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Limonov, addio allo scrittore celebrato da Carrère

Fonte immagine: ilsole24ore.com

Il 17 marzo è morto Eduard Limonov. Scrittore, poeta, politico.
Probabilmente molti di noi lo conoscono grazie alla biografia che gli ha dedicato Carrère, Limonov appunto, un romanzo bellissimo che ci narra la vita (anzi, le vite) di Savenko.
Scrittore di talento per alcuni, per altri invece solo un pazzo sopravvalutato.
Qual è la verità?

La vita di Limonov e l’incontro con Carrère

(Fonte: adelphi.it)

Ėduard Veniaminovič Savenko nasce nel 1943 a Dzeržinsk nella famiglia di un militare. La sua adolescenza è turbolenta, frequenta bande di strada, rimane coinvolto in piccoli reati che non gli costano il carcere grazie all’influenza del padre. Emmanuel Carrère scriverà di lui in un suggestivo romanzo – Limonov – e le sue parole nel descrivere questa parte della sua infanzia sono estremamente eloquenti: «Ovunque vada, è il più giovane, il più piccolo, l’unico con gli occhiali, ma ha sempre in tasca un coltello a serramanico dotato di una lama che misura un po’ più del palmo della mano, la distanza tra il petto e il cuore, e questo significa che quel coltello può uccidere» . Sono questi gli anni in cui si sviluppa l’ambivalenza di Limonov, costantemente alla ricerca della crudeltà, della brutalità dei fatti quotidiani: egli è aspro come i limoni da cui viene il suo pseudonimo, è un esteta, è un antieroe (forse l’antieroe per eccellenza). Ha sempre scelto di stare dalla parte sbagliata, e non è mai stato un perdente.

Quando Carrère decide di scrivere la sua biografia lo fa consapevole di tutto questo. Rende romanzo la vita di un uomo che ne ha vissute mille, di vite: «è stato teppista in Ucraina, idolo dell’underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani; e adesso, nell’immenso bordello del dopo comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di giovani desperados. Lui si vede come un eroe, ma lo si può considerare anche una carogna: io sospendo il giudizio» .

La vita di Eduard Limonov è una vita avventurosa, lui è un personaggio pieno di contraddizioni, nero, scandaloso, irresistibile. La descrizione che esce fuori dal romanzo dello scrittore francese è quella di un uomo – un personaggio – che riesce a essere contemporaneamente commovente e ripugnante, ma mai mediocre. Limonov vive ogni passaggio della sua vita in maniera spudorata e anche un po’ incosciente, non chiude mai gli occhi, è temerario, la paura non gli appartiene e tutto ciò suscita profondo rispetto. E lo stesso Carrère non chiude gli occhi mentre attraversa questa esistenza burrascosa, spregiudicata, si immerge e la comprende. Ne risulta un romanzo bellissimo e potente.

Limonov Autore

Nasce come poeta, a Char’kov, e subito diventa famoso tra i giovani intellettuali della città. Ma questa città, che era comunque uno dei nuovi centri culturali dell’Unione Sovietica, è troppo stretta per Eduard che sente forte il richiamo di Mosca. Entra a far parte del circolo dei poeti e degli scrittori in modo bizzarro: egli è il poeta-sarto, dalle sue mani nascono versi e pantaloni di jeans. Rimane al centro della vita intellettuale moscovita fino al 1974, anno in cui viene accusato di essere un sovversivo e un pericolo per l’URSS, considerato un anti-sovietico e mandato via dal paese.

Raggiunge New York, e questa città lo consacra come scrittore. Niente affatto simile agli intellettuali esuli, Limonov frequenta gli ambienti del Socialist Workers’ Party e vive una vita in bilico, che lo ispira per il suo primo romanzo “Il poeta russo preferisce i grandi negri“. Un altro suo romanzo, fondamentale per cogliere il suo pensiero, è “Diario di un fallito”, in cui l’autore urla la sua rabbia, la sua sete di potenza e di rivolta. Seguiranno altri romanzi, fino ad arrivare al 2019, anno in cui viene ripubblicata una delle sue opere più violente, “Il boia“, già edito dalla casa editrice Ramsay nel 1986, con un titolo diverso per evitare la censura: “Oscar et le femmes“. Con questo romanzo Limonov sdogana il sadomasochismo, lo rende un argomento serio, e il vero protagonista del romanzo è il sesso vissuto in maniera totalizzante.

La politica e la nascita dei Nazbol

(Fonte: corriere.it)

Nel 1989 fa ritorno in patria, trovandosi davanti un paese che ovviamente fatica a riconoscere, nel pieno della perestojka. Tra il 1991 e il 1993 viaggia nei teatri di guerra della nuova Europa Orientale. Lo scrittore sta di nuovo cercando linfa vitale, e lo trova nel caos post Unione Sovietica: si butta a capofitto nel panorama politico. Fonda il partito nazional-bolscevico russo. Con lui a capo del movimento vi è Aleksandr Dugin, seguace di Julius Evola, ammiratore di Alain de Benoist e amico di Jean Thiriart, esponenti dell’estrema destra europea da cui comunque Limonov negli anni francesi era stato ben lontano, preferendo a loro gli ambienti a sinistra del Ps e del Pcf. Il radicalismo di Limonov non attrae e affascina solo i giovani, ma anche vari esponenti della cultura russa. Essere nazbol è più che una posizione politica: è uno stile di vita, è un urlo per affermare la propria presenza in un paese che ha aperto le porte al liberismo e ne sta subendo lo shock. I nazbol sono attivi, non disdegnano la politica di strada, escono fuori dai confini russi e arrivano in Ucraina e Lettonia. I giovani sono affascinati da Limonov, dalla sua fame di potere, dal suo senso della patria mutuata da quella parte di bolscevismo meno internazionalista.

Limonov dal 2001 al 2003 è in galera, nel carcere di Lefortovo. Poi viene trasferito in una colonia penale nei pressi di Saratov. Liberato per buona condotta, da subito si getta di nuovo nella mischia, e il partito cambia nome in Drugaja Rossija (L’Altra Russia), in cui confluirà l’ala più a sinistra del vecchio partito. Partecipa alle iniziative dell’opposizione liberale a Putin, anche promuovendo proprie azioni come Strategija-31, incontri il 31 di ogni mese nella piazza Triumfal’naja a Mosca per difendere il diritto a manifestare, previsto dall’articolo 31 della Costituzione.

Continua la sua vita. Continua la sua politica. Continua la sua scrittura. Fino a ieri, giorno in cui si spegne. Questa volta per sempre.

Valentina Cimino

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