«E per il Napoli ha segnato con il numero 17 MAREEEEEK» «HAMSIK!». In loop per quattro, cinque volte, e più il momento della partita è importante, più l’avversario è blasonato, più il numero di ripetizioni tende all’infinito. Quante volte lo speaker Decibel Bellini al San Paolo ha incitato in questo modo i tifosi azzurri a gridare il cognome del giocatore slovacco? Sessantanove volte (58 in campionato e 11 nelle coppe) per l’esattezza. La prima è arrivata contro la Sampdoria. Lo smilzo 20enne – già soprannominato Marekiaro – dopo un triangolo con Zalayeta (che aveva firmato l’1-0) aveva mandato Sala al bar con una finta di destro e poi di punta mancina aveva anticipato l’uscita di Castellazzi. Un gol fantastico e San Paolo già in delirio per il suo nuovo idolo. Era il 16 settembre 2007. Un gol che aiutò la squadra a bissare la prima vittoria in casa della stagione, che nel massimo campionato italiano mancava dal’11 febbraio 1998, anche quella per 2-0, contro il Vicenza.

Era il primo Napoli formato Serie A dell’Era De Laurentiis. In panchina vi era l’allenatore-eroe della doppia promozione Eddy Reja e la squadra non aveva certamente la caratura di oggi. Nessuno quel giorno di settembre, però, immaginava che sarebbe iniziata anche l’Era Hamsik, e che non solo quel magrissimo ventenne sarebbe divenuto il miglior marcatore della storia della società “oscurando” il Dio Diego (121 gol), ma che avrebbe addirittura abbattuto il record di presenze con la maglia azzurra (520), appartenuto fino a poche settimane fa ad un monumento come Bruscolotti. Adesso, però, pure lui è diventato un’istituzione, perché ha saputo rappresentare per i giovani tifosi del Napoli quello che Maradona, Pal ‘e fierro e Juliano avevano rappresentato ai loro tempi. E ha saputo farlo alla sua maniera, sempre pacata e composta, mai fuori dalle righe, sia quando c’era da prendersi delle responsabilità nei momenti difficili sia quando c’era da gioire. L’unica volta che ha dato di matto è stato dopo la vittoria della Coppa Italia nel maggio 2012 – il primo trofeo che Napoli tornava a festeggiare dopo ventidue lunghi anni e che anche quella volta vedeva la Juventus uscire sconfitta – e non per colpa sua: in quell’occasione, infatti, fu trascinato in discoteca da Lavezzi. La prima ed unica avventura off-court nel corso di questi dodici anni in azzurro, perché per il resto ha sempre avuto in mente due cose: la famiglia e il pallone.

Dal punto di vista tecnico, Hamsik ha rappresentato in queste stagioni di Serie A l’eccellenza. Il prototipo del centrocampista moderno capace di interpretare le due fasi di gioco, con un senso del gol e una freddezza sotto porta a cui non eravamo abituati per un non-attaccante. Ha segnato in tutti i modi: destro (54), sinistro (38), di testa (14), dal dischetto (15). Ma la cosa più impressionante sono stati i tempi di inserimento del primo-Hamsik, quello dei tempi di Reja/Donadoni/Mazzarri, che praticamente giocava da trequartista e che riusciva sempre a sapere qual era il momento giusto per accelerare e prendere sul tempo la difesa avversaria. Con Benitez, e ancora di più con Sarri, la squadra ha compiuto il salto definitivo, divenendo una vera e propria “grande”. La conseguenza è stata un atteggiamento più offensivo, palesato da un modulo che doveva sostenere tre attaccanti. Così la sua posizione è arretrata di circa una ventina di metri per permettere maggiore equilibrio. Questo suo nuovo ruolo, più da accompagnatore che da rifinitore, ha portato sì ad una leggera riduzione in termini di gol (0,27 gol a partita nelle prime sei stagioni contro i 0,20 delle ultime cinque e mezzo) ma gli ha permesso di sviluppare un maggiore senso del gioco, ha ampliato la sua visione e capacità di ‘comprendere’ l’azione all’interno di un sistema che girava alla perfezione. Ed essendo l’unico con queste caratteristiche, Sarri non se n’è mai privato dall’inizio, pure nelle sue serate meno brillanti.

Hamsik

Di quel promettente giovane smilzo non è rimasto molto, se non la cresta che è diventata iconica come il numero di maglia; quel diciassette che prima di lui aveva un significato negativo, in un contesto in cui la scaramanzia è parte integrante della vita di tutti i giorni, e che ora è legato indissolubilmente al suo nome. Adesso è un uomo, è uno di quelli che ce l’ha fatta e che soprattutto ha saputo legare il suo nome alla storia, e se non è quella del calcio, sicuramente quella del Napoli. Chi avrebbe mai detto che, di tutti i giocatori che sono arrivati in azzurro in questi quindici anni di gestione De Laurentiis, a fare più breccia nel cuore della tifoseria sarebbe stato quello più introverso, più riservato, più lontano, insomma, dallo stereotipo, non solo napoletano, del giocatore che scalda i cuori?
Hamsik non ha rappresentato solo in campo una squadra che è cresciuta assieme a lui fino al punto di contendere lo scudetto ad un’armata come quella bianconera, ma anche e soprattutto un modello, un esempio di professionalità facendo da contraltare all’eccentricità del presidente, l’unico con cui ha condiviso tutti gli anni di questo percorso e che sappiamo essere un personaggio con cui non è facile andare d’accordo.

La storia tra Hamsik e il Napoli sembra essere stata scritta da Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio come la canzone straordinaria ‘Almeno tu nell’Universo’ di Mia Martini, che tra una settimana celebrerà il trentennale dall’uscita al Festival di Sanremo, perché, in una città caotica, instabile e, purtroppo, decadente dove il futuro sembra si possa trovare solo lontano, lui è riuscito a fare il percorso inverso. In una città che tutti amano ma che, alla fine, tutti abbandonano per cercare – anche giustamente – fortuna altrove, lui ha deciso di restare e di essere quel punto fermo che non ruota mai. In questi anni il Napoli e Napoli sono stati di Lavezzi, di Cavani, di Higuaín, di Reina e di Sarri, ma alla fine, chi per una ragione e chi per un’altra, tutti sono andati via all’apice del successo. Hamsik no, nonostante i corteggiamenti di Juventus, Milan, Inter e Manchester United e le aspettative di un palmares migliore. Ha deciso, invece, di dedicare gli anni migliori della propria vita e della propria carriera al Napoli, e a Napoli ha creato la sua famiglia, ha fatto crescere i propri figli. Anche quando molti tifosi lo hanno criticato pesantemente per delle prestazioni non all’altezza nelle ultime stagioni, accusandolo di essere poco decisivo quando serviva. Ma, si sa, la gente è matta, […] cambia idea continuamente.

Adesso andrà a giocare in Cina, dove probabilmente terminerà la propria carriera. Lo fa per una scelta economica, che è nelle sue facoltà, forse avendo compreso di non essere più il giocatore che era prima, quello che dai tempi di inserimento con pochi eguali e per cui i ragazzi di tutt’Italia si facevano la guerra pur di averlo al fantacalcio. Ma resta e resterà sempre il numero 17 di una città intera e ‘a disgrazia degli avversari.

Michele Di Mauro