Home Cultura Sei anni di solitudine, sei anni senza Gabriel Garcia Marquez

Sei anni di solitudine, sei anni senza Gabriel Garcia Marquez

Fonte: illibraio.it

Il 17 aprile del 2014 la letteratura mondiale ha perso uno dei suoi più grandi scrittori: Gabriel Garcia Marquez. Gabo – come lo chiamavano – nato in una domenica di quasi primavera, ad Aracataca in Colombia, il 6 marzo del 1927, e morto a Città del Messico un giovedì di aprile. Giornalista, premio Nobel nel 1982, ci ha lasciato in eredità alcuni tra i romanzi più intensi del realismo magico.

L’universo magico di Garcia Marquez

(Fonte immagine: ibs.it)

L’esordio letterario di Gabriel Garcia Marquez risale al 1955, anno della pubblicazione di Foglie morte. E 12 anni dopo, nel 1967, verrà pubblicato il suo romanzo più famoso, Cent’anni di solitudine, il cui meraviglioso incipit è considerato uno dei più memorabili dell’intera letteratura del XX secolo:

«Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito».

La Colombia, tanto amata, diventa Macondo in questo romanzo, un luogo triste in cui si intrecciano sogno e realtà, personaggi fittizi e reali. La famiglia Buendia è la protagonista di tutte le vicende, le quali, mescolandosi a miti, leggende e realtà magiche, riescono a far affiorare la storia non solo di un piccolo nucleo della società, bensì della Colombia intera. Cent’anni di solitudine è stato tradotto in 37 lingue, ha venduto oltre 20 mila copie, ed è considerato come la seconda opera in lingua spagnola più importante, dopo Don Chisciotte della Mancia di Cervantes.

La carriera di scrittore di Gabo inizia alla fine degli anni ’40, in contemporanea con la sua carriera di giornalista e redattore, ma è solo a partire dagli anni ’60 che scrive con continuità, stende romanzi, racconti, saggi e anche alcune sceneggiature. Tra gli anni ’60 e ’70 è uno dei protagonisti dell’espansione della letteratura sudamericana assieme a Mario Vargas Llosa, Julio Cortazar e Carlos Fuentes. E dopo Cent’anni di solitudine arrivano romanzi che lo rendono sempre più celebre: da Cronaca di una morte annunciata a L’amore ai tempi del colera, da Dell’amore e di altri demoni fino ad arrivare al suo ultimo romanzo, Memoria delle mie puttane tristi, pubblicato nel 2004 e ispirato al romanzo dello scrittore giapponese Yasunari Kawabata, La casa delle belle addormentate.

Non solo romanziere, come già detto, ma anche giornalista. Da reporter Gabriel Garcia Marquez ha raccontato gli avvenimenti più drammatici di quegli anni: i golpe in Sudamerica, le rivoluzioni di Cuba e del Portogallo, i dittatori centroamericani, la Spagna postfranchista, i montoneros. Gabo è legato alla storia latinoamericana: ha difeso la rivoluzione castrista a Cuba, è stato intimo amico di Fidel Castro, amico dei massimi esponenti del Boom, sostenitore di Allende. Per sei anni ha smesso di scrivere: ufficialmente questo è stato il suo modo di opporsi al regime di Pinochet. Fino al 1981, anno in cui è stato pubblicato il romanzo Cronaca di una morte annunciata. L’anno dopo, nel 1982, ha vinto il Premio Nobel. Colombiano residente in Messico, sepolto con un omaggio congiunto del presidente colombiano Juan Manuel Santos e del presidente messicano Enrique Peña Nieto – che si sono accordati per dividersi le ceneri dello scrittore -, Garcia Marquez è stato il rappresentante illustre della geopolitica di questo sogno latinoamericano.

Il discorso per l’accettazione del Premio Nobel

(Fonte: elpais.com)

L’8 dicembre del 1982 Gabriel Garcia Marquez ha ricevuto il Premio Nobel per la letteratura. Durante la premiazione ha tenuto uno dei discorsi più intensi che Stoccolma possa ricordare: La solitudine dell’America Latina. Con questo discorso Garcia Marquez ha raccontato le profonde bizzarrie e le profonde contraddizioni dell’America Latina, la sua grandiosità, partendo dalle descrizioni dei primi esploratori fino ad arrivare al periodo storico folle e sanguinario degli anni ’70. Parla di utopia. Invita l’Europa a non interpretare il Sudamerica seguendo quelli che sono gli standard occidentali: il Sudamerica è altro e diverso, è incomprensibile. Ma parla anche di poesia, un elogio alla poesia e a quello che rappresenta:

«[…] La poesia, infine, quell’energia segreta della vita quotidiana, che cuoce i ceci nella cucina e contagia l’amore e ripete le immagini negli specchi.
In ogni riga che scrivo cerco sempre, con maggiore o minore fortuna, di invocare gli spiriti schivi della poesia, e cerco di lasciare in ogni parola la testimonianza della mia devozione alle sue virtù di divinazione, e alla sua permanente vittoria contro i sordi poteri della morte.
Il premio che ho appena ricevuto lo ritengo, con tutta umiltà, la consolante rivelazione che il mio impegno non è stato vano.
Per questo invito tutti voi a brindare per quello che un grande poeta delle nostre Americhe, Luis Cardoza y Aragòn, ha definito l’unica prova concreta dell’esistenza dell’uomo: la poesia.»

Gabriel Garcia Marquez è stato colui che ha dato voce a tutti i poveri, i disgraziati, gli sfortunati, gli umili. Ha inventato Macondo, un luogo speciale in cui ognuno di noi può ritrovare una parte di sé stesso. Riconoscersi nella miseria umana più vera e risalire verso la grandezza. Non è mai troppo tardi per iniziare a creare l’utopia al contrario:

«Una nuova e impetuosa utopia della vita, in cui nessuno possa decidere per gli altri perfino sul modo di morire, dove sia davvero reale l’amore e sia possibile la felicità, e dove le stirpi condannate a cent’anni di solitudine abbiano, finalmente e per sempre, una seconda opportunità sulla Terra».

Valentina Cimino

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