Cop26 giustizia climatica sud globale
Foto: Pexels.com // Denniz Futalan

La prima settimana della Cop26, tra proclami e accordi, si è aperta con un’ammissione di colpa. I Paesi sviluppati non hanno mantenuto una promessa fatta ai paesi del Sud globale nel 2009: finanziare la loro transizione ecologica con 100 miliardi dollari l’anno entro il 2020. Per evitare il fallimento della Conferenza di Glasgow, è necessario ricostruire fiducia tra le parti, in nome delle responsabilità comuni ma differenziate. L’unico modo è porre al centro dei negoziati della Cop26 la giustizia climatica.

La “Quota 100” per il clima: promesse disattese

Alla Cop15, a Copenaghen, i Paesi ricchi avevano infatti promesso finanziamenti annuali, pubblici e privati, per aiutare i paesi del Sud globale in materia di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico, promessa reiterata e prolungata fino al 2015 alla Conferenza di Parigi. Il sistema per realizzare questo trasferimento di risorse, sotto coordinamento del FMI, era però pieno di crepe: tralasciando l’entità risibile dei fondi (insufficienti per le stesse Nazioni Unite), non era chiaro il modo e a chi sarebbero andati i soldi, ma soprattutto si trattava per lo più di prestiti e non di trasferimenti a fondo perduto (differenza che in quest’ultimo anno in UE abbiamo imparato a cogliere), con enormi iniquità tra Paesi in via di sviluppo e Paesi più poveri.

La promessa era un barlume di speranza su cui non si era giunti a un accordo al Summit del G20 a Roma di fine ottobre, limitandosi nella Dichiarazione finale a una generica riaffermazione dell’impegno preso. Un mancato accordo tra i 20 (che rappresentano circa l’80% delle emissioni globali di gas climalteranti) ha significato il fallimento nel trovare un’intesa sulla Quota 100 per il clima alla Cop26.

Se messi a confronto con i sussidi ai combustibili fossili (11 milioni di dollari al minuto), 100 miliardi l’anno per aiutare i Paesi in via di sviluppo a raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sono ben poco. Eppure le nazioni sviluppate sono riuscite a tradire l’impegno ogni singolo anno. Secondo un recente rapporto dell’OCSE, i fondi mobilitati non hanno mai raggiunto la cifra promessa, registrando il tetto massimo nel 2019, ultimo anno per cui sono disponibili dati, con soli 79,6 miliardi. È probabile che Quota 100 per il clima sarà raggiunta solo nel 2023, anche se il 5 novembre, John Kerry, inviato speciale per il Presidente degli Stati Uniti, ha annunciato che i 100 mld per il Sud globale arriveranno l’anno prossimo.

La finanza per il clima alla Cop26: annunci e accordi al ribasso

Cop26 giustizia climatica Sud globale
Gli Stati insulari come le Isole Marshall sono tra le più vulnerabili al cambiamento climatico e hanno bisogno del sostegno finanziario dei paesi più ricchi per l’adattamento.
Foto: Asian Development Bank

La finanza per il clima ha la capacità di far emergere nitidamente le asimmetrie di potere e di interessi tra gli Stati. Di fronte al naufragio della promessa fatta nel 2009, è stato presentato un nuovo piano di finanziamento dai ministri di Canada e Germania insieme al Regno Unito, secondo cui nel periodo 2020-2025 (quindi non calcolato sui singoli anni) si prevede un finanziamento medio di 100 miliardi all’anno, tenendo conto dei fondi aggiuntivi già annunciati da altri Paesi sviluppati durante la Cop26 e stabilendo principi per il miglioramento dell’erogazione dei fondi.

La promessa disattesa ha incrinato i rapporti e la fiducia tra Paesi del Nord e del Sud globale alla Cop26. Alcune nazioni in via di sviluppo, tra cui diverse nazioni africane, Cina, India e Indonesia, hanno formalmente chiesto agli Stati più sviluppati a partire dal 2030 un finanziamento annuo di 1.3 trilioni di dollari, in linea con il fabbisogno calcolato dall’ONU. L’Occidente ha accolto con freddezza la richiesta, adducendo che fissare obiettivi post-2025 è ancora prematuro, vista la difficoltà di mantenere la promessa fatta nel 2009.

I finanziamenti per il clima giocano un ruolo fondamentale nell’aiutare i Paesi in via di sviluppo a combattere il cambiamento climatico e ad adattarsi ai suoi impatti. In questo senso, i fondi multilaterali per il clima sono il fulcro per mobilitare queste risorse. Al centro della strategia di finanziamento delle Nazioni Unite vi è il Green Climate Fund, che per dissidi interni tra membri dei Paesi ricchi e del Sud globale per l’indirizzamento delle risorse non è in grado di sfruttare la sua potenza di fuoco. Non migliora il quadro l’ipertrofia di agenzie per la finanza climatica, ognuna con le proprie regole e requisiti, per quanto capaci di creare sinergie. Anche gli organismi multilaterali di credito hanno annunciato nuovi impegni: la Banca Mondiale ha dichiarato durante la Cop26 che spenderà 25 mld di dollari all’anno per il clima, dedicando fondi a piani speciali per l’agricoltura e il settore alimentare.

