Robot in azienda, opportunità o minaccia per i lavoratori?

Si rincorrono le voci che vedono i robot pronti a rimpiazzarci sul lavoro. Gli studi e le ricerche propongono stime diverse come diverse sono le posizioni di grandi uomini di scienza, Hawking su tutti. Nel frattempo Levi Strauss ha iniziato ad usare robot nella lavorazione del denim.

I robot e il mondo del lavoro, un ingresso quello dell’IA che pare per molti solo questione di tempo: le ricerche, tra cui quella dell’istituto di ricerca McKinsey, parlano di una progressiva sostituzione da parte dei robot del lavoro umano e trovano esponenti del mondo scientifico concordi tra cui il compianto Hawking e colossi dell’economia pronti ad investire come Levi Strauss.

La notizia, riportata dal Financial Times, chiarisce la posizione del colosso del denim Levi Strauss: verrà utilizzato il laser sostituendo i lavoratori nelle fasi di rifinitura dei jeans e del colore. Questi robot dovrebbero entro il 2020 prendere il posto degli esseri umani in ogni fase della lavorazione che comporti rischi di tossicità. Una scelta che pare quella di ridurre i rischi per la salute dei dipendenti ma non solo. Il guadagno per Levi Strauss in termini di tempo, la riduzione degli sprechi e dei costi non è da sottovalutare: l’introduzione dei robot velocizza e rende più agile la produzione. I laser possono compiere un la finitura di un paio di jeans in 90 secondi rispetto ai 6-8 minuti impiegati da un lavoratore.

Non solo il mondo della manifattura è esposto all’introduzione dei robot: lo studio del centro McKinsey racconta di come milioni di lavoratori nei Paesi in via di sviluppo si troveranno ad affrontare una crescente concorrenza a dir poco sleale.  Chiaramente non tutte le attività antropiche potranno essere sostituite dai robot poiché l’IA non è in grado, ad oggi, di sostituire a pieno un essere umano. McKinsey insiste, inoltre, che il pericolo è estremamente localizzato non soltanto in vari settori del mondo del lavoro, ma anche e soprattutto in alcune aree del pianeta e in un certo tipo di economia.

I settori maggiormente a rischio, ricorda la ricerca firmata da McKinsey, sono ovviamente quelli legati ad un lavoro pressoché manuale, ripetitivo e spesso privo di elevata specializzazione: manifattura, agricoltura, costruzioni ed estrazioni è in questi settori che i robot potranno trovare maggiore impiego automatizzando il lavoro, riducendo i rischi per la salute degli esseri umani, abbattendo i costi ma allo stesso tempo creando un vortice vizioso a causa del gran numero di posti di lavoro che verranno sottratti.

Ma quanti posti di lavoro si rischia di perdere? In questo le stime sono differenti: McKinsey parla di un prospetto di circa il 25% a livello mondiale entro il 2030 altri come il centro di studi PwC traccia scenari più cupi. Il dato più allarmante riguarderebbe gli USA con circa il 40% di posti di lavoro a rischio nei prossimi 15 anni, mentre per l’UE si parla di una media intorno al 30%: sul podio la Germania, con il 35%, e l’UK con 30%. Molto più indietro l’Italia con circa il 20% con la stessa percentuale che spetta al Giappone.

I giornali inglesi, tra cui il The Guardian, riportano la notizia senza risparmiare i toni catastrofici: l’investimento da parte di grandi colossi dell’economia in quello che pare sempre più un futuro prossimo spaventa moltissimo. I grafici confermano che i lavori come gestione degli acquedotti, delle fognature e dei rifiuti hanno la più alta percentuale di posti di lavoro esposta ad automazione mentre si stima che l’istruzione e la salute abbiamo quelle più basse.

Un futuro poco chiaro sopratutto a causa delle non trasparenti posizioni di chi investe nei robot: lo stesso colosso Levi Strauss non ha fornito indicazioni su quanto investirà né su quanti posti di lavoro saranno a rischio. Una paura, quella dell’avanzata dei robot dotati di un’ IA estremamente sviluppata,  che non riguarda esclusivamente l’impatto sul mondo del lavoro ma più in generale sulle condizioni di vita degli esseri umani.

Ben rappresentativa del grande dilemma etico-tecnologico che ci troviamo ad affrontare è la posizione che negli anni il compianto astrofisico Stephen Hawking ha avuto con i robot e il futuro: da un lato la consapevolezza che ad esempio strumenti di chirurgia altamente specializzati potranno migliorare di molto la vita, dall’altro la certezza che i robot così come gli esseri umani possono avere comportamenti inaspettati rappresentati da crash, fasi di tilt che andrebbero gestite in sicurezza. Il pericolo dello sviluppo, ripeteva Hawking, di un’intelligenza artificiale senza controllo viene racchiuso in un piccolo esempio: se un responsabile di un progetto idroelettrico, che sul terreno scopre un importante formicaio, probabilmente lo sposterà, per far spazio all’opera. Un giorno, con le macchine al lavoro, quel formicaio potremmo essere noi. Saremo distrutti? Un futuro, quello che verrà, imprevedibile e di certo movimentato.

Francesco Spiedo

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