Persi nei meandri dell’ipocondrica tensione sociale, dopo gli accadimenti sconcertanti che hanno reso Parigi “capitale del mondo“, Eco & Narciso azzarda il capovolgimento riflessivo – perché sulla questione, generalizzando il più possibile, ogni cittadino del mondo potrebbe anche aderire ad un bel silenzio stampa.

Questo capovolgimento riflessivo nasce da una prematura sensazione dopo l’attacco terroristico a Charlie Hebdo, divenuto ormai nuovo volto dell’odierna satira. E la satira da sempre è quell’arte pungente che si aiuta di metafore per raccontare la realtà attraverso una sottile malizia, oltrepassandone i propri stessi lineamenti per render conto al riferimento immaginario delle verità intrappolate in paradossi.

Forse da Ennio ad Ariosto la satira ha modificato i modelli preconfezionati sui quali si ergeva; eppure da acuto stile letterario è divenuta un carattere umanistico con cui le persone riescono a padroneggiare la cosiddetta libertà d’espressione. Ed esiste una citazione di Daniele Luttazzi che racchiude brevemente lo stampo sarcastico con cui ogni uomo dovrebbe rapportarsi a questa: “Guai al pubblico che si mette a guardare ai satirici come a cavalieri senza macchia e senza paura, e guai ai satirici che finiscono per crederci.”

Ebbene sì, guai a loro – e lo abbiamo visto. Guai ai satirici, non perché denunciano sguaiatamente il servilismo ed i soprusi; guai a loro e non perché tollerano solo intolleranza verso le molteplici religioni universali; guai a loro ma non perché ci mettono la faccia, ad inneggiare alla giustizia e all’uguaglianza sociale. Guai ai satirici – perché sono lo strascico di simbolo della fantastica ambizione di trasmettere le cose attraverso la forma dell’invenzione artistica.

Perché la satira non è un genere particolarmente aulico a causa di una sensibilità della forma che imbratta la pericolosità degli argomenti; bensì il richiamo parodico e fastidioso di un considerato dato oggettivo, reso noto attraverso celati paragoni insulsi di realismo. È proprio la serbata satira che reprime le cose in una verità che va colta. Non induce a fomentare eroismo in chi la riproduce smodatamente, né il satirico è una superba vittima di ingrate situazioni, nel momento in cui professa la sua ideologia. Il satirico potrebbe ricongiungersi alla parresìa, ma tende a sminuirsi per far scegliere allo spettatore un inconscio modo di comporre la realtà.

Il presupposto irremovibile dell’arte della satira è che va colta: dall’ascoltatore che sghignazza una risata quando ha inteso un gioco di parole, e dal lettore che fraintende la volontà di asservire il vizio alla proibizione.

La satira è un punto di vista e un po’ di memoria, quindi dà fastidio perché ricorda un fatto, inoltre da fastidio perché, il punto di vista dell’autore satirico, che è quello che scatena la risata, fondamentalmente, consente allo spettatore, all’ascoltatore, di mettere in prospettiva il fatto stesso e quindi di comprenderlo. Siamo immersi da una valanga di informazioni, che è un altro modo, in realtà per disinformare. La gente non ha i criteri per giudicare le notizie e per valutarle. L’autore satirico questo lavoro lo fa prima, e quindi, grazie ai suoi punti di vista, ti dà un quadro completo della situazione e ti consente poi di valutare i fatti che, da quel momento in poi, accadranno”.

Alessandra Mincone

Citazioni di Daniele Luttazzi

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