Il "grande gioco" di Pechino passa anche per la guerra in Ucraina
Fonte immagine: Kremlin.ru/Wikimedia Commons

Il conflitto tra Russia e Ucraina procede speditamente, raggiungendo vette di violenza sempre più alte e preoccupanti. Molti analisti, cercando di interpretare ogni minimo segnale offerto dal campo di battaglia e dalle schermaglie diplomatiche tra Kiev e Mosca, finiscono per addentrarsi in considerazioni personali frutto di desideri reconditi e mal espressi. I due Paesi si stanno affrontando a muso duro e nessuno sembra intenzionato a cedere. Ma non si combatte solo sul fronte orientale e le armi non sono soltanto quelle usate dai soldati.

In parallelo alla guerra procede il confronto a distanza tra i Paesi Nato e la Russia. L’azione dei primi, basata sull’invio di armi all’Ucraina e sulle sanzioni economiche e finanziarie (e forse energetiche), iniziando ad avere effetti strutturali sul commercio internazionale e soprattutto sulla globalizzazione finanziaria, una certezza che era stata risparmiata addirittura dalla pandemia e che oggi mostra tutte le sue crepe.

Con il coinvolgimento, per ora indiretto, dell’Occidente in questa crisi attraverso la condanna, le sanzioni e l’invio di armi, l’Europa e gli Stati Uniti sono entrati in netto contrasto con la Russia e il loro rapporto, anche dopo la fine del conflitto, si svolgerà sempre sul filo del rasoio. Una eventualità che avrà sicuramente le sue rilevanti conseguenze sul futuro degli equilibri mondiali. La Cina di Xi Jinping, a dispetto di quanto si creda, non è assolutamente un protagonista secondario nella guerra in corso. Pechino osserva con attenzione l’evoluzione degli accadimenti, facendo tesoro della reazione occidentale e lavorando affinché i suoi interessi ne escano rafforzati. Non a caso, anche Kiev è una delle tappe di quello che è stato ribattezzato come il “grande gioco” cinese.

La Cina e la guerra in Ucraina

La posizione cinese sul conflitto in corso tra Russia e Ucraina è stata chiarita di recente dall’ambasciatore cinese negli Stati Uniti Qin Gang in un articolo per “The National Interest“, una rivista bimestrale di relazioni internazionali americana. Si tratta di un pezzo importante per comprendere quanto i cinesi abbiano interesse affinché la situazione si risolva quanto prima, favorendo il raggiungimento di un accordo tra Kiev e Mosca. La Cina si trova tra due fuochi: da un lato c’è la Russia di Putin, Paese con cui Pechino intrattiene un’amicizia basata sulla comune acredine nei confronti del sistema americano e dell’attuale distribuzione del potere nel sistema internazionale. Inoltre, la Cina ha bisogno della Russia anche per motivi energetici, essendo una nazione energivora. Di recente i due Paesi si sono accordati per la costruzione di un aggiornamento del gasdotto “Power of Siberia“, il quale dovrebbe portare la capacità di esportazione verso il partner cinese da 38 miliardi di metri cubi all’anno a circa 50. Tuttavia la Cina guarda anche all’Europa, con cui intrattiene relazioni commerciali importanti. Il mercato unico continentale è uno sbocco naturale per il surplus produttivo di Pechino e l’interscambio tra le due realtà ha toccato, nel 2021, circa 830 miliardi di dollari.

Con lo scoppio della guerra in Ucraina, la Cina ha dovuto, per i motivi suddetti, assumere una posizione di “ambigua neutralità“. Da un lato ha condannato il ricorso alle armi per risolvere la disputa, dall’altro ha però riconosciuto delle motivazioni di fondo all’intervento russo, attaccando la Nato e gli Stati Uniti, colpevoli di voler riportare il mondo a un clima da “guerra fredda“. Tali affermazioni, però, vanno lette anche alla luce della rivalità geopolitica esistente tra le due superpotenze che, da anni ormai, si contendono il dominio del globo.

Quella tra Washington e Pechino è una sfida che ha dei caratteri marcatamente politici. Entrambi sostengono due visioni diverse del globo e dei rapporti internazionali. I cinesi, ad esempio, adottano una posizione “vestfaliana”, impregnata sul rispetto del principio della sovranità degli stati, sostenendo la prevalenza delle norme di diritto internazionale che tutelano l’integrità territoriale degli Stati. Dal canto suo, gli americani, consci che il dominio del globo si preserva con una presenza tentacolare in tutte le aree di interesse strategico, dall’inizio degli anni ’90, ha adottato un modello alla cui base c’è la volontà di affermarsi come unica guida del mondo.

Per Pechino la guerra in Ucraina rappresenta l’ennesima occasione per accrescere il suo leverage geopolitico. Le difficoltà per la Cina, però, non sono poche. Innanzitutto ogni evento internazionale ha le sue ricadute geopolitiche, come la rinnovata compattezza della Nato, che fino a qualche anno fa Macron la considerava in “stato di morte cerebrale“. La rinnovata unità atlantica potrebbe portare altri Paesi ad avvicinarsi all’Alleanza: Finlandia e Svezia, infatti, hanno (quasi) ufficialmente avanzato domanda di adesione. Dal punto di vista militare, lo stato di allerta ha portato gli americani a schierare le proprie portaerei, dopo ben cinque anni, nel Mar del Giappone, di fronte alla Corea del Nord e sotto la Russia.

