Clubhouse parola
Clubhouse parola

Facebook nacque nell’ormai lontano 2004, da un’idea di Mark Zuckerberg. Twitter, invece, venne lanciato nel 2006 da Jack Dorsey e, come Facebook, riscosse un immediato successo. Inizialmente, entrambi i social mettevano in primo piano la parola scritta, o, tecnicamente, lo «scritto trasmesso». Dopodiché, venne implementata la possibilità di condividere foto e video che, in ogni caso, potevano essere corredate da una didascalia, come accade ancora oggi. Qualche anno dopo, nel 2010, è arrivato Instagram, e con lui l’immagine è diventata centrale a dispetto della parola. Selfie, storie in tempo reale e video: con Instagram il nostro ritratto esteriore, fisico, acquisisce una centralità quasi totalizzante. Tutto ciò, poi, è stato di recente amplificato dalla pandemia, con l’utilizzo su vasta scala di piattaforme come Google Meet, Microsoft Teams e Zoom (si è parlato, in tempi recenti, di «Zoom fatigue»). L’inquadratura della fotocamera di queste applicazioni, spesso, ci ha costretti ad una presenza fisica in remoto con disponibilità immediata, incentrata sull’immagine, che ha suscitato una diffusa soggezione: emblematiche e ricorrenti sono state le interrogative «Mi vedi bene?»; «Come sto?». Poi, apparentemente dal nulla e in direzione contraria rispetto al processo finora descritto, è arrivato Clubhouse.

L’applicazione creata da Paul Davison e Rohan Seht – per ora disponibile soltanto su iOS – già nell’aprile scorso, si è fatta strada nello spazio mediatico soltanto poche settimane fa. Clubhouse è suddivisa in stanze, all’interno delle quali gli utenti possono riunirsi su invito di un amministratore (non diverso dagli admin delle pagine private di Facebook e dei gruppi WhatsApp) per discutere di qualsiasi argomento: dalla musica alle tematiche ambientali. C’è un solo limite: niente messaggi di testo e immagini, si comunica soltanto attraverso la propria parola, peraltro senza la possibilità che le discussioni vengano salvate, visto che queste si obliterano insieme alla chiusura della stanza.

Clubhouse è stata “consacrata” da celebrità e personaggi famosi. Uno su tutti, già menzionato in precedenza, Mark Zuckerberg. Il fondatore di Facebook, infatti, è intervenuto in una stanza Clubhouse pronunciando un piccolo discorso sull’importanza dello smart working per il futuro e su come il lavoro agile sia ormai diventato un’abitudine. Restando su personalità di spicco, il nuovo social è piaciuto molto anche a Elon Musk: ogni sera, alle 22 californiane, il celeberrimo miliardario di origine sudafricana si esprime su una possibile – per lui possibilissima – vita su Marte e snocciola le strategie per la salvaguardia del pianeta. In Italia l’applicazione viene usata assiduamente da Fiorello, Morgan e tanti giornalisti, tra i quali Luca Sommi (conduttore della trasmissione Accordi e Disaccordi) che, insieme a Morgan, si riunisce ogni sera in una stanza Clubhouse per parlare di musica, arte e letteratura. Insomma, la platea di Clubhouse è già ampia, e non c’è alcun motivo per cui non dovrebbe estendersi.

Dunque, Clubhouse è riuscito ad aprire una breccia nella società delle immagini, dell’apparire, dell’ossessione per l’effige esterna, e la voce torna al centro della scena. Le diverse cadenze dialettali, le particolari intonazioni vocaliche e le incertezze della pronuncia riacquistano valore e portano con sé le idee che quindi provano a sostituirsi all’immagine. Del resto, è errato pensare che tra il senso della vista e quello uditivo cambi poco, anzi, il mutamento è radicale. La vista, infatti, relega l’osservatore – che spesso deve essere anche ascoltatore – al di fuori di quello che vede e sente, suscettibile a distrazioni appunto di tipo visivo; il suono, invece, fluisce linearmente verso l’ascoltatore. Insomma, tutto viene restituito alle capacità retoriche dell’oratore – nel gergo, del parlante – che, con la sua parola, deve destare l’attenzione dell’ascoltatore.

La potenza degli stimoli che suscitano i processi cognitivi legati al suono e alla parola, a dirla tutta, è nota già da qualche anno ed è stata sfruttata prima dell’avvento di Clubhouse. Basti pensare alla progressiva crescita degli audiolibri, podcast e la musica in streaming. Queste, non sono altro che raccolte di suoni e parole che, normalmente, sperimentiamo nella nostra vita quotidiana. Negli audiolibri, per esempio, la lettura immersiva praticata sul supporto cartaceo viene trasposta nell’ascolto, che oltre ad essere di pari interesse alla modalità di lettura classica, suscita anche benessere e rilassatezza. Negli ultimi cinque anni la popolarità degli audiolibri è schizzata: il mercato italiano è cresciuto del 94%, 17,5 milioni di euro. L’ascesa della parola narrata – precisamente, storytelling – è un fenomeno, nella politica e nella società, di grande interesse.

Sembra quasi che l’umanità dopo essersi allontanata dalla parola scritta in favore delle immagini, stia ritornando sulla pratica comunicativa più spontanea: quella orale, amplificata dai media elettronici come Clubhouse. D’altronde, da piccoli, per processi imitativi e di osmosi, si impara prima a parlare, indipendentemente dal livello di studi che ognuno di noi sceglierà di conseguire. Al contrario, la scrittura – e con scrittura mi riferisco a quella cartacea, necessaria perché l’apprendimento è un processo di acquisizione pratica lento e impegnativo, «un complicato processo cerebrale» che mette insieme l’udito e la vista con «l’apporto fondamentale delle operazioni della mano», sostiene il linguista e filologo Francesco Sabatini in una intervista rilasciata al Corriere.

Dalla parola scritta a quella parlata o viceversa. I due sistemi semiotici, lettura e ascolto, non sono necessariamente in contrasto, anzi, possono divenire fedeli alleati portatori di un unico obiettivo condiviso: diffondere idee. Quest’ultime, come abbiamo visto poc’anzi, possono prescindere dalla nostra immagine estetica che, beninteso, non significa che questa debba eclissarsi, tutt’altro. Basterebbe, d’altronde, far prevalere la validità delle idee e la loro qualità, senza che vengano condizionate dall’apparenza esteriore che, com’è noto, dipende molto dall’immaginario collettivo corrente. Clubhouse può contribuire a sostenere un processo di riappropriazione delle idee attraverso la parola? Lo si vedrà.

Antonio Figliolino

Greenpeace

Antonio Figliolino
Antonio Figliolino, classe 2002, napoletano di nascita. Manifesta sin da piccolo una forte passione per la letteratura, nonché per gli studi umanistici. Inoltre, alla luce di un interesse radicato in famiglia, presenta un'attenzione particolare per i fatti politici. Divoratore di libri, i quali spaziano dalla letteratura sudamericana, italiana e portoghese.

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