In questi giorni a Glasgow fioccano comunque annunci e piani in materia. Alcune proposte per mobilitare risorse finanziare riguardano l’emissione di nuovi Diritti Speciali di Prelievo (la “valuta” del FMI) direttamente collegati alla transizione ecologia, o la creazione di una carbon tax globale e dazi sulla CO2. Ma rimangono iniziative su cui è difficile trovare il consenso necessario.

Qualcosa però si muove. Venti Paesi, tra cui Stati Uniti e Regno Unito (a cui si è aggiunta al fotofinish l’Italia, sembra per contrasti tra il Ministro della Transizione ecologica Cingolani e quello dell’Economia Franco), sono giunti a un accordo per abbandonare il finanziamento pubblico all’estero su tutte le opere legate ai combustibili fossili. Una buona notizia, che potrebbe non solo smobilitare risorse verso la produzione di energie rinnovabili, ma soprattutto iniziare a rendere il capitalismo fossile non più redditizio. Un altro accordo collaterale (ovvero non direttamente parte delle negoziazioni della conferenza) è la Global Energy Alliance annunciata dal Ministro Cingolani, un fondo da dieci miliardi, con l’obiettivo di arrivare a Quota 100, diretto dagli Stati ma con capitali privati, per una transizione energetica verde.

Nonostante gli annunci e le promesse, in materia di finanza per il clima trovare un’intesa sulle ingenti risorse necessarie durante Cop26 sarà arduo, con accordi al ribasso a fare da padroni.

Giustizia climatica e sociale per il Sud globale

Cop26 giustizia climatica Sud globale
Fonte: Ispi

È un dato di fatto: i Paesi sviluppati hanno responsabilità maggiori perché hanno inquinato di più e più a lungo. Le emissioni storiche di gas climalteranti, rispetto alle emissioni attuali, sono alla base per chiedere giustizia climatica in occasioni come la Cop26 e ricostruire fiducia tra le parti. I Paesi in via di sviluppo, che hanno storicamente contribuito molto meno alla crisi climatica attuale, subiscono le conseguenze peggiori dello sviluppo economico altrui, in modo sproporzionato anche all’interno dei propri confini, con gli impatti più pesanti su donne e giovani. Questi paesi hanno bisogno di essere ascoltati.

Se invece analizziamo le proiezioni delle emissioni individuali, il confronto è ancora più impietoso. Uno studio ha calcolato che a questi livelli di consumo, entro il 2030 l’1% più ricco del pianeta sarà responsabile del 16% delle emissioni globali (70 tonnellate di CO2 pro capite all’anno), mentre la metà più povera della popolazione mondiale emetterà in media una tonnellata pro capite. Il consumo di lusso dell’1% (come andare in gita nello spazio) minaccia l’obiettivo di Cop26 di mantenere il riscaldamento globale entro 1.5°C. Giustizia sociale e giustizia climatica vanno di pari passo: l’oceanica manifestazione a Glasgow (almeno 100.000 persone) in occasione della Giornata Mondiale di Azione per la Giustizia Climatica sembra averlo recepito, a differenza dei leader presenti alla Conferenza.

Vi è anche un altro aspetto da non sottovalutare: i Paesi più sviluppati, se mettono mano al portafoglio per finanziare la transizione nel Sud globale, lo fanno spesso sotto forma di prestiti, esacerbando le disuguaglianze tra Paesi e relegando gli Stati più poveri in trappole del debito per adattarsi ai disastri che i creditori stessi hanno causato. In sede di negoziazioni alla Cop26, una proposta da parte della Germania è stata quella di adottare degli swaps tra debito e misure di adattamento, soprattutto per i piccoli stati che emettono poco e che quindi devono puntare meno a misure di mitigazione. Invece che ripagare i debiti in valuta forte, si potrebbero convertire in valuta locale e investire localmente.

La transizione ecologica, il passaggio a una struttura economica e produttiva sostenibile, è una questione di giustizia climatica e di macroeconomia: i Paesi del Sud globale devono adattare le proprie strutture produttive soprattutto per il loro benessere, allo stesso ritmo delle nazioni più sviluppate e a condizioni di finanziamento eque. Altrimenti, come avverte il Ministro dell’Economia argentino Martín Guzmán, i vantaggi competitivi sviluppati dai Paesi più ricchi approfondiranno le disuguaglianze già esistenti.

Ci siamo appena imbarcati in un processo di cambiamento strutturale profondo, ma non possiamo più permetterci la dissonanza cognitiva di fissare obiettivi ambiziosi da qui a trent’anni con una strenua difesa dello status quo nel tempo presente e senza giustizia climatica. Senza i Paesi in via di sviluppo a bordo di una transizione ecologica equa e giusta, non solo la Cop26 rischia di fallire, ma il pianeta ha poche chance di evitare le conseguenze più catastrofiche del cambiamento climatico.

Augusto Heras

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