Buffon

Quando il 19 novembre 1995 il Milan di Fabio Capello arrivò al Tardini non aveva idea di chi si sarebbe trovato di fronte. Un ragazzino. Uno sbarbatello dal fisico longilineo che all’apparenza poteva sembrare un uomo fatto e finito ma la cui età adulta veniva tradita dal giovane viso. I rossoneri, finalisti della edizione precedente della Champions League [persa contro l’Ajax, ndr] non avevano più tra le proprie fila Marco van Basten, che in agosto aveva annunciato l’addio al calcio dopo anni di travagli alla caviglia. La perdita era enorme non solo per il club di Berlusconi ma per l’intero mondo del calcio, eppure i tifosi potevano “consolarsi con Roberto Baggio e George Weah. Uno vincitore del Pallone d’Oro (1993) e l’altro che l’avrebbe vinto a giorni (24 dicembre 1995). Insomma, c’era di peggio.

Furono loro a scendere in campo come punte di diamante di una squadra straordinaria, che avrebbe poi vinto lo scudetto, e chissà cosa pensarono quando si trovarono di fronte, nel sottopassaggio, un bambino di 17 anni al suo esordio in Serie A. L’allora allenatore del Parma Nevio Scala aveva avuto dubbi per tutta la settimana con chi sostituire il titolare Bucci: Nesti o il pischello? Andare sul sicuro con il veterano oppure – citando testualmente le sue parole nel post partita – rischiare il linciaggio di società e tifosi lanciando la giovane promessa?

Nel corso degli allenamenti lo staff e i giocatori del Parma restavano sempre più impressionati da questo qua, al punto che ad un certo punto Scala convoca il suo assistente Enzo De Palma e gli dice: “Ma hai visto tu quello che ho visto anche io? Nessuno riesce a segnargli!”. E così, arriva la scelta coraggiosa: con il Milan scenderà in campo da titolare Buffon. Il resto è più o meno noto a tutti, Gianluigi – perché non era ancora Gigi – non fece passare neanche una mosca e il Milan fu costretto allo 0-0.

8216 giorni dopo, siamo ai saluti (forse).

Buffon lascia. Sicuramente lascia la Juventus e ha già detto addio alla nazionale. Non sappiamo se lascerà definitivamente il calcio oppure deciderà di fare come i tanti che ci sono già passati e scegliere di continuare altrove. Il PSG ha già bussato alla porta.

Buffon lascia il calcio italiano nel modo in cui vi è entrato, da fenomeno senza tempo e senza età. Capace di essere ancora alla guida di una squadra tra le più importanti d’Europa e uno dei migliori del mondo nel proprio ruolo. Lascia con il record di campionati vinti (9),  di portiere che ha tenuto più volte la porta imbattuta (395), di trofei vinti in maglia bianconera (19), di presenze in azzurro a livello assoluto e da capitano (176 e 80).

Lascia con razionalità la Juventus, una qualità di cui sono portatori entrambi e che entrambi hanno perso, con colpa, nella notte di Madrid di poche settimane fa. Una mancanza di razionalità di cui Buffon si è scusato (finalmente) ieri nella conferenza stampa in cui ha salutato il mondo bianconero. La razionalità obbliga la società bianconera a guardare avanti. L’ha fatto con Del Piero e adesso anche con Buffon. E per quanto la qualità di cui sopra, forse, ha una visione oggettiva delle cose, va detto che il sentimento – che non va mai dimenticato – un po’ ne esce sconfitto. Lascerà alzando il trofeo della Serie A da capitano, proprio come Del Piero aveva fatto nel 2012. Una curiosa coincidenza tra due persone che nella loro diversità hanno condiviso tutto nella Juventus, le vittorie e i momenti bui.

