano dai riots vengono identificati come uno stigma e non come un sintomo scaturito sia dall’incapacità di dar voce al disagio reale da parte di tutte le forze politiche tradizionali sia da un modello socio-economico disumano, fortemente repressivo e iniquo.

La cronaca ufficiale strumentalizza e proscrive all’ordine del giorno le proteste di piazza, dandone dunque una visione tetra e con ciò asseconda sia la pubblica riprovazione sia l’ottundimento interpretativo. Ciò avviene necessariamente poiché le proteste e i tumulti eccedono le logiche della politica formale e istituzionale, e di conseguenza la governance stato-centrica deve demonizzare e sopprimere questi fenomeni viscerali, sorvegliando rigorosamente i confini dell’ordine sociale costituito.

Banksy (apictureofpolitics.com)

L’indiscussa sovranità statale è il criterio attraverso cui tracciare il confine tra il politico e l’impolitico, tra il civile e l’incivile, tra l’ordine e il caos. Ma le proteste di piazza sono una vera e propria «esplosione sociale», che accentua lo sgretolarsi di tale paralizzante dicotomia e mostra uno spiraglio per una prospettiva sociale differente. La prospettiva di chi è stato cannibalizzato da un sistema economico che ha innescato la polarizzazione della ricchezza da una parte e della miseria dall’altra. La miseria degli emarginati, dei discriminati, degli sfruttati, e soprattutto degli inascoltati. Se organizzate politicamente le proteste di piazza potrebbero mettere in discussione l’ideologia dogmatica che deriva dalle contraddizioni dell’organizzazione statale, e con ciò mettere in evidenza la violenza legalizzata che viene impunemente esercitata a più livelli e destituire di fatto la supremazia dei detentori del potere politico ed economico.

Lotta di classe e status quo

Citando Marx: «Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza». Al momento alcune delle proteste di piazza propagatesi nelle varie città del mondo non incarnano né un immaginario collettivo alternativo né una volontà generale d’abolire lo stato di cose presenti, bensì esprimono rivendicazioni lavoriste e corporativiste, senza quindi scalfire né lo status quo né l’inconciliabilità tra gli interessi di classe. Però ve ne sono altre che invece intaccano il dominio dell’individualismo sfrenato e reclamano reddito universale, diritto alla salute e nel complesso designano un modello societario antitetico a quello odierno. È chiaro che la ricostruzione d’un blocco sociale egemone e rivoluzionario è ancora da concepire, ciononostante la glaciale passività delle masse pare essersi infranta.

In un contesto d’ingovernabilità possono riemergere il valore d’umanità e di bene comune, è possibile contestare una quotidianità fatta di automatismi, di feroce competitività e riflettere sulla struttura stessa del disastro. L’antagonismo di classe può manifestarsi mediante la radicale necessità di stravolgere il modo di produzione vigente – che dissemina persino pandemie – affinché si estirpi la barbarie del capitalismo.

Non è più possibile tornare alla normalità perché la normalità era ed è il problema.

Gianmario Sabini

Gianmario Sabini
Sono nato il 7 agosto del 1994 nelle lande desolate e umide del Vallo di Diano. Laureato in Filosofia alla Federico II di Napoli. Adoro Marx, Nietzsche, Beethoven, Stravinskij, John Bonham, i Black Sabbath, i Pantera e i Tool. Detesto i moderati, i fanatici, gli spocchiosi self-made man, i tuttologi, Calcutta e i Thegiornalisti. Studio, scrivo articoli per LP e per Intersezionale, bevo sovente per godere dell'oblio, suono la batteria. Morirò.

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