O-Janà: «In musica siamo attratte da una sorta di camuffamento della forma»

O-Janà è un duo per pianoforte, elettronica e voce composto da Alessandra Bossa e Ludovica Manzo ed è nato tra l’Italia e la Svezia, paese in cui la Bossa ha vissuto per anni.

Dall’interazione tra le due musiciste dai background molto differenti tra loro (Alessandra proviene dalla musica classica e contemporanea e Ludovica dal jazz e dalla musica di ricerca) è nato l’ambizioso progetto O-Janà la cui musica combina elementi di ambient, improvvisazione, elettronica e songwriting.

O-Janà ha pubblicato il suo primo EP omonimo nel 2012 e finora suonato in diverse occasioni sia in Italia che all’estero presso club e festival. Di recente è uscito il loro ultimo lavoro in studio Inland Images che ha visto la collaborazione del batterista e percussionista Michele Rabbia e del chitarrista Eivind Aarset.

Le due artiste coinvolte nel progetto O-Janà hanno gentilmente svelato alcuni retroscena riguardanti il loro modo di far musica e il loro nuovo album recentemente pubblicato.

Prima di formare il vostro duo avete avuto precedenti esperienze in ambiti diversi: una proviene dalla musica classica e contemporanea, l’altra dal jazz e dalla musica di ricerca. Come è nata la vostra passione?

(ALESSANDRA) «Ho iniziato a studiare pianoforte classico all’età di 7 anni. Ho amato il suono del pianoforte sin da bambina, ma da subito mi sono sentita incastrata nelle regole che la musica classica generalmente impone. Così alcuni anni fa, mentre vivevo a Goteborg in Svezia, ho deciso di lasciarla per un po’. Le tante ore passate a studiare composizioni scritte da altri e che chissà quanti pianisti nello stesso momento stavano studiando non mi soddisfaceva proprio più. Avevo il desiderio di altre sonorità, volevo che il mio spazio sonoro si allargasse. Ho deciso quindi di dedicarmi alla ricerca di un suono che mettesse insieme l’elettronica e suoni acustici di vario tipo tra cui quelli del pianoforte preparato e non.»

(LUDOVICA): «Ciò che mi interessa molto fin dall’adolescenza è il lavoro su repertori originali, dei musicisti con cui suono e miei. Fin dall’inizio mi è piaciuto lavorare su nuove idee, sugli arrangiamenti e sul cantare cose che non avevo ancora mai sentito eseguite da altri. Da un lato è stato più facile in quanto non dovevo sforzarmi di dimenticare la versione di qualcun’altro, magari molto più bravo di me! La mia formazione è comunque legata al jazz, una musica che mi ha dato inizialmente l’idea di quanto la voce potesse liberarsi di se stessa e del suo ruolo spesso esclusivamente narrativo. Una volta capito che anche lì ci sono molte formule e stilemi che rischiano di diventare maniera ho avuto bisogno di fare lunghe incursioni nel mondo della musica di ricerca e sperimentale. Chiaramente ho capito che anche lì si nascondono gli stessi tranelli. Adesso trovo nutrimento in qualsiasi espressione musicale che sia profonda, chiara e onesta. Più in generale posso dire che mi appassiona lo studio della voce inserita in un contesto, nella musica a cui di volta in volta partecipo in senso globale. Questo è ciò che mi motiva ad indagare il mio strumento e le sue possibilità.»

A cosa dovuta la scelta del nome O-Janà? Cosa significa questo termine?

(LUDOVICA): «Viene dalla parola “janara“ che in dialetto napoletano significa strega. Sia io che Alessandra siamo campane. Come in musica siamo attratte da una sorta di camuffamento della forma, così abbiamo deciso di camuffare anche questa parola.»

