NASA, buco dell'ozono ai minimi dal 2005

Buone notizie sul fronte ambientale. Chi di noi non ha mai sentito parlare almeno una volta nella vita dell’ormai famosissimo buco nell’ozono? Ebbene la Nasa ha reso noto che quest’ultimo si è ridotto notevolmente nell’ultimo decennio.

Andiamo per ordine: che cos’è lo strato di ozono, dove si trova e a cosa serve? Per ozonosfera si intende quella regione dell’atmosfera che costituisce il naturale schermo della Terra alle radiazioni solari. Questa è situata tra i 15 e i 35 chilometri di altitudine, ovvero nella parte inferiore e intermedia della stratosfera. Qui, come dicevamo prima, parte delle radiazioni ultraviolette provenienti dal Sole vengono filtrate prima che raggiungano la superficie terrestre, causando danni a tutte le forme di vita presenti su di essa.

Il buco nell’ozono, di cui oggi parleremo, consiste nell’assottigliamento dello strato di ozono presente appunto nella stratosfera. Le prime misurazioni, avvenute nel 1985 per opera dei ricercatori del British Antarctic Survey, dimostrarono che tra il 1977 e il 1984 la quantità di ozono presente sull’Halley Bay in Antartide era diminuita del 40%.

Come accennato prima, nuove misurazioni effettuate dalla Nasa confermano che, grazie al divieto internazionale di prodotti chimici, contenenti il cloro chiamati clorofluorocarburi (CFC), dal 2005 il buco dell’ozono si è ridotto del 20%. Susan Strahan, scienziata del Goddard Space Flight Center della Nasa, ha affermato: “La presenza del cloro dei CFC sta scendendo nel buco dell’ozono e a causa di esso si sta verificando una riduzione dell’ozono“.

Cosa sono questi CFC e in che modo agiscono sull’ozono stratosferico?I clorofluorocarburi sono composti chimici ad elevata stabilità chimica e termica, fattore che ne favorisce l’accumulo nella stratosfera. Questi trovarono largo impiego in molti prodotti quali agenti refrigeranti, solventi nell’industria chimica e propellenti per aerosol. I CFC innalzandosi nella stratosfera vengono colpiti dalle radiazioni ultraviolette rilasciando atomi di cloro che distruggono le molecole di ozono. Nel 1987 venne approvato il Protocollo di Montreal grazie al quale vennero messi al bando i CFC e le altre sostanze in grado di danneggiare lo strato di ozono.

Torniamo allo studio della Nasa. Al Polo Sud il buco dell’ozono si espande durante l’inverno, periodo in cui i raggi del Sole di ritorno favoriscono i cicli di distruzione dell’ozono che coinvolgono cloro e bromo provenienti dai suddetti CFC. Grazie al Microwave Limb Sounder (MLS), strumento installato sul satellite EOS AURA, che fa effettuato misurazioni in tutto il mondo dal 2005 al 2016, gli scienziati hanno scoperto che la perdita dello strato dell’allotropo dell’ossigeno sta diminuendo. Avevano però bisogno di capire se questa diminuzione era collegata a quella dei CFC. La Strahan ha spiegato che durante l’inverno australe, che va da luglio a settembre “le temperature dell’Antartide sono sempre molto basse, quindi il tasso di distruzione dell’ozono dipende principalmente dalla quantità di cloro presente“. Quest’ultimo elemento chimico, dopo aver distrutto quasi tutto l’ozono disponibile, reagisce con il metano formando così acido cloridrico. “Verso la metà di ottobre, tutti i composti del cloro sono convenientemente convertiti in un unico gas, quindi misurando l’acido cloridrico abbiamo una buona misurazione del cloro totale” ha proseguito la Strahan.

Come i CFC il protossido di azoto è un gas a vita lunga. Nel rapporto Nasa è possibile leggere che “se i CFC nella stratosfera stanno diminuendo, nel tempo si deve misurare meno cloro per un dato valore di protossido di azoto“. Confrontando le misurazioni MLS di acido cloridrico e ossido di azoto, gli scienziati hanno potuto determinare che i livelli di cloro stanno diminuendo in media dello 0,8% all’anno.

Man mano che i CFC lasceranno lo stratosfera il buco nell’ozono diminuirà gradualmente. Secondo Anne Douglass, coautrice dello studio, il completo recupero richiederà però decenni poiché i CFC hanno una durata che va dai 50 ai 100 anni. Per tornare ai livelli del 1980 dovremo quindi attendere il 2060 o addirittura il 2080.

Marco Pisano

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