woke nella sinistra italiana
Fonte immagine: lex.dk/woke

«Mettiamo da parte la follia woke per lavorare sul concreto» afferma Giuseppe Conte, ribadendo «La cultura woke è diventata una sorta di religione morale autoreferenziale. Per i progressisti sarebbe un grave errore confidare su di essa per costruire un’efficace azione politica».
Questa dichiarazione sembra fare eco all’americana Alexandria Ocasio-Cortez, per la quale «Dal woke 01 bisogna prendere le distanze». Ma ha senso che l’Italia si ponga su questa scia? E quanto è giusto etichettare e bollare il woke come una follia, un’esagerazione e una piaga sociale?

Stay woke: le origini

Iniziamo dal principio: il termine woke ha origine dall’inglese awake (sveglio) e richiama l’idea di essere vigili e consapevoli su ciò che ci accade intorno, anche nella sua declinazione di stay woke, un’esortazione a “tenere gli occhi aperti”. In origine, il termine fu coniato dalla comunità afroamericana statunitense della prima metà del Novecento, come un invito a mantenere alta l’attenzione di fronte alle discriminazioni e ai rischi legati al razzismo, per poi ampliare il suo raggio ed essere esteso anche alle persone bianche che si battevano contro il razzismo e sostenevano la necessità di contrastare le disparità sociali.
Nel nuovo millennio, il woke ha raccolto in sé molte più sfumature, dettate da una sensibilità sempre più forte nei confronti delle minoranze e delle categorie considerate vulnerabili. Ad oggi include, quindi, questioni legate alla parità di genere, ai diritti delle persone LGBTQIA+, alla disabilità e alle disuguaglianze economiche e sociali; inoltre, viste le sottili ma radicate e diramate relazioni che il cambiamento climatico ha con lo stile di vita delle classi meno abbienti, il termine è stato associato anche all’attivismo ambientalista. È in questa accezione più ampia che, nel dibattito italiano, viene talvolta associato al concetto di “politicamente corretto”, anche se i due termini non sono perfettamente sovrapponibili.

L’Italia quindi con il Woke 01 ha davvero poco a che fare, ma perché quindi sembra essere un problema predominante per Giuseppe Conte?

La sinistra perde Karl Marx e trova polemiche

Per dare una spiegazione che esuli dalla sempreverde voglia di creare pubblicità propagandista per mezzo di slogan e/o confronti con gli americani che fanno tanto parlare e discutere le masse, riesumiamo il discorso frainteso e poco riuscito di Stefano Bonaccini. Il presidente del PD, con una dichiarazione che per il web passò come “solo gli stupidi votano la destra”, voleva intendere che nel corso degli anni si è creato un grave distacco tra ciò che professava la sinistra agli albori e ciò che è diventata oggi. In sintesi, intendeva che la classe politica che nasce per provvedere ai bisogni dei lavoratori, ormai li allontana con un linguaggio vuoto, retorico e altisonante, mentre le destre intercettano il consenso attraverso una politica che parla alla sfera emotiva dell’elettorato, sollecitandone paure, valori e reazioni più istintive (in effetti, secondo i sondaggi della LUISS, chi ha ottenuto diplomi liceali e/o lauree vota maggiormente la sinistra mentre la percentuale più alta dei votanti dei partiti di destra ha la licenza media). In Italia, la sinistra sembra quindi si sia dimenticata di Karl Marx perché sembra aver perso di vista le battaglie che davano senso ai suoi partiti, tutte ascrivibili all’idea della filosofa statunitense Nancy Freser, secondo la quale la giustizia si regge su due gambe: la redistribuzione economica e il riconoscimento dei diritti.

La sinistra italiana ha però smesso di militare per la redistribuzione e si è concentrata solo sul riconoscimento e sui simboli. Su questo punto convergono sia il discorso di Conte che quello di Bonaccini: in modo maldestro, infatti, hanno entrambi cercato di comunicare che vorrebbero mettere da parte ogni supponenza, abbandonare quindi la teoria, ripristinare un cuore di stampo socialista e lasciare indietro, almeno per un po’, tutta quella retorica woke ormai sterile, che sembra allontanare buona parte dell’elettorato.

Ma anche così si rischia di cadere in errore. Per uscirne, occorre chiedersi se le questioni sociali possano davvero essere disgiunte dalle istanze progressiste. Probabilmente no e anzi, al contrario, se ne dovrebbero nutrire. Alla base della cultura woke vi sono rivendicazioni che non possono essere considerate separate dalla tutela sociale ed economica delle persone. Intervenire sulla struttura economica significa, infatti, interrogarsi anche sul sistema dei diritti, che si trasforma insieme alla società. Il cittadino, anche nella sua dimensione di lavoratore, deve poter contare su istituzioni capaci di tutelarlo; quando appartiene a una minoranza, questa protezione deve comprendere anche la possibilità di affermare liberamente la propria identità e di vedere riconosciute la propria libertà e dignità. Le istanze riconducibili alla cultura woke si evolvono, inoltre, insieme alla sensibilità collettiva. La loro crescente diffusione non è passata inosservata alle grandi aziende, che hanno spesso cercato di incorporarne linguaggi e simboli nelle proprie strategie commerciali, trasformandoli in strumenti di posizionamento e incremento delle vendite, come mostra, fra gli altri, il caso Disney.

Proprio questo atteggiamento del mercato ha contribuito però a inasprire gli animi nei confronti del politically correct: se non si può dire più nulla, se i film sono diventati tutti uguali, se l’humor anni ‘90 viene censurato, è colpa delle nuove direttive pedanti e noiose che legittimano questa esasperata sensibilità dominante di chi pretende (anche finalmente) di essere riconosciuto. Il woke, per i più, è quindi diventato un atteggiamento da cui prendere le distanze poiché considerato vano e retorico. La destra italiana, da parte sua, non solo ha intercettato questa insofferenza, ma ne ha ricavato una narrazione politica da rivolgere contro la sinistra.

Su quali basi? Elly Schlein partecipa ai pride e questo può bastare.

Il Fanta-Anti-Woke

Ma l’assurdità sta anche nel fatto che per ciò che è diventato oggi, dichiararsi antiwoke è un’operazione retorica che non ha senso di esistere. Non esiste infatti un manifesto woke, non c’è una dottrina organizzata, un fondatore, una bandiera. Quello del “woke” è, piuttosto, un concetto ombrello, un calderone in cui troviamo (posti sullo stesso livello) tweet di qualunque estremista, battaglie di riconoscimento per i diritti delle donne, casi gravi di cancel culture e proposte di riscrivere e censurare romanzi in nome di chissà quale assurda rivendicazione. Quando un fenomeno perde il suo nucleo diventa un nemico perfetto contro cui scagliarsi poiché non ha margini, ma è un insieme di idee che circolano per gradi diversi e che ognuno interpreta come vuole, fino a masticarle, smembrarle e ridicolizzarle.
È una parola vuota, fluida nella sua interpretazione peggiore, è frammentata ed è quindi la critica (nel nostro contesto la destra politica) a unificarla, restituendo una narrazione unitaria di un fenomeno che unitario non è.

Alessia Sicuro

Alessia Sicuro
Classe '95, ha conseguito una laurea magistrale in filologia moderna presso l'Università di Napoli Federico II. Dal 2022 è una docente di lettere e con costanza cerca di trasmettere ai suoi alunni l'amore per la conoscenza e la bellezza che solo un animo curioso può riuscire a carpire. Contestualmente, la scrittura si rivela una costante che riesce a far tenere insieme tutti i pezzi di una vita in formazione.

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