Macron
fonte: In Terris

Due settimane fa in Francia, tramite un’iniziativa su Facebook, nasceva al di fuori di qualsiasi contesto politico il movimento dei gilet gialli che nelle ultime settimane ha messo a ferro e fuoco il centro di Parigi per protestare contro l’aumento dell’accise sul carburante da parte del governo Macron. Il movimento popolare ha riscosso una clamorosa vittoria. Infatti il giovane Presidente della Francia ha bloccato per un anno l’aumento del carburante e ora sembra voler ridisegnare da capo la sua politica per placare gli spiriti roventi del popolo.

In realtà l’aumento del carburante è stato solo un piccolo pretesto che ha portato più di 100000 francesi a scendere i piazza. Macron è responsabile di una politica alquanto impopolare che ha portato ulteriori costi di vita e complicazioni alla classe media e alle classi meno agiate. Ad oggi infatti riscuote solo 21% dei consensi, in calo di tre punti, mentre i gilet gialli sono sostenuti dal 66% della popolazione anche dopo aver ottenuto il taglio delle accise.

Ma quali fattori hanno spinto la classe media e medio-bassa francese a una tale rivolta che sembra non volersi arrestare? E, soprattutto, una caduta di Macron quali effetti comporterebbe per le dinamiche internazionali?

Macron e la sua politica impopolare…

Rispondere alla prima domanda è semplice: Macron ha infatti portato avanti, da quando è salito all’Eliseo (maggio 2017), una politica paragonabile a grandi linea a quella di Matteo Renzi. Forte sostegno a banche e grandi aziende, poche iniziative per la popolazione e le piccole e medie imprese.

La politica adottata ha un fondo di logica, ovvero quello di far ricadere dall’alto benefici sul resto dell’economia, ma non tiene in considerazione un importante fattore sociale: le iniziative a favore del popolo e a favore della previdenza e dell’assistenza sociale non servono solo ed esclusivamente per migliorare le condizioni della popolazione, ma servono anche a spegnere le proteste e a stabilire ordine sociale, evitando tensioni che nascono quando la popolazione percepisce un enorme divario con la parte più ricca del Paese. In uno stato come la Francia questo divario tra ricchi e poveri è altamente tangibile.

… E le prime riforme fallimentari

Le prime proteste e il primo calo di consensi si sono registrati già nel settembre 2017, quando una riforma del lavoro che tagliava i contratti nazionali e dava via libera alle aziende faceva scendere in piazza numerosi francesi (sostenuti dai sindacati) che sfogavano le loro frustrazioni sulle vetrine del centro di Parigi.

A rendere impopolare Macron è stato anche il decreto sicurezza, il cui obiettivo era quello di dimezzare i tempi di esame per le richieste d’asilo e prolungare la detenzione in vista dell’espulsione. Il risultato? Un grande flop, poiché a destra hanno ritenuto il decreto troppo blando e a sinistra invece troppo severo.

Tutto ciò veniva accompagnato da un tasso di disoccupazione ancora intorno al 9% (tasso molto alto) e da salari bloccati ormai da tempo che hanno alimentato in grande misura il malcontento della popolazione. Inoltre nelle zone periferiche i residenti vedevano attuare giorno dopo giorno tagli ai pubblici servizi e alle amministrazioni locali.

Le proteste di questi giorni infatti si sono verificate anche in provincia, indice che il malcontento della popolazione non è forte solo ed esclusivamente nelle città, ma anche nelle zone di limitrofe o distanti, dove la vita si è fatta evidentemente più dura per gli abitanti. 

L’ipotetica caduta di Macron e quindi l’ipotetico disastro

Quanto alle dinamiche internazionali, si può solo ipotizzare una previsione: sebbene sul fronte nazionale Emmanuel Macron sia lungi dall’essere il miglior presidente di sempre per il suo popolo, in questi anni di governo ha giocato un ruolo fondamentale per gli equilibri europei interni ed esteri.

Macron con il suo movimento “En Marche!”, distante sia dalle sinistre che dalle destre, è un europeista convinto: anzitutto la sua intenzione principale era quella di rafforzare la coesione interna tra i membri dell’UE, ovviamente portando la Francia, quinta potenza mondiale, ad un ruolo privilegiato. In questo modo avrebbe voluto collaborare a rendere l’Unione Europea una forza coesa e congiunta, forte al punto da potersi intromettere tra il testa a testa economico mondiale del momento tra Stati Uniti e Cina.

Nel caso in cui il governo Macron dovesse crollare, la stabilità, prima della Francia e poi dell’Unione Europea tutta (già provata in parte dal caso Brexit), sarebbe rimessa fortemente in discussione. Si aprirebbe così la strada in Francia per un ennesimo governo populista, probabilmente guidato da Marine Le Pen, sicuramente poco avvezzo alle politiche comunitarie e soprattutto volenteroso di riportare in alto lo spirito sovranista del Paese.

Il risultato potrebbe essere catastrofico tagliando fuori la debole Unione Europea dalle contese economiche e politiche internazionali in un momento storico in cui le grandi potenze (Cina, USA, Russia) sono più aggressive e protezioniste che mai.

Concludendo, Macron ha sicuramente attuato una politica impopolare che ha dato dei buoni e legittimi pretesti al popolo per protestare in piazza, ma probabilmente un suo cambio di rotta e una modifica del suo programma potrebbero essere più adatti per le politiche nazionali e internazionali rispetto all’instaurazione di un governo populista che andrebbe a indebolire la struttura europea, relegando il vecchio continente in una nuova posizione subalterna rispetto a nazioni più prosperose e unite.

Alessandro Leuci