Perché vestire come Achille Lauro ed Elettra Lamborghini a Sanremo
fonte: rai.it

Sanremo non è solo il Festival della musica italiana. Sanremo è un groviglio di situazioni televisive pronte ad intrattenere e spesso allarmare gli spettatori. Sanremo è quel periodo dell’anno in cui si respira nell’aria l’odore di scalpore e clamore. Se esistesse un Leone d’oro scelto dal pubblico italiano per la categoria “interpretazione e presentazione sul palco più clamorosa”, questo verrebbe conteso da Achille Lauro ed Elettra Lamborghini. Due icone pop della musica italiana degli ultimi anni che hanno sfoggiato sul palco dell’Ariston abiti vivacemente stravaganti per motivazioni probabilmente diverse, ma per il comune obiettivo di stupire il pubblico italiano.

La regina del twerking: Elettra Lamborghini

Achille Lauro, Elettra - Sanremo
Fonte: La Stampa

La meno “disturbante” tra i due, Elettra Lamborghini, porta il suo carattere esuberante a Sanremo, i cui vestiti sono la piena ed eccentrica espressione. Se la sua presenza scenica non è ascrivibile a nessuna costruzione ideologica, è sicuramente ascrivibile alla semplice volontà della bolognese di alleggerire il peso del Festival, presentandosi come l’artista che vuole divertire il pubblico della RAI e forse ringiovanirlo, con tanto di musica latina e twerking in diretta. A questo proposito, alla vigilia della finale di Sanremo, Elettra ha postato un video sul suo account Tik Tok in cui affermava:”voglio alzare… Far volare tutti i parrucchini dell’Ariston” aggiungendo “Voglio fare un movimento di chiappe che faccio volare via tutto”.

Vestire come Achille Lauro per combattere l’eteronormatività

Achille Lauro è indiscutibilmente il vincitore ideologico del Festival: tutti ne parlano, chi bene e chi male. L’artista è riuscito nel conquistare il pubblico italiano e nel comunicare un progetto che attraversa i due poli dell’estetica e del consumo. Siano i suoi capi firmati Gucci o meno poco importa se il fine di ogni rappresentazione è lo sconvolgimento del pubblico, con successiva catarsi. Achille Lauro riprende il concetto di pop star obliterato da una televisione sempre più eteronormativa, che cancella dietro di sé i passi solcati in Italia dal Renato Zero degli anni 70′ o dai personaggi eterni rappresentati da Boy George e David Bowie. “Me ne frego”, il brano proposto al Festival, è un concetto – come afferma lo stesso Lauro durante l’intervista da Mara Venier a Domenica In post-Sanremo – un grido sofferto alla libertà di essere: non il singolo individuo dissolto nella nube imperante della sovrastruttura di genere, ma molti Io al cospetto dell’infinita possibilità dell’uomo in rapporto all’amore, al sesso. Per arrivare ai molti, la pop star non può che sacrificare la propria immagine-corpo come un queer-punk messia, attraverso una drammatizzazione-cornice di quel concetto vitalistico di possibilità e di non-binarietà: da personaggio tragico tracotante, Achille Lauro veste quattro personaggi con quattro storie il cui comune denominatore è l’ascesa alla libertà, menefreghisti “liberi da qualsiasi logica di potere”, usando il proprio corpo come un’opera d’arte.

La storia dei quattro menefreghisti positivi

Achille Lauro inaugura il suo viaggio sanremese indossando un mantello firmato Gucci. In un gioco metaforico di significato e ritmo, al “ci son cascato di nuovo” casca anche il mantello, che lascia la star in tutina e il pubblico in shock. È San Francesco il primo personaggio a cui il cantante fa riferimento come esempio di emancipazione e libertà dal possesso materiale e dedizione verso l’altro, citando il celeberrimo dipinto di Giotto tra le “Storie di San Francesco” di Assisi. Quel denudarsi non è soltanto citazione, ma annichilimento attivo della propria superficie, del proprio corpo, che ora è pronto a brillare di luce propria come nell’iconografia cristiana, in attesa degli spettatori come suoi discepoli.

In occasione della seconda serata dedicata alle cover, Achille Lauro sale sul palco dell’Ariston nelle vesti di Ziggy Stardust, uno degli alter-ego più noti della carriera di David Bowie, l’archetipo trasgressivo della rockstar degli anni ’70: completo smeraldo, lunghi capelli arancioni gelatinati, make-up glam. Emozionante l’interpretazione di “Gli uomini non cambiano” dell’indimenticabile Mia Martini, un inno alla libertà femminile che attraversa la storia della musica italiana, accompagnato dalla cantante Annalisa. Achille non si sente uomo, cambia, e si immedesima in un esempio di “anima ribelle”, al di là dei confini eterosessisti, fonte di femminilità e mascolinità artisticamente espressiva.

La performance d’arte della terza serata si basa sul personaggio della “Marchesa” Luisa Casati, nobildonna e mecenate italiana dedita a condurre sulla scia dell’Estetismo novecentesco la propria vita sregolata come un’opera d’arte (ricordiamo la relazione con D’Annunzio). Il direttore creativo di Gucci, Alessandro Michele, modella un abito nero trasparente dal dipinto del Boldini “La Marchesa Luisa Casati con un levriero” (1908) aggiungendo una corona di piume nere, tra l’aristocratico antico e il dark drag moderno: un ulteriore simbolo eccentrico di straniamento estetico.

Per la finale Achille Lauro diventa una regina, la regina d’Inghilterra del Cinquecento Elisabetta I Tudor: parrucca inconfondibile e crinolina trasparente che nasconde pantaloni vermiglio, i quali, abbinati a un paio di stivali Gucci, conferiscono al look un aspetto ancora rock… un rock regale. L’eterna “regina vergine”, la regina senza consorte esprime la libertà della femminilità sessuale – in questo caso- nella gestione del potere. Scrive Achille Lauro su Instagram: “vergine sposa della patria, del popolo, dell’arte e difensore della libertà”.

La catarsi

Achille Lauro ha conquistato il pubblico italiano. Straniamento estetico e bellezza concettuale sono andati in onda in prima serata in un palcoscenico così importante per la televisione italiana. Se da un lato vi è una parte degli italiani che ha apprezzato l’innovazione per soluzioni ambiziose, dall’altro vi è una parte che conserva “il pudore” dei costumi sanremesi, specchio di un palese arretramento sociale in cui vige il nostro Paese. Come soprascritto, è passato ormai mezzo secolo dalle prime “teatralizzazioni” queer, dai primi costumi glitterati, dal glam rock di Renato Zero, dalla consapevolezza di una distinzione marcata tra sesso e identità di genere. Achille Lauro non ha solo vinto l’informazione mediatica, ha avviato una nuova riflessione: abbiamo ancora oggi bisogno di un’estetica potente e destabilizzante totalmente immersa nel consumo per poter parlare in massa di libertà?

Luca Longo

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