BuffonLa mitologia dello sport ci insegna che esistono dei personaggi che sembrano essere predestinati ad entrare nell’Olimpo sin da bambini, appena nati. La loro differenza rispetto a tutti gli altri è inspiegabile, se non per una scelta divina. Nel caso di Gigi, le sue discendenze tracciavano un cammino che andava solo battuto. La madre Maria Stella è stata una campionessa italiana di lancio del disco e getto del peso. Il padre è stato un nazionale di getto del peso. Le sorelle Guendalina e Veronica sono state pallavoliste professioniste. E suo zio Dante Angelo (fratello della madre) è stato un giocatore di basket della Pallacanestro Cantù nella massima divisione italiana. Ma il riferimento familiare più interessante, e di cui molti probabilmente non sono a conoscenza, è il cugino di secondo grado di suo nonno, Lorenzo Buffon, che ha giocato in Serie A nel ruolo di portiere e che ha vinto cinque campionati con le maglie di Milan (4) e Inter (1). Quando era bambino, raccontò una volta Lorenzo alla Gazzetta, provò a farlo entrare in rossonero quando era un osservatore ma il club ci intravide potenzialità. Insomma, il Milan è sempre orbitato nella vita di Buffon, in un certo senso.

E il Milan è anche il club che “ha privato” Buffon del trofeo che ha più a lungo cercato ossessivamente: la Champions League. Non penso sia necessario dover indicare il dove e il quando per eventi di questo tipo. Naturalmente, sono seguite altre finali che hanno lasciato l’amaro in bocca ma nessuna, probabilmente, come quella del 2003. In una Finale in cui Buffon tra l’altro si è reso protagonista con la parata probabilmente più bella della sua carriera su Inzaghi e due rigori parati nella lotteria che è terminata con il famoso destro di Shevchenko.

BuffonParlare di Gigi e della sua grandezza da giocatore è così facile che diventa quasi noioso. Le parate meravigliose le ricordiamo tutti, soprattutto quelle ai mondiali ed in particolare modo quella su Zidane in finale. Però è necessario. È necessario quando arriva il momento, perché la grandezza per quanto noiosa è pur sempre rara. E ancor più raro è essere tra i migliori al mondo per quasi vent’anni di carriera. Gigi è stato il metodo di paragone che ha accomunato tutti i migliori portieri di queste due decadi. Prima c’è stato Kahn, poi Toldo, Dida, Casillas, Julio Cesar, Cech, fino ad arriva ai nuovi fenomeni come De Gea, Neuer e Courtois. Lui però è sempre rimasto lì, parata dopo parata, anno dopo anno.

Ed ecco, allora, che quando si menziona Buffon entra in gioco anche la sfera personale/privata, perché provare a criticarlo per quel che accade sul terreno di gioco è impossibile, i suoi errori si contano sulle dita di una mano. E quindi si cita il suo passato da ragazzino probabilmente simpatizzante dell’estrema destra o delle sue esternazioni poco felici, o ancora un diploma falsificato o la sua passione (che si avvicina alla ludopatia) per il gioco d’azzardo. Premesso che criticare una persona (entro alcuni limiti circoscritti dal codice penale) vorrebbe dire mettersi su di un piedistallo e sentirsi superiore, e dunque me ne tengo alla lontana, sarebbe forse il caso di soffermarsi su quel che ruota attorno a quell’orbita di cui ci piace tanto discutere e magari poi porre anche una riflessione: premettendo anche che chi dice qualcosa si assume la responsabilità (e la conseguenze) di quanto espresso, è giusto giudicare una persona per delle uscite fuori luogo? Qualcuno potrebbe dire che dipende anche dall’entità di quanto espresso, ma, in generale, nel corso di una vita intera chiunque ha detto/pensato cose sbagliate. Questo, però, non dà né il diritto di giudicare né di incasellare una determinata persona per qualche uscita infelice. Perché in tal caso si dovrebbe avere almeno la decenza di quantificare e soppesare anche le cose giuste, e poi – sempre sbagliando – giudicare.

Buffon però di questo non si è mai interessato troppo. Ed ecco perché per lui si rendono più che mai appropriate le parole che David West (giocatore di basket) ha impresso sulla propria pelle: my life, my way. Mia la vita, mio il modo di viverla.

Michele Di Mauro