voto utile
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Le elezioni politiche si avvicinano e con esse il tradizionale e sacrosanto promemoria del “voto utile”. Non si ricorda una singola tornata elettorale nella storia italiana contemporanea che non abbia visto l’utilizzo sistematico – e manipolatorio – di questa espressione o di suoi equivalenti. Dal «turiamoci il naso e votiamo DC» di Montanelli, usato come mezzo per alimentare lo spauracchio comunista, fino ad arrivare al più recente concetto del “meno peggio”, causato invece dalla incapacità della politica di esprimere candidati all’altezza, l’elettorato italiano viene invitato ormai da decenni a compiere la scelta che possa essere la meno dannosa, piuttosto che a esprimere un voto che rispecchi le idee. 

Voto utile (e voto inutile)

Sebbene il concetto di voto utile venga utilizzato come messaggio positivo volto a ingenerare un senso di speranza nei votanti, in verità altro non è se non un insulto all’intelligenza e alla dignità degli elettori. In fin dei conti l’elettore “utile” è, agli occhi dei politici, un soggetto del quale basta ricordarsi solo ogni cinque anni, e che sarà sempre facilmente convincibile. Quel soggetto che, in ogni caso, sarà sempre pronto ad ascoltare e a credere alla solita storiella sulla sua inutile utilità, e quindi a compiere qualsiasi azione corrisponda a una assuefatta accondiscendenza – che sia turarsi il naso, chiudere gli occhi o tapparsi le orecchie. Azioni che gli consentiranno poi di assistere inerme, per altri cinque anni, a tutti gli scempi prodotti in Parlamento, come leggi elettorali incostituzionali, riforme costituzionali aberranti, leggi salva-poltrone o pro-paperoni, oltre al costante oblio delle classi meno abbienti. Senza contare che, se è vero che esistono un voto e un elettore utile, giocoforza esistono anche un voto e un elettore che agli occhi dei politici è inutile, e che viene così identificato in maniera nemmeno troppo velata. Insomma, non il massimo del rispetto verso la popolazione votante.

Peraltro, che sia per “fermare l’avanzata delle destre” o per “evitare che l’Italia si trasformi in uno stato socialista”, chi invita al voto utile lo fa perché vuole che qualcosa non accada, senza rendersi conto che, così facendo, sta svalutando la sua stessa posizione politica, svuotandola di ogni significato e obiettivo. Il voto utile è per definizione un voto di ripiego, un espediente, un voto sicuramente espresso contro l’avversario, e che anzi è guidato dalla paura dello stesso; ma, dopotutto, non è un voto di stima verso chi viene votato, anzi, si tratta, in un certo senso, di un voto espresso anche contro chi quel voto lo riceve. In altre parole, si invita l’elettore a votare sulla base di una sfiducia di fondo nei confronti dei propri stessi programmi, in quella che somiglia a tutti gli effetti ad una scelta disperata. 

Volendo andare più a fondo nell’analisi del voto utile, si può scorgere dietro di esso anche una strategia molto più precisa che risponde a esigenze di presunta stabilità politica o, se si vuole, economico-sociale, insite nel concetto stesso di democrazia rappresentativa. In effetti con il voto utile si è favorita una continua alternanza politica che ha di fatto, negli anni, impedito qualsiasi riforma strutturale a livello economico o sociale. Le forze politiche si sono appiattite e sono ricorse al concetto del “voto utile” con l’obiettivo di venderlo come unica speranza di stabilità e come argine agli estremismi, ma soprattutto come elemento funzionale al mantenimento dello stato delle cose. Il risultato è che con il messaggio manipolatorio del voto utile l’elettore viene oggi privato della capacità di una vera riflessione critica, di condurre un reale confronto fra opinioni diverse, e finisce per allontanarsi ancora di più dalla politica dopo aver preso atto dello stallo perenne. 