La vostra musica è caratterizzata da una cifra stilistica chiara ed originale. Ascoltando i vostri brani è possibile notare la fusione di elementi della musica scandinava e nordeuropea come la fusione di suoni acustici ed elettronici e le atmosfere liquide e dilatate con il classico lirismo e le melodie tipiche della musica partenopea. Cosa vi ha spinto a dar vita ad uno stile musicale così variegato e ricercato?

(ALESSANDRA): «Uno dei primi brani di O-Janà consisteva in un’improvvisazione per pianoforte e voce guidata da una traccia elettronica con cui interagivamo. Da lì in poi abbiamo continuato a lavorare sull’improvvisazione alternando un iniziale lavoro su forme più definite. Le composizioni con il tempo hanno avuto delle strutture sempre più complesse e timbricamente differenti. In modo particolare la lavorazione di quest’ultimo album è stata più articolata e fondata su diversi approcci compositivi. Quello che personalmente preferisco è creare effetti stranianti all’interno di forme più tradizionali e sovrapporre, ad esempio, suoni classici di un’orchestra sinfonica a quelli elettronici. Ciò che ha radicalmente cambiato il mio stile nel comporre è stata l’esperienza svedese che ha aggiunto un respiro più libero alle composizioni. Avevo come l’impressione che in Svezia le cose potessero respirare diversamente, mentre l’Italia, anche se bellissima, portava con sè un peso e una tradizione troppo ingombrante per potermi ispirare freschezza d’intenti.»

(LUDOVICA): «Da parte mia aggiungo che in questo progetto l’intento è di provare ad unire in modo espressivo e funzionale la pratica improvvisativa cosiddetta non idiomatica ad un approccio vocale che comprenda aspetti come l’interpretazione del testo in senso più cantautorale e un uso della melodia piano di più facile lettura rispetto al lavoro timbrico e astratto che ho in mente in alcune fasi della pratica improvvisativa. Nel live è forse ancora più facile per me provare a far coabitare questi due approcci perché diamo ampio spazio a momenti di composizione istantanea cercando di creare un unico filo che li leghi ai brani esistenti.»

Di recente è uscito il vostro nuovo album Inland Images nato grazie all’incontro con l’esperto percussionista/batterista Michele Rabbia. Come è avvenuta la lavorazione del disco? 

(LUDOVICA): «La lavorazione del disco si è basata principalmente su tre modalità compositive: quella più tradizionale con forme definite, armonie e melodie scritte che di volta in volta abbiamo arrangiato e sviluppato in modo diverso. Questo vale per brani come Like a boat o Old Keys.  Una seconda via è stata quella di usare alcune session di improvvisazione fatte in studio che ci hanno fornito del materiale da cui ricavare strutture a posteriori con un lavoro di ricomposizione (Promise, Proud of the accidents). La terza invece è quella della composizione elettronica in senso più stretto con largo uso della tecnica del cut-up sonoro. Sono infatti pochi i suoni sintetici e molti di più quelli reali presi dal pianoforte, da Michele Rabbia, dalla voce e, nel caso dei cut-up, da diversi dischi.»

Avete in programma un tour di concerti per presentarlo? 

(ALESSANDRA): «Sì, abbiamo diverse date che toccheranno alcune città in Italia e all’estero. Cominciamo il tour da Berlino dove saremo l’11 e 12 ottobre, poi andremo in Svezia, il 16 a Stoccolma e il 17 a Goteborg, il 20 saremo invece a Copenaghen. In Italia suoneremo il 26 ottobre a Roma, il 7 a Bologna e il 9 a Napoli. Sul nostro sito www.o-jana.com si possono trovare tutti i dettagli.»

Vincenzo Nicoletti

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Classe 1994. Nato a Vallo della Lucania (SA) e residente a Brescia (BS). Amante della natura e dei viaggi e assiduo divoratore di libri e dischi ha sviluppato una forte curiosità per il mondo che lo circonda nelle sue molteplici sfaccettature. Autore della breve raccolta di poesie “Frammenti di natura”. Collabora con Libero Pensiero News a partire da febbraio 2015.

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