Handicap e barriere psicologiche: il connubio che complica ancor di più
Grafica a cura di Tony Baldini

Nella nostra epoca, tutto quel che riguarda gli handicap viene ridicolizzato e crea barriere invalicabili e difficili da distruggere.

Al nostro cervello è consentita una sorta di economia cognitiva e che mentre da un lato è portatrice di giovamenti, dall’altro, simultaneamente, crea barriere che non consentono la giusta interpretazione della realtà. Tutto ciò è alimentato da un’estrema ignoranza in molti ambiti della nostra vita quotidiana che limita un’apertura verso nuovi orizzonti, verso chi è affetto da problemi psico-fisici di handicap e verso chi unisce spesso i type di mobilità limitata ed i token che causano discriminazione falsando la percezione delle possibilità fisiche e cognitive.

Al giorno d’oggi, la parola handicap è utilizzata in maniera errata e ingiusta: è carica di un valore offensivo che vuole denigrare la categoria protetta e che ancora oggi è vittima di soprusi da parte di chi si crede più forte.

Una grande fetta di persone che sceglie di usare la parola handicap in contesti decisamente inadeguati, crea anche in questo caso delle barriere, che però non sono solo architettoniche ma anche psicologiche. Alle continue offese — che sono di varia tipologia e non soltanto verbali— il continuo manifestarsi dell’handicap viene interpretato come una conseguenza: in questo modo si crea un’idea di comportamento negativo e denigratorio e, ovviamente, la formazione di barriere.

Dietro la parola handicap non si celano solo danni fisici: si tratta di una maschera plurima.

Molto spesso, coloro che sono affetti da un handicap, hanno difficoltà a rapportarsi con gli altri, soprattutto perché si creano un considerevole numero di barriere. Qualcuno potrebbe essere stato vittima di un incidente stradale e che lo ha esposto ad una serie di traumi fisici a cui sono seguiti i traumi psicologici: se la persona in questione ha subito traumi pneumo-toracici, avrà anche difficoltà a comunicare con gli altri.

Nella fase riabilitativa che segue l’incidente è necessario che la vittima provi a instaurare legami con terze persone, e in particolare con coloro che ignorano o possono essere intolleranti verso le difficoltà di un portatore di handicap. Ma succede anche il contrario: spesso, l’individuo viene lasciato nella sua sofferenza in quanto si opta di porre barriere nella sfera delle nuove conoscenze. Tutto ciò è diventata pratica quotidiana: è risaputo che gli esseri umani sfuggono di fronte alla diversità e alla difficoltà.

Senza il dovuto supporto e innalzando barriere architettoniche e psicologiche, il portatore di handicap resta sconfortato e afflitto: ciò può incidere sulla sua salute psicofisica.

Sono i luoghi comuni a influenzarci: il pregiudizio è quello che denota il malvagio senso comune della società odierna. Non credere alle possibilità insite di una persona disabile è una sconfitta per tutti: sono comunque necessari gli ausili esterni che servono a coadiuvare il duro lavoro che spetta a chi è stato vittima di un incidente.

E non serve creare barriere, serve spronare, serve qualcuno che ci vieti di dire “Non ce la faccio”. Tutti abbiamo possibilità di farcela a questo mondo: basta solo crederci.

Eugenio Fiorentino

 

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