Il voto utile rappresenta quindi l’ennesima lampante manifestazione della crisi della democrazia rappresentativa, già martoriata dal forte astensionismo e dal fallimento del suo presupposto, cioè l’affidamento a una maggioranza di persone del potere di decidere per tutti i cittadini, presupposto nel quale, oggi, i cittadini fanno fatica a riporre fiducia.   

Inoltre, gli esistenti strumenti di democrazia diretta, che dovrebbero rappresentare la base della democrazia rappresentativa nella misura in cui dovrebbero consentire ai cittadini di avere un ruolo incisivo e diretto nell’adozione di alcune decisioni, rimangono limitati e anzi alcuni – come il referendum – sono stati trasformati in vere e proprie tornate elettorali personalizzate, nelle quali si tende a esprimere più un giudizio sull’operato politico di chi ha promosso la consultazione referendaria che un voto sul contenuto della stessa. Altri, come la petizione, sono invece finiti nel dimenticatoio e l’opinione pubblica ignora la loro stessa esistenza. 

È in questo contesto che vale la pena dunque pensare a un rafforzamento e all’introduzione di nuovi strumenti di democrazia partecipativa che abbiano come obiettivo quello di coinvolgere i cittadini nell’iter di adozione delle decisioni pubbliche prese dai rappresentanti. Strumenti come i consigli di quartiere, assemblee cittadine, dibattiti pubblici – che conducono poi all’adozione di atti come il bilancio partecipativo – sono impiegati già in molti comuni italiani oltre che in altri Stati come la Francia e la Danimarca, e potrebbero essere riportati al centro dell’attenzione per incrementare la partecipazione territoriale alla vita politica. 

A ciò può aggiungersi anche un ripensamento del ruolo delle organizzazioni sindacali, che oltre a rafforzare il loro margine di negoziazione contrattuale per una sana tutela del lavoro, potrebbero candidarsi a principali promotrici di nuove misure politiche direttamente legate al mondo del lavoro, in virtù del loro contatto diretto con i lavoratori. Il tema del lavoro infatti assume oggi una rilevanza centrale di fronte all’incapacità dei salari di tenere il passo della sempre crescente inflazione e alla delicatissima questione della sicurezza sui luoghi di lavoro, con il numero di infortuni e decessi purtroppo sempre in crescita. 

Questi strumenti potrebbero garantire una maggiore partecipazione politica dal basso e di conseguenza anche l’esplorazione della possibilità di affrontare riforme di tipo strutturale sia a livello economico che sociale, lasciandosi alle spalle il dannoso concetto del voto utile che a nulla ha portato se non a un immobilismo perpetuo. 

Inutile precisare che l’area di centrosinistra potrebbe farsi promotrice di queste idee per penetrare nei territori attraverso il coinvolgimento di associazioni e organizzazioni locali, e assumere quindi una vera connotazione di area politica a difesa dei diritti essenziali, sanità, istruzione, attraverso la partecipazione di coloro che sono direttamente coinvolti. Questo vorrebbe dire recuperare la volontà dell’organizzazione, ricostruire il radicamento, garantire la formazione di proposte provenienti dalla massa. 

Insomma, la democrazia partecipativa può avere un ruolo fondamentale nell’affermazione del progressismo di centro-sinistra e nella valorizzazione del campo largo, attraverso una elaborazione di idee radicate, partecipate, discusse e soprattutto non imposte dalla dirigenza. Certo, appare difficile pensare a una improvvisa svolta nell’area di centro-sinistra in questo senso, dal momento che al suo interno c’è ancora chi crede che sia essenziale allontanarsi il più possibile da concetti che l’elettorato possa in qualche modo ricondurre al comunismo. Ma va anche detto che, in un momento come quello attuale, chi ignora il desiderio partecipativo dei cittadini e non si assume la responsabilità di ripensare l’area democratico-progressista, finisce per remare contro di essa e per favorire l’avanzata delle destre. 

Amedeo Polichetti

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