Come potrebbe essere la NBA del futuro?

La NBA è una Lega in continua evoluzione. È stata così dalla sua creazione e cerca sempre di migliorarsi per poter ingaggiare un pubblico sempre maggiore ed avere un portafoglio di ricavi il più ampio possibile, che possano permettere uno standard di offerta sempre molto elevata. Espansione a 32 franchigie? Division europea? Cambiamento nel formato dei playoff? Formattare il sistema dell’All Star Game? Qualunque fosse la domanda, la risposta dell’ex-commissioner David Stern – e poi di Adam Silver – era sempre la stessa: «Al momento non prendiamo in considerazione quest’eventualità». Eppure, che la Lega stesse pensando a qualche cambiamento era palese. Ne stiamo avendo la conferma. Il format dell’All Star Game è stato modificato prima che iniziasse questa stagione e ha visto il suo esordio nel weekend di Los Angeles (quale migliore palcoscenico) nella solita pausa di metà stagione. Che, in realtà, non è più la pausa di metà stagione, dal momento che – other change – per la prima volta la stagione è iniziata il 17 ottobre, una settimana prima del solito, per diminuire i back-to-back e e ridurre lo stress fisico che negli ultimi anni ha fatto impennare il numero dei gravi infortuni. A questi ne sono seguiti ulteriori.

L’argomento che ha stuzzicato maggiormente chi ha parlato di NBA del futuro è sempre stata la composizione dei playoff. Negli ultimi anni sono aumentati i fautori di chi vorrebbe che alla post-season andassero non più le migliori otto di ciascuna conference ma le migliori sedici, in generale. Questo a causa soprattutto dell’enorme divario che vi è stato tra la Western e la Eastern Conference. Degli ultimi 19 Larry O’Brien Championpship Trophy messi in palio ben 13 sono stati portati a casa dalle franchigie della costa ovest. Ma non è solo una questione di titoli, quanto di squadre di alto livello che possano rendere interessanti il percorso che ci accompagna sino alle Finals. Va detto che questi sono discorsi ciclici e che il sistema della NBA è fatto per evitare che una o più squadre prevalgano a lungo sulle altre. Nonostante ciò, in questa decade le squadre della Eastern che non avessero un LeBron James nel proprio parco giocatori non sono mai riuscite a costruire una squadra che potesse ambire a puntare alla vittoria nel lungo periodo. La situazione in questa stagione sembrerebbe essere migliorata ma questa richiesta resta.

Durante l’ultimo All Star Weekend, Adam Silver per la prima volta ha aperto pubblicamente al cambiamento, contraddicendo quel che lui stesso aveva affermato pochi mesi fa«Quel che conta è che si riesca a portare alle Finals le due squadre migliori. […] Continueremo a monitorare la situazione. La mia speranza è che riusciremo a trovare un modo per risolvere la questione».

Come potrebbe cambiare la NBA? Perché ormai non è più una questione di “sì o no” ma di “quando”. È un’evoluzione naturale del sistema NBA. Il che non significa che avverrà domani o il prossimo anno, e probabilmente neanche tra 5-10. Ma avverrà. La divisione delle squadre in due gruppi e in sei sottogruppi, se vogliamo chiamarli così, è dovuta alla vastità del territorio americano. Quando la Lega fu creata nei lontani anni ’40 era molto complicato viaggiare da una parte all’altra degli Stati Uniti. Da qui, il calendario che permette di affrontare più volte le squadre della propria conference e ancor di più quelle della propria division, ed il fatto che si vada in trasferta per più gare contro squadre che abitano nelle vicinanze. Oggigiorno viaggiare è ancora energicamente dispendioso ma non come una volta. E questo ha permesso alla NBA di essere la prima Lega al mondo a disputare delle partite del proprio campionato in altri paesi come Messico e Inghilterra.

Il primo passo che ci ha portato nella direzione di ritenere questo sistema obsoleto è stata l’eliminazione delle teste di serie nei playoff determinate dalla classifica della singola division. Un cambiamento che, di fatto, ha reso inutili – se non da un punto di vista meramente di calendario – le sei division. Per abbattere il sistema delle conference ci vorrà ancora del tempo. Per adesso, si è discusso sì di mettere in classifica i ranking per formare gli accoppiamenti dei playoff ma sempre prendendo le migliori otto da ciascuna conference.
Per arrivare ad un re-seeding da 1-16 bisognerà prima modificare il calendario, equilibrando gli incontri tra singole squadre. Un processo che richiederebbe dunque non solo di revisionare il numero di partite da giocare – che già ad oggi sembrerebbero troppe – ma l’intero calendario, viaggi compresi.

Insomma, in futuro potremmo assistere ad una NBA molto diversa da quella che siamo abituati a vedere oggi. Ma che potrebbe decisamente essere più interessante.

Michele Di Mauro