Warriors

Niente di nuovo alla luce del Sole. La superiorità dei Golden State Warriors si conferma tale, e lo fa con una brutalità e una dimostrazione di forza che, probabilmente, serviva più a loro che a vincere le Finali stesse. Cleveland si è arresa al punto da tenere fuori LeBron negli ultimi minuti di gara-4, anche se in realtà i giochi si erano chiusi dopo l’ingenuità – chiamiamola così – di Jr Smith nel finale della prima partita. Era palese che per avere uno stralcio di serie era necessario che i Cavs facessero da corsari alla Oracle Arena. Naturalmente, pure qualora fosse avvenuto, parliamo pur sempre di un 4-1 o 4-2, perché le possibilità che avvenisse il miracolo erano vicine allo zero. Ma quanto meno ci saremmo divertiti un po’. E, invece, si è rivista la replica delle Finali di dieci anni fa, in cui un giovane LeBron dovette inchinarsi allo strapotere dei San Antonio Spurs. Ieri come oggi, le aspettative erano le stesse e la sensazione era che Cleveland potesse finire nel tritacarne elettrico. Nessuno però avrebbe immaginato che ad azionare il macchinario sarebbero stati i Cavs stessi e la loro scellerata gestione di un possesso così decisivo. Le ostilità sono finite lì, con la disperazione di James in panchina quando gli è stato comunicato che avrebbero potuto chiamare un time-out. Al resto ci hanno pensato Stephen Curry e Kevin Durant che hanno fatto a brandelli una difesa che, in realtà, non ha mai cercato di arginarli con forza.

Il sunto di queste quattro partite è nell’espressione compiaciuta, aggressiva e spietata che il numero 35 da Washington ha riservato alla Quicken Loans Arena dopo una tripla che ha ricordato enormemente la giocata che chiuse virtualmente le Finals 2017. Una giocata, quella dagger, che riscrive la storia di Durant agli Warriors e la sua carriera, perché non solo ha silenziato i tifosi presenti al palazzetto ma tutti gli haters che nelle ultime due stagioni gli hanno riservato insulti e sberleffi, reo di essere migrato in una squadra già strepitosa di suo. Senza entrare nel merito della questione, gara-3 è la testimonianza del perché Steve Kerr e Bob Myers abbiano così insistito per arrivare a lui. Perché quando la manovra non è fluida, quando le triple non entrano a Klay e Steph, adesso c’è un bottone d’emergenza da spingere: dare palla al 35. E la sua leggiadria, il suo modo quasi fatato di rilasciare la sfera connessi ai suoi 211 cm – e forse qualcosa in più – fanno il resto. Perché se LeBron non è marcabile perché è devastante fisicamente – essendo una sorta di camion con la velocità di una Lamborghini – Durant non è da meno. E queste sono due verità assolute, oggettive, che hanno reso la possibile noia derivante dal dominio giallo-blu in un continuo strabuzzare gli occhi per due giocatori così speciali. 

Forse l’avrebbe meritato Curry il titolo di miglior giocatore delle Finals ma, alla fine, quel che conta per gli Warriors è l’aver provato ancora una volta di essere i migliori, mettendo a referto anche il primo sweep di questi tre titoli. Una dimostrazione quasi necessaria dopo che gli Houston Rockets nel turno precedente avevano quasi messo alle corde gli uomini della Baia, dimostrando che, forse, è vero che nessuno può sconfiggerli ma che è altrettanto vero che non sono così ingiocabili come pensiamo. E tra vent’anni saremo ancora qui a chiederci cosa sarebbe accaduto se Chris Paul non fosse stato costretto a restare fuori. Forse non avremmo avuto una gara-7, forse Golden State sarebbe passata comunque. Troppi “forse”, troppi “se”. Fatto sta che rispetto alla stagione passata, dove avevano lasciato agli avversari una sola partita, quest’anno sono apparsi più distratti, in alcuni momenti anche superficiali, come se la loro superiorità permettesse questo ed altro. Un atteggiamento che per adesso ha pagato ma che ha anche permesso a Houston di sfatare un po’ il mito della non-competitività e che potrebbe portare in estate le superstar della NBA a cercare di reclutare James per poter tentare di espugnare la roccaforte. 

L’incredibile semplicità (e prevedibilità) con cui siamo giunti al trionfo di Golden State ha fatto sì, addirittura, che l’attenzione si spostasse su altro, sulla partenza – ormai probabile – di LeBron. Dove andrà? Ai Lakers con George e un’altra superstar? Andrà dai Rockets di Harden? A Philadelphia a guidare la brigata dei giovani fenomeni o a Boston da Kyrie per riformare la coppia che ha già battuto la migliore squadra della storia NBA (quantomeno per record)? La domanda non è solo fine a se stessa, non è soltanto relativa alla curiosità – che è comunque grande – di sapere dove il King sposterà il suo regno, ma è legata alla domanda successiva: Potrà la nuova squadra di James battere i Golden State?“. Sì perché, ormai, come ha detto il gm Daryl Morey, la sua ormai è divenuta “un’ossessione” e dovrebbe essere quella di tutti, perché non bisogna più costruire una squadra pensando di dover vincere il titolo ma pensando di dover sconfiggere i Golden State Warriors.

Michele Di Mauro