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Margaret Atwood: l’ancella dell’uguaglianza e della resilienza

Fonte immagine: https://www.amaranthinemess.it/2019/04/29/margaret-atwood-e-i-fumetti/

L’ispirazione per “Il racconto dell’ancella”, il suo romanzo più famoso, la scrittrice canadese Margaret Atwood l’ha avuta in un anno emblematico: il 1984. Impossibile non collegare mentalmente quell’anno al libro distopico par excellence di George Orwell, il capostipite di ogni distopia che si rispetti. E “Il racconto dell’ancella”, pur essendo stato scritto ormai 36 anni fa, è da qualche anno considerato uno dei più grandi libri distopici del secolo.


Margaret Atwood ebbe, però, anche un’altra fortissima suggestione nello scrivere il libro, ovvero quegli aerei assordanti che dalla Germania Est passavano sopra Berlino Ovest, dove al tempo si trovava, a ricordare a lei e agli abitanti del blocco occidentale un senso di sorveglianza perenne – di minaccia continua, panottica, che la scrittrice aveva sperimentato anche nei viaggi in altri paesi della Cortina di Ferro (“la circospezione, la sensazione di essere spiata, i silenzi, repentini cambi di discorso” scriverà in un articolo sul Times, qui tradotto).
Una spada di Damocle in sospeso sulle teste di tutti.

In “1984” Orwell scriveva che l’immagine del futuro sarebbe stata quella di uno stivale che schiaccia con violenza una faccia umana, per l’eternità; ebbene, il futuro si sarebbe accontentato per quasi mezzo secolo anche solo di minacciare con questo stivale senza dovere usarlo a tutti i costi, perché una minaccia, a lungo termine, può innescare conseguenze ancora più devastanti, controlli ancora più pervasivi e una paura più subdola ed efficace.

Fonte immagine: https://www.amazon.it/racconto-dellancella-Margaret-Atwood/dp/8868337428

E forse perché scrittrice donna da sempre interessata alle donne, e in quanto donna in lotta costante con la prevaricazione – e la minaccia – maschile sulle donne e sul loro corpo, Margaret Atwood ha delineato una delle distopie più angoscianti e realistiche di sempre, mettendo al centro della sua storia il controllo del corpo femminile e della sua psiche.
Ne “Il racconto dell’ancellala Repubblica di Galaad è una forma di dittatura teocratica di chiara ispirazione biblica che si rifà direttamente al puritanesimo dell’America del XVII secolo. La società è divisa in modo rigidissimo, patriarcale e fanatico: gli uomini sono al comando e tutte le altre religioni bandite. Le donne, ripartite in vari ruoli che sono tenute a osservare in modo implacabile, non hanno alcun diritto: gli è vietata persino la lettura. Se non fertili o inabili al lavoro vengono direttamente uccise, perché i bambini sono diventati una rarità a causa delle conseguenze negative dell’ambiente devastato dall’uomo: quindi una donna che non può far figli diventa una donna inutile.
Le Ancelle del romanzo sono proprio questo: donne-schiave scelte dai vertici della piramide di comando di Galaad con il solo scopo di procreare con i Comandanti. Brutalmente: uteri con le gambe.

La storia della protagonista-ancella Difred (un non-nome, in quanto rimanda semplicemente al nome del suo proprietario) ci mostra di prima mano il terrore di una società di questo genere, in un futuro non lontano da noi, che se all’epoca poteva essere un anno vicino al fatidico 1984, oggi, nel 2020, non sembra un pericolo passato: il divieto di aborto dilaga negli Stati Uniti trumpiani, ad esempio, e spesso in questi anni vediamo uscir fuori deliranti proposte sulla pena di morte da comminare a medici e donne che praticano l’aborto.
Ma oltre al terrore, “Il racconto dell’ancella” offre la prospettiva di una altrettanto concreta capacità di resistenza contro il potere, affidata soprattutto alla testimonianza della protagonista con la sua rivolta silenziosa e non isolata.

Pubblicità del detersivo Old Dutch degli anni ’40 che terrorizzò la bambina Margaret Atwood.
Fonte immagine: https://www.reddit.com/r/TheHandmaidsTale/comments/6iq410/the_inspiration_for_the_handmaids_wings/

Margaret Atwood non è la scrittrice di un solo romanzo, però, e questo va ribadito: sin dal primo romanzo, “La donna da mangiare” del 1969, il concetto di femminile e le sue declinazioni – e oppressioni – sono il fulcro della sua scrittura, al punto che la protagonista Marian, cozzando tra le sue aspettative di voler essere una donna moderna e la società che le attribuisce dei ruoli di genere rigidissimi, entra in una spirale dissociativa che la porta a smettere di mangiare per paura di essere divorata da altri. I traumi sono al centro di altri romanzi anche più tardi, come “Occhio di gatto” (1988) in cui la pittrice Elaine Risley rivive la sua infanzia e rielabora vicende dell’adolescenza con cui non ha mai fatto davvero i conti.
Lo stile ironico e acuto della Atwood si basa su una dichiarata passione politica e femminista e una solidissima formazione accademica. “Il racconto dell’ancella” infatti non solo affronta il genere distopico che tanta fortuna ha avuto dagli Orwell e dagli Huxley in poi, ma riprende un discorso già impostato da Nathaniel Hawthorne in un romanzo ottocentesco – ambientato nell’America puritana del ‘600 – quale “La lettera scarlatta”.

