Ubicato nella piccola e molto spesso trascurata Regione del Molise si trova oggi, seppur in uno stato di indifferenza totale e alla mercé degli agenti atmosferici, un tesoro di inestimabile valore culturale che prende il nome di Sepino.
Il sito archeologico,
Le felici condizioni geografiche quindi permisero fin dagli anni di fondazione, intorno al IV a.C, lo sviluppo dell’area, e non è un caso che l’etimologia della parola Sepino molto probabilmente derivi dal lemma saepio cioè recinto, parola atta a identificare verosimilmente un’

Nonostante tali megalitiche forme di difesa il forte non poté nulla all’assedio portato in essere dai Romani nel 293 a.C., durante la terza guerra sannitica e, avvenuta la conquista, venne elaborato un piano di romanizzazione del Sannio e nel contempo di abbattimento del deterrente militare, tutto ciò portò all’abbandono dell’insediamento di Terravecchia e alla maggiore urbanizzazione della piana del Sepino.
Lo sviluppo urbano ebbe una fortissima accelerazione tra il I e il II secolo a.C quando per ordine diretto di Augusto furono implementanti i sistemi difensivi, con la costruzione sotto la diretta supervisione di Tiberio di una grossa cinta muraria e contemporaneamente il risanamento e la conseguente restaurazione degli edifici di maggiore importanza dell’abitato, ovvero foro, macellum, basilica e terme. Sebbene tale opera urbanistica sia stata così incisiva, la città mantenne l’innaturale non ortogonalità tra i due assi maggiori, riflesso della necessità di mantenere inalterato il percorso del tratturo, nerbo dell’economia dell’area e volano della sua crescita passata.




Nelle epoche successive Sepino assiste ad un graduale abbandono, accelerato con la guerra greco-gotica e l’invasione longobarda, e ha un definitivo abbandono Intorno al IX secolo quando la città è soggetta alle incursioni saracene nell’area; da questo momento la città morta viene ad essere rinominata in Altilia.
Oggi si sa per certo che la città si estendeva per 12 ettari, di cui solo un decimo è stato esplorato: la colpa di ciò non è certamente da rinvenire all’inerzia della Sopraintendenza o dei singoli operatori, ma alla solita cronica mancanza di fondi. Il fatto che fa notizia è la paradossale ignoranza del luogo, non un cartello stradale o indicazione di qualunque tipo conduce al sito nonostante la superstrada vi corra affianco; il parcheggio poi è appannaggio dei privati locali. Se si è fortunati o più semplicemente esperti del luogo arrivarci potrebbe essere “fattibile”, ma una volta lì si constaterà alla visita archeologica di essere quasi presumibilmente soli, uno spettacolo indecorosamente lunare: ciò è quasi sconvolgente se si pensa che l’oggetto in questione non è una mera colonna o un santuario, che hanno comunque la loro importanza,ma una intera città romana. Addirittura non ci sono i soldi per tagliare l’erba che ricopre gran parte di quello scoperto, ma la follia tutta italiana sta nel fatto che le operazioni di scavo condotte in questi anni hanno portato alla luce significative scoperte, che sono state documentate e poi RICOPERTE!! Questo perché? Perché per amore della nostra storia e della cultura, gli archeologi hanno preferito e preferiscono ancora oggi vedere tutto coperto, ma al sicuro piuttosto che in bella vista e soggetto al degrado.
Dario Salvatore




















































