Nel 1989, Paolo Rossi venne invitato in Brasile per disputare la seconda edizione della Coppa Pelé, un torneo dedicato a O Rei e destinato a tutti i calciatori che avessero compiuto 35 anni di età e avessero terminato la propria attività agonistica. Il ricordo della tragedia del Sarriá era però ancora nitido nei cuori dei tifosi verdeoro, ed era così forte il risentimento che un tassista che lo stava accompagnando in albergo lo intimò a scendere dalla sua vettura. Il motivo? Perché era il boia del Brasile. Eppure oggi, che ricordiamo la scomparsa di una personalità straordinaria del calcio italiano, sono sicuro che anche nella patria del calcio spettacolo stiano piangendo l’addio dell’unico uomo in grado di fermare una delle squadre più forti della storia, e non c’è modo migliore di ricordare Pablito che raccontare di quel mondiale del 1982.

La vecchia formula dei Mondiali di calcio prevedeva non una ma ben due fasi a gironi: la prima è quella classica che conosciamo anche oggi, la seconda era invece composta da 4 gironi con 3 squadre che si contendevano un posto per la semifinale. L’Italia non aveva giocato brillantemente il primo girone del Mondiale di Spagna del 1982, ma nell’epoca dei 2 punti a vittoria, i 3 pareggi contro Polonia, Perù e Camerun erano abbastanza per passare alla fase successiva come seconda, ma il secondo girone era completato da Brasile e Argentina e sembrava essere il preludio ad un’inesorabile uscita degli Azzurri, eppure Paolo Rossi aveva deciso che non era il momento per tornare a casa.

L’Italia si presentava al cospetto di Sócrates e compagni fortemente motivata dalla inattesa vittoria contro l’Argentina di Passarella e di un giovane Maradona (in procinto di trasferirsi al Barcellona), ma comunque con tutti gli sfavori del pronostico. Eppure i 44mila spettatori dell’Estadio de Sarriá di Barcellona non videro brillare il Dottore del Corinthians, ma la stella di Pablito Rossi, che rispose per ben due volte al pareggio del Brasile e fissò il risultato sul 3-2 con una zampata in mischia su corner. La tripletta dell’attaccante della Juventus lanciò gli Azzurri in semifinale, dove ad attenderli c’era nuovamente la Polonia del CT Piechniczek, che aveva fermato l’Italia sullo 0-0 nella prima fase a gironi.

Ancora una volta, la stella di colui che era già diventato o Carrasco do Brasil brillò nel pomeriggio del Camp Nou; Paolo Rossi segnò la prima rete con un tocco sotto misura su punizione di Antognoni e poi la seconda, stavolta di testa, su cross di Conti. L’imbattuta Polonia venne eliminata senza troppe fatiche da una squadra che era ormai lanciatissima e con il morale alle stelle, e soprattutto da un ragazzo di Prato che aveva iniziato a trasformare in oro ogni pallone toccato in area avversaria. Gli Azzurri arrivarono così alla finale del Santiago Bernabeu al cospetto della Germania campione d’Europa, guidata dal centravanti del Bayern Monaco, Karl-Heinz Rummenigge. E anche nella serata madrileña Paolo Rossi aprì nuovamente le danze, lanciandosi di testa sul cross dalla destra di Gentile e correndo, come ogni volta, a braccia alzate e con il sorriso gioioso di un bambino per esultare.

L’immagine di Rossi che corre sotto la curva è ciò che di più chiaro e nitido rimane nella testa di chi ha rivisto gli highlights di quella indimenticabile cavalcata. Alla fine del match, Paolo Rossi era diventato campione del mondo, capocannoniere e miglior giocatore del torneo, e di lì a poco sarebbe diventato anche il terzo italiano della storia a vincere il Pallone d’Oro. La straordinaria carriera del ragazzo che consacrò la Lanerossi Vicenza in Serie A trovò il suo apice in quel Mondiale e nella Coppa dei Campioni vinta nel suo ultimo anno in maglia bianconera. Non era un fuoriclasse, come lui stesso ha affermato, ma è stato un eroe per tutta l’Italia che veniva fuori dagli anni di piombo, dal delitto Moro e dallo scandalo Totonero. Un eroe che si mise al servizio della maglia azzurra e per la quale ha dato tutto, e che, pur non essendo un fuoriclasse, giocò un mondiale da vero Fenomeno del calcio: qualcuno ben più che degno di essere ricordato e per il quale dispiacersi della sua scomparsa.

Paolo Rossi con la maglia della Lanerossi Vicenza
fonte immagine: lanazione.it

L’uomo che ha fatto piangere il Brasile ci ha lasciati in silenzio, senza troppi proclami, senza attirare l’attenzione per far parlare di sé, in linea con quanto ha fatto per tutta la sua carriera. Ha vissuto nell’educazione e nell’umiltà di chi desiderava solo correre dietro ad un pallone e vivere di questo sport, che tante volte non merita persone di questo spessore. E proprio per questo motivo le uniche parole che vanno dette in questo momento, per ricordare una autentica leggenda del calcio italiano, sono le sue:

«Mi piacerebbe si ricordassero di me con un solo fotogramma: la maglia azzurra addosso, le braccia aperte al cielo. Paolo Rossi: el hombre del partido.»

Andrea Esposito

fonte immagine in evidenza: calciotoday.it

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