Tmb roma

Martedì 11 dicembre una grossa nube ha avvolto la parte nord della città di Roma. Il fumo scaturiva da un impianto Tmb (trattamento meccanico-biologico) di via Salaria e prima ancora di vederla gli abitanti ne avevano sentito l’odore acre nell’aria. Da quel giorno, infatti, è stato raccomandato di tenere le finestre chiuse e di evitare attività all’aperto a causa dei livelli di diossina e altre sostanze tossiche nell’aria. Ma il rogo del Tmb Salario apre scenari inquietanti su un’altra questione e cioè la privatizzazione dei servizi pubblici.

Cosa c’entra l’incendio di un impianto Tmb nella città di Roma con la questione del privatizzazione dei servizi pubblici, direte voi? C’entra eccome. Perché mentre la sindaca Raggi chiede aiuto al resto d’Italia per gestire l’emergenza e l’Arpa Lazio monitora i livelli di inquinamento dell’aria, la gestione dei rifiuti diventa sempre più problematica, complessa, apparentemente irrisolvibile dall’amministrazione pubblica.

Cosa c’entra il rogo dell’impianto Tmb di Roma con la privatizzazione?

Il rischio più concreto è che vicende di questo tipo, inserite all’interno di un quadro già emergenziale quale è la gestione dei rifiuti a Roma, abbiano conseguenze importanti sul piano dei servizi pubblici, favorendo la gestione di una parte di essi da parte di società private. Una parte che, appunto, tende ad aumentare sempre di più.

L’impianto Tmb Salario era da tempo al centro di numerose polemiche. Soprattutto i cittadini romani ne chiedevano la chiusura, perché situato all’interno della città di Roma e causa di inquinamento e problemi di salute per gli abitanti della periferia nord-est della Capitale. L’impianto Tmb Salario, infatti, è (o meglio era) uno fra gli otto centri Tmb dislocati nel Lazio: adibito alla separazione di materiale organico da quello inorganico, si trova a poca distanza da case, scuole e asili e ogni giorno da sette anni a questa parte ha inquinato l’aria, provocando un aumento delle patologie respiratorie negli abitanti di quella zona. In questo senso, l’impianto non ha mai rappresentato una soluzione ideale per i cittadini, anzi.

L’incendio dell’impianto e la sua immediata chiusura, però, pongono la Capitale di fronte ad un grosso problema: gestire la raccolta differenziata con un centro di smaltimento in meno e in un periodo di gestione ‘speciale’ perché a ridosso delle vacanze di Natale. E se già normalmente l’amministrazione di Roma non è in grado di occuparsi adeguatamente della raccolta differenziata, come farà adesso? La risposta che in molti si sono dati è una: affidandosi ai privati.

Più che una risposta, è una paura. Ed è anche una tendenza che nella città capitolina emerge a più riprese. Già nel 2019 entrerà in vigore una nuova raccolta differenziata porta a porta degli esercizi commerciali in alcuni municipi di Roma e sarà gestita da 4 ditte private (Sciangalli, Sari, Avr e Multiservizi) che hanno vinto un bando da 131 milioni di euro per tre anni.

L’idea strisciante che sostiene questa tendenza è che il privato sia sempre meglio del pubblico, come nel caso Atac. In realtà è sempre necessario contestualizzare: il pubblico a cui siamo abituati – quello della giunta Raggi, ad esempio – è un fallimento sotto molti punti di vista, ma non per questo privatizzare può rappresentare la soluzione. Tanto più che già nel 2015 la raccolta dei rifiuti dei negozi era stata in parte affidata a società private e aveva avuto esiti disastrosi – sia sulla raccolta in sé e per sé che sulle condizioni di lavoro degli operatori.

Verso la privatizzazione: non solo Tmb, non solo Roma

Basta allargare un po’ lo sguardo – oltre Roma e oltre la vicenda Tmb – per capire che la tendenza a privatizzare è un problema serio. Da una parte c’è un’amministrazione pubblica inefficiente sotto numerosi punti di vista, che garantisce sempre meno (e sempre peggiori) servizi ai cittadini. Dall’altra l’idea di privatizzare diventa sempre più appetibile presso l’opinione pubblica ed è caldeggiata dalla stessa Unione Europea. Come detto da Marco Bersani, tra i fondatori Forum italiano dei movimenti per l’acqua e della campagna “Stop Ttip Italia”, intervistato per Diritti Globali:

«In un Rapporto della Deutsche Bank del dicembre 2011, con in carica il governo Monti, fatto proprio dall’Unione Europea, si sottolineava la necessità di aprire in Italia una nuova stagione di privatizzazioni […] Oggi gli enti locali, strangolati da un patto di stabilità interno, che si è rivelato un patto di destabilizzazione sociale, da continui tagli alla spesa, dalle misure di austerità sul debito, sono posti di fronte al ricatto della privatizzazione».

In questo quadro va inserita anche la questione della sanità nazionale. Sempre più al collasso, sempre più elitaria, sempre più in discesa. Già nel settembre 2015, il governo Renzi ha tagliato le cosiddette “prestazioni non necessarie” per risparmiare 7 miliardi dalla spesa pubblica, eliminando tutta una serie di esami per “ridurre gli sprechi”.

Per non parlare del commissariamento della sanità di alcune regioni del Sud Italia, come ad esempio la Calabria: in queste regioni, dove la sanità è sempre più a pezzi e con meno soldi da investire, i cittadini sono costretti a scegliere la via della cura presso i privati o lo spostamento verso altre regioni italiane per curarsi. Il risultato è che il servizio pubblico della regione è sempre più scadente, con meno risorse e con un commissariamento che impone il recupero di un debito: un cane che si morde la coda.

Oggi, secondo lo studio “Inside out. L’impatto dell’innovazione farmaceutica su spesa sanitaria e costi sociali e previdenziali” firmato I-Com, solo l’8,9% del PIL è dedicato alla spesa sanitaria totale, distante dalle percentuali di paesi come Germania (11,3%), Francia (11%) e Belgio (10%), ma in linea con altri paesi europei.

Privatizzare, nel campo della sanità così come in altri, significa creare disuguaglianze. Perché chi non ha i soldi per curarsi dovrà indebitarsi per poterlo fare o semplicemente non lo farà. Perché il peso di questa spesa ricade sui cittadini. E perché a raccogliere i prossimi rifiuti di Roma Capitale ci sarà un lavoratore sfruttato e (sotto)pagato per respirare aria inquinata.

Non ci sono soluzioni facili a questioni così “grandi”. Ma ciò che è certo è che allontanare dal pubblico la gestione della vita quotidiana dei cittadini e metterla nelle mani dei privati non è un bene. La parola d’ordine, secondo alcuni, è restituire questa capacità nelle mani dei cittadini stessi. E creare partecipazione restituendo la politica a chi vive la città. Quindi decentralizzare e dare potere ai territori. È davvero così assurda questa idea?

Elisabetta Elia

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Elisabetta Elia, classe 1992, in lei vivono tre mondi: quello della Calabria, dove è nata, quello di Roma, dove ha studiato Lettere Moderne e poi giornalismo, quello del Kurdistan, dove non è ancora stata ma è sicura che andrà. Appassionata del mondo del sociale, dei cambiamenti che vengono dal basso e delle lotte femminili e femministe: la sua ambizione è vederli e raccontarli. E con le parole, magari, trasformare il mondo.