Non solo: Atwood cita esplicitamente già dal titolo Geoffrey Chaucer e i suoi Racconti di Canterbury, da una parte, mentre dall’altra rimanda ai racconti popolari o fiabeschi. Una sorta di riscrittura al femminile di una tradizione (anche orale: non a caso Difred si racconta tramite una audiocassetta ritrovata secoli dopo) che affonda la sua storia nei secoli passati, e colonizzata dall’immaginario maschile: una re-visione che accomuna Atwood a un’altra scrittrice singolare come Angela Carter.
Inoltre c’è una curiosità quasi inquietante da riportare: ovvero che la famosa cuffia bianca che nasconde il viso delle Ancelle, oramai un simbolo politico usato in manifestazioni e moti di protesta, non viene né dall’Antico Testamento, né dal vestiario delle religiose vittoriane, bensì direttamente dall’infanzia di Margaret Atwood. Per essere più precisi da una pubblicità di detersivi Old Dutch degli anni ’40, dove una donna aggressiva, ma a ben guardare ai limiti dello psicotico, coperta da una cuffia bianca e con un bastone in mano, minaccia di pulire tutta la città… 
Il dialogo con la tradizione classica è una delle tematiche che più caratterizzano l’opera di Atwood, che si spinge fino alla riscrittura del mito dell’Odissea rivisto dallo sguardo dissacrante di Penelope ne “Il canto di Penelope” (2005).

Se con la serie TV di Hulu con protagonista la bravissima Elisabeth Moss il romanzo più famoso della Atwood si è attestato su standard iconici – e lo stesso è accaduto con la trasposizione del romanzo storico ambientato nel XIX secolo “L’altra Grace” (1996) -, bisogna ricordare che già alla sua uscita nel 1985 “Il racconto dell’ancella” vendette milioni di copie, vinse il premio Arthur C. Clarke, ma scatenò anche forti contestazioni e fu persino bandito in alcune scuole. Forse la modernità del suo libro più famoso ha fatto sì che Atwood decidesse di scrivere nel 2019 un seguito alle vicende di Difred: così sono usciti “I testamenti”, vincitore del prestigiosissimo Booker Prize e ambientato quindici anni dopo le vicende del primo libro. Ma questi premi non sono riconoscimenti tardivi: Margaret Atwood è stata per anni considerata una possibile vincitrice del premio Nobel per la letteratura. Difficilmente lo vincerà, per due motivi: il primo è che nel 2013 lo ha già vinto Alice Munro, canadese come lei, il che allontana la possibilità che venga assegnato ad altri scrittori canadesi per un po’ di tempo; il secondo, ancora più importante, è che ormai Margaret Atwood è famosa anche al di fuori del circolo letterario: quando accade questo, come ha ben saputo Philip Roth, l’accademia svedese non ti considera più con lo stesso favore.

Eppure premi non sono mai mancati. Al punto che “L’assassino cieco” (2000), ambizioso affresco che si snoda tra la storia del Canada del XX secolo e il dispositivo narrativo del romanzo nel romanzo a rivelare la vita della protagonista Iris Chase, è stato dichiarato dal TIME come miglior romanzo di quell’anno e tra i 100 migliori libri inglesi dal 1923. Oltre a vincere un Booker Prize.

Versatile ed eclettica, Margaret Atwood è anche saggista, poetessa e naturalmente una valida scrittrice di racconti, forse meno conosciuti rispetto ai romanzi. Il più famoso è il provocatorio “Fantasie di stupro” del 1975, in cui un gruppo di donne si racconta – e si svela – attraverso le proprie fantasie di violenza sessuale. Anche qui, l’uso dell’ironia dei personaggi potrebbe portare a fraintendere ciò di cui sta parlando la scrittrice: ovvero i traumi e l’ansia perenne di poter essere molestati, violentati o uccisi da un momento all’altro, da sconosciuti incontrati per caso, solo in quanto donne. Raccontare le proprie fantasie di stupro diventa un modo di rivelarsi all’altro attraverso una sorta di terapia salvifica con le parole, attraverso il dialogo.

Lo stesso dialogo ininterrotto con i suoi lettori che Margaret Atwood esercita costantemente dalla sua prima raccolta di poesie “Double Persephone” del 1961 per arrivare a “I testamenti” dell’anno scorso. In mezzo, per nostra fortuna, traduzioni e ristampe: come quella dei racconti anche inediti de “L’uovo di Barbablù” da pochi mesi nuovamente in libreria.
In questo dialogo continuo è incapsulato il germe di una resistenza a ogni forma di potere patriarcale e vessatorio. Potremmo dire che a fronte di una narrazione tossica dell’oppressione maschile, Margaret Atwood contrappone la rete di resistenza delle sue donne qualunque, con il mantra del Nolite te bastardes carborundorum(che i bastardi non ti schiaccino) ripetuta come una formula magica: una difesa efficace capace di fare scudo e di creare un ponte che possa colmare il vuoto creato da chi detiene il potere e cerca di annullarle in quanto individui – e collettività.

Nicola Laurenza

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