Da un lato l’amicizia con la Russia e la necessità di un partner strategico in ottica anti-americana, dall’altro il fruttuoso commercio con l’Occidente. La Cina si trova tra due fuochi e per questo motivo la politica estera cinese ha elaborato una strategia molto simile a una “interessata equidistanza“. Tale posizione si è tradotta in una intuibile irritazione per l’intervento russo in Ucraina, nascosta dalle azioni della diplomazia e da gesti eloquenti come il voto contrario in seno all’ONU circa l’avvio di un’indagine sui crimini di guerra compiuti dai russi. Tali mosse però vanno lette alla luce della netta separazione che la Cina compie tra scelte politiche, per forza di cose contrarie agli usi e alle ipocrisie occidentali, ed economiche. Infatti, Pechino da tempo ripete che ciò che sta accadendo in Russia non deve scoraggiare un dialogo economico e commerciale tra l’Europa e la Cina.

Il grande gioco di Pechino

Si può ben comprendere che, a dispetto di quanto gli occidentali credano, la Cina usa le connotazioni ideologiche e le differenze programmatiche soltanto per esigenze narrative. Se Biden nei suoi ripetuti viaggi in Europa continua a sostenere la fallimentare narrazione dello “scontro di civiltà“, basata sulla convinzione che il modello democratico sia in pericolo a causa dei ripetuti sabotaggi esterni e non al progressivo e inesorabile logoramento dei suoi valori fondativi, la Cina, dal canto suo, preferisce ricorrere ad approcci basati sul realismo e il materialismo. Le differenze sono sotto gli occhi di tutti. Dall’inizio della guerra, il ricorso alla narrazione ideologica da parte degli americani è stato duramente criticato in quanto strutturalmente deficitaria di elementi in grado di creare un’adesione totale alla causa. Biden ha ricevuto secchi contraccolpi da alleati quali l’Arabia Saudita e India, mentre Brasile e Sudafrica non rinunceranno facilmente ai propri rapporti commerciali con la Russia.

I cinesi a questo modello ideologico basato sull’infallibilità della democrazia ve ne contrappongono un altro basato sull’efficienza e sui dati oggettivi. Pechino insiste sulla persistenza di una inesistente superiorità morale da parte degli occidentali, ponendo come esempio le numerose guerre intraprese dagli americani e dai suoi alleati in giro per il mondo. In politica estera, inoltre, la Cina non usa armi, preferendo approcciarsi alle relazioni internazionali seguendo un modello win-win: investimenti pluri-miliardari senza interferenza negli affari interni dei Paesi interessati. Si tratta di operazioni che hanno uno scopo ben preciso: ottenere la concessione delle infrastrutture che i capitali cinesi contribuiscono a costruire, come ad esempio il porto di Hambantota, nello Sri Lanka. Non solo, Pechino così facendo è in grado di garantirsi il supporto su alcune controversie come la questione degli Uiguri, la minoranza di fede musulmana vessata nella regione dello Xinjiang, e quella di Taiwan. Gli americani, per questo motivo, l’hanno ribattezzata la “trappola del debito“.

I maggiori sforzi cinesi sono, però, concentrati nell’Indo-Pacifico. La priorità per Pechino è quella di uscire dal guscio costruitogli appositamente dagli americani per contenere le sue aspirazioni marittime. A questo proposito rispondono le numerose alleanze come l’AUKUS e dispositivi come il Quad, (composto da Australia, India, Giappone e Stati Uniti). Di recente la Cina è riuscita a strappare un “patto di sicurezza” con le Isole Salomone che, in teoria, permetterebbe al dragone di affermare la sua presenza in un crocevia geografico importante, a due passi dall’Australia.

In Europa, la Cina coltiva ambizioni di potenza ricorrendo al commercio. Da tempo Xi Jinping ha messo in cantiere un grande progetto geopolitico noto come “Nuova Via della Seta“. Sulla riuscita di questa iniziativa la Cina ha investito ingenti risorse economiche, acquistando quote di società di trasporti, costruendo infrastrutture nelle zone interessate (strade, autostrade e ferrovie) e tentando di infiltrarsi nei porti del Mediterraneo (come accaduto a Trieste, dove i cinesi sono stati battuti sul tempo da tedeschi e americani).

Affinché la strategia cinese abbia successo, Pechino ha bisogno soprattutto di tranquillità. La guerra in Ucraina ha irrigidito le posizioni dei partner economici e ha messo in stato d’allerta i rivali nell’Indo-Pacifico e in Europa, due snodi importanti per il successo geopolitico cinese. Inoltre, in un momento difficile per l’economia – con la crisi immobiliare e il calo delle esportazioni – una svolta è quanto mai necessaria. Il grande gioco cinese è in stallo e la soluzione passa dalla guerra in Ucraina.

Donatello D’Andrea

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