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Plastica alle Hawaii: le spiagge tropicali non sono più quelle di una volta

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Fonte immagine: www.nationalgeographic.it

La plastica ha invaso il mercato. Il packaging dei prodotti alimentari si compone quasi esclusivamente di materie plastiche e di plastica sono fatti la maggior parte degli oggetti che quotidianamente impieghiamo, dagli spazzolini da denti alle grucce appendiabiti. Nulla di nuovo, insomma, se non fosse che la plastica è stata trovata persino nelle rocce, elemento stratigrafico distintivo di un’era geologica che è stata definita Antropocene. Nell’Antropocene, letteralmente “era dell’uomo”, la plastica regna sovrana. Non è più solo il mercato ad esserne contaminato, ma anche i più remoti luoghi del nostro pianeta come le spiagge tropicali delle isole Hawaii.

Nic Vanderzyl, giovane studente della University of Hawaii di Hilo, ha condotto uno studio sulla spiaggia di sabbia nera di Pohoiki, formatasi appena qualche anno fa in seguito a un’eruzione vulcanica. Nello specifico, Vanderzyl ha prelevato 12 campioni da diversi punti della spiaggia e ha poi impiegato una soluzione di cloruro di zinco come metodo di separazione. Essendo più densa della plastica ma meno densa della sabbia, la soluzione ha permesso di separare i due elementi portando la plastica a galleggiare e la sabbia a sedimentarsi sul fondo. In questo modo, è stato possibile scoprire che per ogni 50 grammi di sabbia sono presenti in media 21 frammenti di plastica. Questi ultimi, pur essendo piccolissimi, risultano ancor più pericolosi di buste e cannucce, che pure abbondano negli oceani e sulle spiagge. Infatti, diversamente dagli oggetti in plastica di dimensioni maggiori, che possono essere raccolti e differenziati con relativa facilità, i frammenti più piccoli sfuggono alle operazioni di pulizia.

Plastica alle Hawaii: le spiagge tropicali non sono più quelle di una volta
La spiaggia di Pohoiki, Hawaii
Immagine: wanderwisdom.com

Dei frammenti trovati sulla spiaggia delle Hawaii, la maggior parte è composta da microfibre. Esse finiscono negli oceani a causa delle acque reflue delle lavatrici o portate direttamente dai bagnanti inconsapevoli. A questo riguardo, la Norwegian Environment Agency ha rilevato che, a ogni lavaggio, ogni singolo indumento può rilasciare fino a 1.900 fibre sintetiche. Secondo l’agenzia norvegese, le emissioni di microplastica proveniente dal lavaggio di indumenti supera quella dei cosmetici, costituendo il 35 per cento di tutte le microplastiche presenti in acqua. Quale che sia la loro origine, i frammenti di materiali plastici di dimensioni inferiori ai cinque millimetri presenti nell’ambiente prendono il nome di microplastiche e, in media, si stima che ogni chilometro quadrato di oceano ne contenga 63.320 particelle, con differenze significative a livello regionale. In alcune zone dell’Asia, per esempio, le concentrazioni arrivano anche ad essere di 23 volte superiori alla media.

Numerosi gruppi ambientalisti, tra cui la Hawaii Wildlife Fund, hanno avviato una collaborazione con le università per sviluppare macchinari destinati alla pulizia delle spiagge. Il loro funzionamento è essenzialmente identico a quello di un’aspirapolvere: si muovono aspirando la sabbia e separando gli elementi di microplastica. Ma la mole di questi macchinari, il loro costo e il rischio che possano raccogliere anche gli esseri viventi microscopici, li rende utilizzabili soltanto per pulire le spiagge più inquinate. Giunge così a fine vita, alla stregua di un oggetto in plastica, quell’idea romantica – che così tanti film era riuscita ad ispirare – delle spiagge come paradisi terrestri, puri e soprattutto incontaminati. Questa volta, però, nessun lieto fine potrà sottrarci al nostro disastroso destino: essere sepolti vivi dalla plastica.

Non sono solo gli oceani e le spiagge delle Hawaii, infatti, ad essere stati contaminati. Le microplastiche ormai sono diventate così abbondanti che piovono giù dal cielo su remote località di montagna, finiscono nel cibo che mangiamo e inquinano l’aria che respiriamo. È noto che i frammenti di plastica inferiori ai 25 micron possono entrare nel corpo umano attraverso il naso o la bocca e quelli inferiori ai 5, invece, penetrare i tessuti polmonari, provocando effetti potenzialmente dannosi per la salute umana. Se non riusciamo, quindi, a ridurre il consumo di plastica perché non abbiamo a cuore il benessere del nostro pianeta, dovremmo farlo almeno per la nostra salute. Ma la recente esperienza vissuta durante la pandemia di Covid-19, nella quale le restrizioni imposte per prevenire la diffusione del contagio sono state spesso ignorate, sembra non lasciare troppo spazio all’ottimismo.

Virgilia De Cicco

Virgilia De Cicco
Ecofemminista. Autocritica, tanto. Autoironica, di più. Mi piace leggere, ma non ho un genere preferito. Spazio dall'etichetta dello Svelto a Murakami, passando per S.J. Gould. Mi sto appassionando all'ecologia politica e, a quanto pare, alla scrittura. Non ho un buon senso dell'orientamento, ma mi piace pensare che "se impari la strada a memoria di certo non trovi granché. Se invece smarrisci la rotta il mondo è lì tutto per te".

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