Giorgia Meloni Salvini
Fonte: virgilio.it

Giorgia Meloni è la donna, madre, cristiana che più di tutti in politica ricalca le orme di Matteo Salvini e che imita le strategie di consenso del leader leghista. In questo modo sta crescendo nei sondaggi, portando avanti quella strategia di populismo e di trasformazione della paura in odio sperimentata con successo dai leghisti.

Dopo la fallita esperienza di governo, il leader del Carroccio appare sottotono, con un linguaggio meno violento e più stanco, ma la strategia elettorale con cui ha esordito è sempiterna, e ci sarà sempre un politico a farla propria.

Matteo Salvini è come la fenice che risorge dalle sue ceneri, stavolta incarnata nella sovranista oltranzista Giorgia Meloni: se nel mirino di Salvini c’erano gli immigrati e i terroni (storia relegata nel dimenticatoio), nella cerchia delle categorie da fronteggiare con veti e doveri (prima che diritti) di Giorgia Meloni ci sono omosessuali, immigrati, europeisti, musulmani, comunisti, magistrati comunisti e in generale qualsiasi idea entri in contrasto con l’annoso mantra Dio, patria, famiglia che ci è ben noto.

Attraverso una pratica e comoda sostituzione del prima gli italiani di salviniana memoria con prima la famiglia naturale, Giorgia Meloni ha capito che la via del successo è inserirsi nella scia del suo predecessore, adottando come cavallo di battaglia la difesa della famiglia naturale. Come Salvini, ha radicalizzato a tal punto lo slogan “prima la famiglia naturale” da renderlo un’ossessione, mostrando l’apice del livore al telefono con Liliana Segre, quando ha giustificato l’astensione dal voto e dall’applauso in Parlamento alla Commissione Segre con un «Ci siamo astenuti perché difendiamo la famiglia». La senatrice ha giustamente replicato: «Io sono stata sposata sessant’anni con lo stesso uomo. Non c’entra nulla con la commissione contro l’odio».

Slogan che, appunto, non c’entrano nulla, che non hanno nulla di razionale, se non la conquista di voti. Un po’ come quando Salvini parlando di economia, cultura, sanità, concludeva il discorso con l’amen fuoriluogo del prima gli italiani. Fondi russi alla Lega? Prima gli italiani. Crolla il ponte di Genova? Prima gli italiani. Aumentano i rigurgiti neonazisti? Prima la famiglia naturale.

Giorgia Meloni è una così nostalgica conservatrice delle tradizioni italiane che, con FdI, si è schierata al fianco dell’assessore Chiorino il quale «scrive ai dirigenti scolastici e chiede di valorizzare il Natale con un presepe in ogni scuola, recite e canti legati alla Natività»: così leggiamo sul suo blog, mentre in Italia avvenivano diciannove perquisizioni a un gruppo con al vertice una donna che si faceva chiamare Sergente di Hitler e che voleva ricostruire un partito filonazista, xenofobo e antisemita. L’identità italiana, la conservazione delle tradizioni giunta al parossismo.

Due personaggi del web

Da un sondaggio realizzato dall’istituto Ixè emerge che il partito di Giorgia Meloni è al quarto posto su scala nazionale, dopo Lega (che resta primo partito, ma perde quasi un punto), Movimento 5 stelle e Partito Democratico. La scalata di Meloni sembra avere successo anche a Roma: al riguardo, Tecnè ha realizzato un sondaggio per l’agenzia Dire, da cui emerge che la favorita in caso di candidatura sia proprio Giorgia Meloni, seguita da Carlo Calenda e Alessandro Di Battista. Bocciata invece Virginia Raggi da otto romani su dieci: su questa scelta influiscono indubbiamente la questione dei rifiuti, la manutenzione delle strade, l’inefficienza dei servizi; ma appare evidente anche l’influenza dei social.

Altro punto in comune tra i due leader di destra è difatti la conquista del web, che consente popolarità e dunque voti. Se il remix del discorso Io sono Giorgia sembrerebbe una cattiva pubblicità per la sua immagine, in realtà ha attivato l’effetto simpatia: ed è curiosa la correlazione tra le vette raggiunte nei sondaggi e la sua fetta di elettori che aumenta. Del resto già Salvini (e prima di lui Berlusconi e Renzi) hanno incardinato la satira in una strategia elettorale per attirare il consenso trasversale di quella porzione di elettorato che, non scendendo nel merito dei contenuti, sceglie proprio sulla base della simpatia.

Anche da questa prospettiva la Meloni è una Salvini 2.0 che si è allineata a un utilizzo dei social funzionale alla strumentalizzazione delle disgrazie; a un depauperamento delle complessità sociali in una convenzionale semplicità fatta di slogan e di frasi chiave veicolate tramite internet; alla diffusione di notizie false o manipolate (come rimproveratole recentemente da Conte nel caso del MES): dal casa per casa, strada per strada di Berlinguer a follow for follow, like for like della politica contemporanea, molto social e poco socievole.

Meloni gioca all’attacco, Salvini in difesa

I tratti fisionomici di Giorgia Meloni sono, dunque, simili a quelli del primo Matteo Salvini, il Matteo precedente al governo giallo-verde. In seguito alle vicissitudini politiche con cui il leader del Carroccio ha abbandonato il Governo, Matteo Salvini appare anche nei dibattiti televisivi un homo novus: più moderato rispetto ai tempi in cui diceva agli immigrati che “la pacchia è finita”, rispetto al linguaggio scurrile e impermeabile al savoir faire, rinnovato anche nell’outfit, sostituendo le felpe camaleontiche con giacche classiche e dolcevita.

Ora Salvini è chiamato continuamente a giustificare l’operato del suo agire politico nella breve parentesi di amministrazione, ma con un’equipe leghista ancora brusca nei modi e nei fatti, incurante del rispetto delle istituzioni, che senza scrupoli scatena risse e proposte di matrimonio in Parlamento con la superbia e l’arroganza di chi tutto può concedersi, un’equipe che cerca leader all’attacco, non in difesa.

Giorgia Meloni può permettersi il lusso di attaccare chiunque con la stessa arroganza del Salvini primordiale ed è la palla al balzo che sta cogliendo e che con il suo curriculum da italiana perfetta sta sfruttando per inserirsi di soppiatto nell’elettorato della Lega. Un curriculum perfetto per chi non ricorda. Nel 2019 Meloni difende la famiglia naturale, ma nel 2009 partecipava ai convegni dell’Arcigay per fermare le discriminazioni; proclama l’importanza del matrimonio, ma lei stessa ha concepito un figlio fuori dal matrimonio; si fa portavoce di una morale casta e pura, ma nel 2011 sosteneva che Ruby fosse la nipote di Mubarak e l’innocenza di Berlusconi. Su una cosa, tuttavia, risulta coerente: è italiana, e difatti dimostra un’incoerenza tipicamente italiana.

Immaginate una coalizione tra Meloni e Salvini: i due gemelli diversi, il crisma dell’unione dei populismi, il sacerdozio dell’intolleranza, il legame fraterno tra chi usa la politica per costruire muri ideologici, un continuo misurarsi con la paura dello straniero. Un chicken game di “Gioventù bruciata” dove a finire nel burrone saranno, ancora una volta, i cittadini italiani.

Melissa Aleida

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