natalità, famiglia
Fonte: pexels.com

Il leader leghista Matteo Salvini a Saronno durante un incontro con i militanti ha dichiarato: «Chiederò per la Lega alcuni ministeri come quella per la Famiglia e la natalità, perché bisogna tornare a mettere al mondo figli senza tanti problemi». Eppure, sono molti i problemi che colpiscono le coppie che oggi vogliono avere figli nel nostro Paese. Oltre alle le politiche per la famiglia che prevedano maggiori congedi parentali (anche per i padri), è necessaria oggi più che mai una seria lotta alla povertà e alla precarietà. Viene infatti il sospetto che il vero bersaglio delle parole del leader della Lega sia ancora una volta la libertà delle donne. Non a caso, all’interno della coalizione pre-elettorale si era già parlato di diritto a non abortire e di sostegno alle madri.  

In questo momento, agire sul piano simbolico potrebbe consentire a Salvini di mascherare la debacle alle elezioni politiche e di rassicurare i suoi. La Lega è ancora ben salda sotto la sua egida. Dando un’occhiata al programma del Carroccio alla voce famiglia spiccano alcuni punti, come la presenza di attivisti no-choice all’interno dei consultori, la maternità surrogata come reato universale e di contrasto all’ideologia gender. Si delinea così una ben precisa idea di famiglia, che, ovviamente, non è di nessun aiuto a stimolare la natalità nel nostro paese.

I dati sulla natalità e la fecondità in Italia 

Il rapporto Istat pubblicato nel 2021 indica un nuovo record negativo per la natalità in Italia: nel 2020 si è registrato un calo di 15 mila nati rispetto all’anno precedente. Un trend confermato anche nel 2021 con il protrarsi della pandemia. Il numero medio di figli per ogni donna residente è passato in una decina d’anni da 1,44 a 1,24. Considerando solo le donne di cittadinanza italiana il numero scende ulteriormente a 1,17. Anche l’età media delle madri si attesta a 33 anni, secondo un rapporto annuale del ministero della Salute. 

Inoltre, l’Istat riconosce gli effetti strutturali del fenomeno dovute dai cambiamenti avvenuti nella popolazione femminile in età feconda (15-49 anni). Difatti, le donne nate durante il periodo nel baby-boom in Italia non fanno parte o stanno concludendo la fase riproduttiva, mentre la popolazione più giovane è sempre più esigua a causa del baby-bust. Con quest’ultimo termine si indica un periodo di forte calo della fecondità fra il 1976 e il 1995, dice il rapporto 2021. In quegli anni l’immigrazione ha cercato di tamponare gli effetti del baby-bust, ma ad oggi anche la popolazione straniera residente sta invecchiando e sta assumendo gli stessi comportamenti procreativi dei cittadini italiani.

I dati sulla natalità evidenziano un calo dei primi figli su tutto il territorio nazionale, soprattutto nel Centro e nel Nord del Paese. Questo fenomeno interessa principalmente le coppie giovani, le generazioni più vulnerabili dal punto di vista socioeconomico. Infatti, i giovani italiani rimangono a lungo a casa con i genitori a causa del difficoltoso accesso al mercato del lavoro, dell’instabilità economica e lavorativa, dei lunghi tempi necessari alla formazione e anche dell’aumento dei prezzi delle abitazioni. Sono dunque molti i fattori da tenere in considerazione quando si parla di calo della natalità e della fecondità.  

natalità, famiglia
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Perché si fanno pochi figli e quali le politiche per la famiglia

L’Istituto Superiore di sanità riporta i risultati del progetto “Studio nazionale fertilità”: l’80% delle persone intervistate vorrebbe avere figli in futuro e quasi 1 su 3 dichiara di non volerne o di non averci pensato. Quali sono i motivi per rinviare o decidere di non avere figli in futuro? Le ragioni sono perlopiù economiche (come il costo di accudimento di un figlio) o legate alle difficoltà nel mondo del lavoro, insieme alla mancanza di servizi per la famiglia. Negare un diritto fondamentale come l’aborto al fine di incentivare la natalità perde di significato per svariati motivi, considerando anche che molte coppie in Italia vorrebbero avere 2 o 3 figli, ma ne hanno 1, 2 o nessuno. 

Oltretutto, la crisi ambientale spaventa molti giovani che non vorrebbero lasciare alle generazioni future un pianeta a brandelli e senza risorse. Proprio per questo motivo è nato il movimento britannico Birthstrikers fondato da Blythe Pepino, un gruppo di persone che sta mettendo in atto un vero e proprio sciopero riproduttivo. Finché i governi non faranno qualcosa a fronte della crisi ecologica questi attivisti si impegneranno a non avere figli. Anche la deputata statunitense Alexandria Ocasio-Cortez si era espressa a proposito dell’immobilità della politica e dei governi: “Tutto ciò porta i giovani a porsi una domanda legittima: è giusto avere ancora figli?”. Oltre al futuro nefasto che potrebbe attendere le nuove generazioni, la decisione di non avere figli potrebbe essere motivata anche dalla potenziale impronta ecologica di ogni nuovo nato nella parte più industrializzata del mondo. Nord America e Europa occidentale hanno le impronte più alte con gli Stati Uniti in testa alla classifica: un abitante medio statunitense ha bisogno di 9,57 ettari di superficie ogni anno.

Anche le diseguaglianze di genere potrebbero agire come freno alla natalità. La difficile conciliazione dei tempi di lavoro-famiglia rendono complessa la decisione di avere figli o meno, soprattutto in una società che vuole la donna mamma sempre presente e lavoratrice. In questo caso, promuovere una redistribuzione delle responsabilità domestiche e di cura all’interno della coppia potrebbe alleggerire il carico sulle spalle della donna. Per quanto riguarda le politiche attuabili, uno studio condotto nei Paesi scandinavi dai sociologi Haas e Rostgaard dimostra che il congedo di paternità è meno efficace della “father’s quota” o “quota del padre” (un congedo individuale e non trasferibile alla madre). Quest’ultima misura è risultata un buon incentivo per i padri ad assumersi gli impegni di cura dei figli. 

Tra i motivi dichiarati dalle giovani coppie figura anche la paura di perdere il lavoro a causa dei figli. A questo problema si può ovviare attraverso la prestazione di servizi di assistenza all’infanzia. A tal proposito, i ricercatori Chiara Saraceno e Wolfgang Keck indicano in uno studio del 2013 che la miglior misura per consentire alle donne di rimanere sul posto di lavoro sono i servizi per l’infanzia sotto i tre anni.

Tuttavia, bisogna agire anche sul piano culturale. Troppo spesso le donne in età fertile si trovano a dover rispondere a domande inappropriate e illegali durante il colloquio di lavoro, come “Da qui a breve vuole avere figli?”, “Sei sposata?”, “Come concilia lavoro e famiglia?”. Nonostante la legge parli chiaro, le donne si trovano ancora in questa posizione scomoda e, se assunte, con la spada di Damocle di poter perdere il posto di lavoro qualora decidessero di avere figli.  Costruire un presente e un futuro più stabile, sicuro a livello sociale, ambientale ed economico potrebbe essere la ricetta per consentire alle persone che vogliono figli di procreare.

Rebecca Graziosi

Dottoranda in Global Studies e laureata magistrale in Scienze internazionali e diplomatiche. Mi interesso di diseguaglianze di genere, questioni ambientali e approcci di economia alternativa.

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