Sono passate alcune settimane dalla morte di Sergio Marchionne, e in ogni parte d’Italia questa ha suscitato le reazioni più disparate. Talvolta anche brusche, quasi fuori luogo al cospetto di un evento comunque luttuoso, ma con cui le libertà internettiane ci hanno abituato ad avere a che fare da tempo. Negli ultimi giorni, tuttavia, è diventato virale sui social in particolare un video, che ritrae l’ex CEO di FCA parlare del rapporto tra gli italiani e le ferie estive. Si tratta di un estratto di un intervento ben più ampio che Marchionne tenne all’Università Bocconi nel 2012, e che sintetizza in poche battute un altisonante rimprovero alla mentalità provinciale con cui – dice – si imbatté fin dalla prima estate in Fiat, nel lontano 2004.

«A quei tempi perdevo cinque milioni al giorno. Mi ero insediato a giugno e da quel momento in poi sono diventati solo giorni uno dopo l’altro», racconta, «quasi tutto luglio girai per il mondo e quando ad agosto rientrai in sede, non c’era nessuno». Stupito di aggirarsi in un’azienda deserta chiese ingenuamente ai suoi collaboratori: «Ma dove sono tutti, dov’è la gente?». «In ferie», gli spiegarono. «Ma in ferie da cosa?!», ribatté l’ad pensando alle perdite.

Un modus operandi che, in effetti, abbiamo fatto tutto (e forse solo) nostro e che continuiamo a portare avanti a differenza di molti tra i nostri competitor nel globo. Che sono quelli che ogni realtà locale dovrebbe utilizzare come termine di paragone, perché non basta sentirsi i migliori tra le mura di casa: il confronto vive su scale ben più vaste. Ai giovani, quindi, il consiglio di Marchionne era di fare esperienza altrove, all’estero, e di realizzare le diversità negli approcci alla vita lavorativa che, in Italia, faticano a uscire fuori certi schemi abitudinari.

Tutti in ferie ad agosto, insomma. Abitudine e afa le cause, un meritato riposo per ricaricare le batterie. Nulla di sbagliato, a maggior ragione per il fatto che proprio tutti ad agosto vanno via. Un tempo lo faceva la Fiat, che chiudeva nelle settimane centrali di agosto tirando giù con lei anche l’indotto torinese, e salvo recenti miglioramenti le tendenze sono rimaste uguali, dalle strade semideserte agli uffici. Questa è tradizione, usanza nuda e cruda, che affonda le sue origini nell’antica Roma, quando l’imperatore Ottaviano Augusto stabilì che il mese di agosto fosse interamente dedicato al riposo e alla celebrazione di culti legati alla coltivazione dei campi. Al primo d’agosto, dunque, si dava inizio alle cosiddette feriae Augusti, che la Chiesa Cattolica, anni dopo, nel tentativo ennesimo di sostituire il sacro al profano e di bagnare d’acqua santa anche una ricorrenza che non lo era, fece coincidere con la celebrazione dell’Assunzione di Maria (il giorno 15).

Ebbene, dopo all’incirca qualcosa come due millenni, e durante il ventennio fascista, in Italia il regime dà man forte nel creare e stabilire la tradizione di una volta. Furono diverse, infatti, le gite fuori porta (e a prezzi scontatissimi) cui prendevano parte i lavoratori italiani tramite le associazioni dopolavoristiche, tutte concentrate intorno alla metà di agosto.

Oggi, però, il mondo del lavoro è variegato, si svolge in ambienti diversi e in condizioni decisamente migliori che in passato, malgrado non sia ancora un qualcosa di appagante. I motivi sono diversi, tra precariato e mal retribuzione, forse macchiati dalla tanto temuta alternanza uomo-macchina (oltre ad un basso tasso di occupazione) che in parte rientrano tutti a contribuire al complessivo declino della produttività.

Eppure bisogna sapere che in Italia negli ultimi cinque anni è tornato a crescere il numero di quelli che in fabbrica o in ufficio restano più di 40 ore a settimana, quasi rasentando i livelli pre-crisi (attestati intorno a 41). Si tratta, comunque, di un dato medio e pertanto non può che valere quella cosa sui polli di Trilussa. In Italia, cioè, cresce il gap tra chi spesso oltrepassa le 40 ore e chi per scelta (ma del datore di lavoro) nemmeno può arrivarci. Abbondano gli stacanovisti, ma del resto sono in aumento anche i precari, in un sistema che complessivamente (vista la non corretta distribuzione delle ore lavorative, e spesso del salario associatovi) diagnostica dei grossi problemi.

Agosto è dunque una manna dal cielo, che pertanto ci si sente di dover (e non poter) permettersi, lasciando il lavoro in balia di se stesso, quasi allo stesso modo con cui in Fiat quel giorno diedero accoglienza al Marchionne-migrante, che chissà cosa s’aspettava.

Le ferie in agosto, a dirlo, non sono nemmeno tanto benefiche né dal punto di vista dei lavoratori (che non sempre le scelgono), né da quello delle aziende stesse per le quali, rimanendo aperte, diventa difficile preservare il livello di produttività ed erogare regolarmente i propri servizi.

Eppure, nonostante il passare degli anni, i problemi restano e quello di ferie scaglionate è un concetto non ancora divenuto del tutto realtà, ma che in parte potrebbe risolvere la situazione. Oggi, nei campi e al settore primario contribuisce quasi il 4% della popolazione (fuori dal conto ci sono i migranti, che lavorano in condizioni quasi anacronistiche), e tra l’altro del caldo ci si fa più problema a casa e al mare piuttosto che in ufficio. Tuttavia, il lavoro non deve saturare l’individuo, che altrimenti è portato a farlo male. Le ferie, insomma, non sono così negative. Che avremmo detto allora al capo del Lingotto?

Al solito, come di fronte ad ogni cosa della quale si debba decidere che si tratti o meno di un problema, dinnanzi alle invettive (datate) di Marchionne alla Bocconi, il pensiero si biforca e recepisce la banale necessità di doversi dire d’accordo o in disaccordo. Ferie sì, ferie no. Evitando, dunque, di indagare a fondo e di chiedersi perché per molti sembri un problema ciò che per altri non lo è (come per le ferie, appunto), e perdendo l’opportunità di far venire altri nodi al pettine che se sciolti potrebbero far perdere peso alla discussione.

Andare in ferie minaccia la produttività (che ad agosto va in stallo), e non andarci pure, dato che il capitale umano non abbonda di risorse fisiche e mentali infinite.

Non sono le ferie, allora, ma la condizione dei lavoratori (e la quantità degli stessi) che è davvero il problema da dover andare a risolvere.

 

Nicola Puca

Fonte immagine in evidenza: google.com

 

 

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