Animalismo e diritti animali
George Orwell, "La Fattoria degli Animali"

La società occidentale si fonda sull’antropocentrismo, ovvero su convinzioni focalizzate, appunto, sulla specie umana, le quali privano di ogni valore le altre forme di vita. All’individuo umano viene di fatto assegnato un peso enormemente superiore rispetto agli animali, che di conseguenza diventano poco più di oggetti di cui disporre a proprio piacimento. In questo modo, i restanti esseri viventi non umani vengono considerati semplici risorse da sfruttare fino all’esaurimento. Per questo motivo, e da tali considerazioni, negli ultimi decenni è emerso con forza il movimento animalista che ha messo in discussione queste convinzioni. La corrente di pensiero che fonda l’animalismo riconosce pari dignità a tutti gli esseri senzienti e rimanda ai diritti animali, poiché ritiene che la vita degli animali non valga meno di quella degli esseri umani.

Tale movimento non è tuttavia un soggetto politico omogeneo, ma si suddivide in vari filoni di pensiero a volte molto diversi tra loro. Esso non ha ancora elaborato in maniera coerente le proprie idee e le proprie pratiche. Di fatto, le varie filosofie possono differenziarsi sia nella forma che nella sostanza, ma anche avere punti in comune. In altre parole, esistono diverse definizioni e diversi modi di affrontare i termini del problema. Pertanto l’opinione pubblica e gli altri attori politici vedono a volte l’animalismo più come uno schieramento in perenne e confusionaria espansione che per quello che dovrebbe realmente essere: un movimento politico che mette in discussione i rapporti di potere esistenti all’interno della società. Vediamo quindi a grandi linee e in maniera prettamente teorica quali sono queste differenze e in quale direzione agiscono.

L’animalismo moderato

La zoofilia. Si parla di zoofilia nel momento in cui una persona nutre un sentimento di affetto verso gli animali. Lo zoofilo considera i non umani degni di rispetto ed esclude ogni forma di trattamento che provochi loro sofferenza. Per questo motivo, egli non si prende cura solamente di alcune classi, ma al contrario interviene attivamente in difesa degli animali nel loro insieme. Questo atteggiamento condanna così eventuali maltrattamenti nei loro confronti, qualunque forma di prevaricazione e più in generale ogni tipo di comportamento oppressivo, diretto e indiretto, che limiti la libertà dei non umani.

L’animalismo etico. Quando lo zoofilo comincia ad avvertire la necessità di modificare le proprie relazioni con gli animali, è possibile cominciare a parlare di animalismo etico. Questa corrente riduce il problema dello specismo a un pregiudizio mentale del singolo individuo, che può essere superato attraverso la volontà personale. Secondo l’animalismo etico sono di fatto sufficienti argomentazioni razionali per fornire agli individui la consapevolezza necessaria rispetto la sofferenza animale. Questo approccio induce perciò le persone a modificare i propri comportamenti individuali, ad esempio attraverso scelte alimentari che eliminano del tutto o in parte i prodotti di origine animale.

Il gius-animalismo. Questo tipo di animalismo moderato permette la creazione di un presupposto giuridico. Consente infatti di manifestare solidarietà nei confronti dei non umani, a partire dal riconoscimento di un loro status morale e quindi giuridico in quanto soggetti che hanno vita propria. Questo approccio sostiene che vada perciò accresciuta la tutela nei confronti delle specie animali attraverso il riconoscimento di veri e propri diritti. Tuttavia, i diritti degli animali non sono necessariamente gli stessi che vengono riconosciuti all’essere umano. Dunque, questa corrente di pensiero non denuncia il privilegio di specie, ma estende agli animali diritti fondamentali simili a quelli dell’uomo.

L’animalismo militante

L’animalismo politico. Nel momento in cui gli animalisti sentono il bisogno di andare oltre la sfera personale, la questione animale diventa finalmente politica. Le persone accomunate da una medesima condizione si uniscono tra loro affinché vengano raggiunti determinati interessi collettivi. In conformità a determinati principi o direttive ideologiche, acquista così carattere militante attraverso la realizzazione di una serie di azioni e scelte coerenti fra loro, che consentono la formazione di una identità politica condivisa tra tutti i membri del gruppo.

In questo modo si realizza il passaggio dalla sfera individuale alla dimensione collettiva della questione animale. Il gruppo si dota infatti di un’organizzazione, in modo tale da coordinare e dirigere le azioni dell’insieme degli individui che ne fanno parte. I suoi membri finiscono così per abbandonare sempre più spesso la sfera individuale delle proprie scelte e ad affrontare le varie problematiche in modo collettivo. Questo permette al gruppo di assumere una visione di insieme della società, che tocca questioni che vanno dalla ricerca scientifica al funzionamento dell’industria alimentare, fino a interessarsi degli spettacoli circensi in cui sono presenti gli animali.

L’animalismo radicale

L’antispecismo. L’animalismo si caratterizza tuttavia per stringere scarsi legami con forme di impegno sociale e politico che non rientrano all’interno dell’oppressione animale. Per questo motivo, nelle sue forme più radicali, l’animalismo politico si converte a volte in antispecismo, approccio che mette in discussione il ruolo che i non umani svolgono nelle società contemporanee. Questa corrente di pensiero si oppone infatti alla convinzione secondo cui il regno animale sarebbe subordinato all’uomo. Gli antispecisti sostengono perciò che la creazione dell’uomo è una questione più politica che biologica. Il processo di costruzione dell’umano è complementare a quello di creazione dell’animale, dato che risultano essere il prodotto di effetti congiunti di pratiche discorsive e materiali attraverso cui si costruisce parte dell’ordine della società e delle sue gerarchie.

L’antispecismo ha un carattere prettamente intersezionale, dato che si concentra sulle interconnessioni con altre forme di sfruttamento. Secondo i suoi sostenitori, il termine “specismo” può essere associato a quelli di “razzismo” o “sessismo”. Di fatto, proprio come la discriminazione sulla base della razza o del sesso è fondata sulla presunta superiorità della razza bianca e del sesso maschile sulle altre, così lo specismo discrimina le altre specie animali sulla base di una presunta superiorità della specie umana. Dunque, questa corrente di pensiero radicale intende stringere legami con corpi fragili e con le altre classi sociali che vengono sfruttate all’interno della società.

Perché interessarsi dei diritti animali

Dopo questa suddivisione prettamente esemplificativa e per niente esaustiva, possiamo ora spiegare il motivo per cui sarebbe opportuno, e auspicabile, cominciare a interessarsi dei diritti animali. Come si è potuto vedere questa filosofia non riguarda solo l’adozione di un certo stile di vita, ma è anche un progetto politico che mira a un mondo più equo, inteso dal punto di vista della sofferenza dei non umani.

È necessario pertanto dare voce a chi crede che le battaglie animaliste si possano vincere. Dunque, in modo ancora più assiduo, proveremo anche su queste pagine ad affrontare il fenomeno dello specismo in termini sia individuali che sociali, ovvero tanto nel caso in cui la narrazione dei vari attori politici intenda convincere uno ad uno le persone a cambiare le loro abitudini culturali, tanto quando le loro istanze incidano sulla struttura economica, sociale e politica. Parlare di animalismo proietta di fatto un po’ di luce su come viviamo e più precisamente su ciò che la nostra relazione con i non umani dice della società di cui facciamo parte.

Gabriele Caruso

5 x mille Survival
Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, nutre un forte interesse verso l'antropologia culturale e la sociologia. I suoi principali temi di indagine sono l'antispecismo e le questioni inerenti all'Irlanda del Nord.

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