Luigi Attademo, la sei corde nella sua accezione più classica
Fonte: www.luigiattademo.it

La chitarra classica ha sempre disvelato una duplice parvenza, quella popolare e quella “colta”, anche se tra le due è pervasa, nella gran parte dei casi, la prima. Non tutti i fautori e/o cultori della sei corde conoscono da vicino quanto si cela dietro la sua storia e le sue sonorità nel loro valore più puro.

Spinto dalla passione e dal desiderio di ribaltare l’immaginario collettivo che la vede come uno strumento che non va propriamente a nozze con la musica classica, Luigi Attademo, annoverato tra le eccellenze del panorama nostrano, ha ripreso in mano il repertorio del compositore iberico Fernardo Sor reinterpretandolo alla sua maniera, al fine di far conoscere all’Italia intera uno tra i musicisti di maggiore impatto nello sviluppo della tecnica chitarristica del XIX secolo.

Il tocco del performer partenopeo sulle corde trasmette calma e serenità, senza celare la grandissima preparazione di base: amante della ricerca verso un suono identitario, aldilà della pagina di musica scritta, l’approccio di Luigi Attademo allo strumento appare evocativo, leggiadro ed inequivocabile.

Per toglierci alcune curiosità al suo riguardo e in merito il suo operato, la nostra redazione ha contattato il chitarrista ed interprete Luigi Attademo proponendogli un’intervista.

Quando è sbocciato il suo amore per la musica e ha compreso che era proprio la chitarra lo strumento che faceva al caso suo?

«Consapevoli che la musica avesse un alto valore formativo, furono i miei genitori a spingermi ad intraprendere gli studi di chitarra classica: è grazie a loro che mi sono avvicinato ad un mondo sonoro ricco ed affascinante, se ho trovato uno spazio immaginifico in cui poter riconoscermi e nello strumento il mezzo di questa conoscenza. Iniziai con il maestro Pino Racioppi che, successivamente, mi introdusse nella scuola di Angelo Gilardino. Al fine di scardinare il pregiudizio comune e nel tentativo di svelare le potenzialità di strumenti, spesso e volentieri, relegati alla musica popolare, sentii il bisogno di impossessarmi di fonti culturali forti: è questa la motivazione che mi spinse ad approfondire l’estetica musicale, in aggiunta al mero studio della tecnica

Cosa l’ha spinta a dedicare molte delle iniziative che la vedono partecipe a Fernando Sor? Quali peculiarità stilistiche della sua maniera di percepire la musica la attraggono?

«Assieme al nostro Mauro Giuliani, Fernando Sor si può annoverare tra i principali rappresentanti della Golden Age della chitarra del primo Ottocento. Reduce di un’austera formazione nel monastero di Santa Maria de Montserrat, il musicista spagnolo si dedicò non solo agli studi chitarristici, ma anche all’attività di violinista, maestro di canto e compositore di opere e balletti: è questa sua poliedricità che lo rende strettamente integrato con il contesto musicale della sua epoca. Il mio intento è quello di slegare la sua immagine dalla tradizione segoviana, far comprendere che siamo di fronte ad un artista dotato di vena compositiva senza precedenti.»

Ricollegandosi alla precedente domanda, ritiene che Fernando Sor possa essere un punto di riferimento anche per il chitarrista moderno?

«Certamente! È proprio grazie all’approfondimento di questi autori che un musicista, classico e moderno che sia, assume una visione a 360° dell’universo in cui nascono i grandi esponenti: un modo statico di suonare la musica ne penalizza l’opera, impoverendola. Se l’approccio resterà soltanto filologico, le grandi produzioni dei tempi che furono resteranno lungi dall’essere indagate a dovere.»

Se pensiamo all’evoluzione storica dell’antica arte della liuteria fino ai nostri giorni, visti i tempi, per le registrazioni ha utilizzato uno strumento non del tutto convenzionale. Cosa l’ha spinta a farlo?

«Ritengo questo quesito più che lecito. Dato il progresso dettato dalla nostra epoca, per logica, una chitarra costruita da René François Lacôte nel 1830, non potrà, mai e poi mai, pareggiare per qualità gli strumenti di moderna fattura. Con tutte le mediazioni che la storia interpone tra noi e l’autore che interpreto, ho scelto di utilizzarla perché ritengo che, attraverso di essa, ci si approssima al suono “sporco” e una visione della musica che altrimenti sarebbe preclusa.»

Vincenzo Nicoletti

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