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I grandi interrogativi esistenziali sul senso della vita accompagnano da sempre la storia dell’umanità. Fin dagli albori, l’uomo ha avvertito l’esigenza di dare una spiegazione alla propria esistenza, ai fenomeni naturali che lo affascinano e che lo spaventano e ai propri sentimenti. Il tentativo di “significare“, ossia di attribuire un “significato” alle cose che lo circondano, si è tradotto nell’elaborazione di miti, di racconti e di “fiabe” in grado in un certo qual modo di rassicurarlo prima ancora che la scienza facesse i suoi progressi.

Così l’origine del mito è strettamente legata all’origine dell’uomo stesso: il termine deriva dal greco mythos e significa “parola, racconto”. Per l’umanità-bambina, spaesata davanti ai fenomeni complessi che le si palesano di fronte, il mito assume il ruolo che la fiaba ha per i più piccoli. Non è un caso che entrambe le narrazioni presentino vicende caricate di un forte valore simbolico. Lo scopo per l’uomo è di creare una relazione diretta tra la dimensione umana e ciò che lo circonda, utilizzando uno degli strumenti più potenti che ha a disposizione: la parola.

Il mito esercita così una duplice funzione, quella conoscitiva e quella rassicurante, poiché risponde alle due reazioni che spingono l’uomo alla ricerca della verità: la curiosità e la paura.

Alcuni studiosi identificano la mitologia come una forma di “proto – scienza“, ossia la prima scienza dell’umanità. E così per spiegare, ad esempio, il misterioso alternarsi delle stagioni si ricorre ad un mito che utilizza come principio fondante un archetipo primordiale, quello dell’amore materno.

Il Mito di Persefone

In un campo di papaveri, in piena estate, una giovane dalla straordinaria bellezza sta raccogliendo dei fiori. È Persefone, figlia di Demetra, l’antichissima divinità materna della Terra. Di Persefone si innamora a prima vista Plutone, dio degli Inferi. Egli, preda di quel sentimento, decide di rapirla per farne la sua sposa. Il dolore di Demetra alla scomparsa della figlia è grande; la cerca inutilmente e quell’atroce sofferenza si manifesta in tutta la sua potenza sulla terra: si scatenano venti freddi, le foglie ingialliscono e cadono, la neve finisce per coprire tutto.

Accade che poi Demetra scopra il rapimento della figlia: decide allora di scendere nel regno dei morti per riportarla con sé. Nel regno degli inferi, intanto, Persefone è digiuno da molti giorni: mangia allora dei semi di melograno, il cibo dei morti e firma in tal modo la sua condanna: mangiare del melograno, infatti, equivale a scegliere di rimanere negli Inferi.

Gli sforzi di Demetra di riavere con sé la figlia le valgono, dunque, solo una misera ricompensa: la donna deve accontentarsi del fatto che la figlia ritorni in superficie per soli due terzi dell’anno. Ecco che negli otto mesi in cui Persefone torna dalla madre, la gioia di quest’ultima si manifesta sulla natura che rinasce e abbonda di vita: primavera, estate e primo autunno. Ma poi la giovane è costretta a far ritorno negli inferi e il dolore di Demetra per quella continua perdita riporta l’inverno.

Persefone rappresenta metaforicamente il seme, che giace nel buio profondo della terra, per poi fiorire in primavera, rimarcando il ciclo naturale di vita e di morte continuo.

Il Positivismo e la crisi della scienza

Gli impenetrabili misteri che si presentano dinanzi agli occhi dei primi uomini sono così spiegati e il mito si offre come strumento di risposta all’incomprensibile mondo.

Ma il progresso scientifico è dietro l’angolo e questo conduce il mito in una posizione di subalternità, poiché considerato incapace di rivelare qualsiasi verità. Anzi, per i più drastici tali racconti operano una vera e propria distorsione e mistificazione della realtà.

La filosofia positivista porta avanti una vera e propria svalutazione del mito, in particolare attraverso l’opera di Auguste Comte. Egli ritiene che la conoscenza umana passi attraverso tre stadi diversi:

  • Stadio “mitologico” o “teologico”: la conoscenza umana si concentra principalmente sulle cause dei fenomeni, attribuendo la ragione di questi ad esseri soprannaturali;
  • Stadio “metafisico”: è a questo punto che emerge la “ragione” e il pensiero dell’uomo si dirotta sulle forze astratte, considerate capaci di produrre tutti i fenomeni osservati;
  • Stadio “positivo”: la ragione giunge nell’età scientifica e diventa strumento adatto di conoscenza, capace di oggettività.

Questa impostazione filosofica promuove il trionfo della razionalità sulle rappresentazioni mitiche/religiose; in clima positivistico si afferma l’idea che il sapere scientifico è assoluto e definito e da considerare modello di ogni altro. Alcuni scienziati, tra cui Einstein e Heisenberg, iniziano man mano a smantellare quelle che sono le certezze positivistiche. Credere che la conoscenza scientifica possa avere valore “esaustivo” è ingenuo.

La crisi della scienza si manifesta: il determinismo è sostituto dall’indeterminismo, le spiegazioni causali con quelle probabilistiche.

La natura si impone nella sua imprevedibilità: perché la realtà che si pone dinanzi all’uomo è una fonte inesauribile di variabili e incertezze e richiede una messa in discussione continua per evitare pericolosi riduzionismi, rifacendosi alla sola scienza. La ragione scientifica è fondamentale (rappresentando una delle forme in cui l’uomo si esprime e comprende) ma non può essere considerata unica né può essere eletta a termine di paragone assoluto.

Alla luce di tutto ciò il mito non può che essere riletto in una chiave nuova, nel definire compiutamente la struttura etica e morale entro cui un popolo si muove. Racchiusa in quella dimensione altra di un tempo lontano e vicino, la mitologia rappresenta un immenso patrimonio da cui attingere per poter comprendere l’essenza, se non della realtà, dell’animo umano.

Poiché dietro quell’apparenza di racconti fantasiosi e fantastici, si celano verità ben più profonde: nella continua oscillazione tra elementi reali e loro superamento, il mito è il nobile tentativo dell’uomo di tradurre in immagini e simboli fenomeni complessi e di poter ridurre tale complessità.

E poter così attivare una riflessione sulla vita stessa.

Vanessa Vaia