Home Cultura Cinema e Serie TV Elite: la serie Netflix che insegna all’Italia come fare televisione

Elite: la serie Netflix che insegna all’Italia come fare televisione

C’è una massima che dovrebbe accompagnare ogni produzione di successo: ovvero che se si vuole comunicare qualcosa, specialmente di significativo, non bisogna per forza di cose utilizzare un linguaggio astruso, elitario, artistico/intuitivo, ma bisogna farlo usando codici fruibili a tutti.

Elite l’ha capito bene e fa proprio questo: attraverso una narrazione semplice e condita da cliché di genere inoltra al pubblico (scommettiamo giovane) messaggi anche di un certo spessore su temi delicati, propri di quell’età e non: razzismo, classismo, arrivismo, tutto ciò che finisce con -ismo, insomma. Questo sul lato contenutistico.

Sul lato stilistico dell’opera ci troviamo di fronte a un ibrido, a metà strada tra un Tredici e un Gossip Girl, una spolverata di thriller elementare e titoli di testa copiati spudoratamente da Stranger Things. Permettete subito una riflessione: avercene di serie europee così, al netto dei suoi difetti. Gli spagnoli sembrano aver trovato il bandolo della matassa, creando una serialità di genere d’ispirazione americana ed esportabile all’estero, come già visto con La Casa di Carta. Insomma, sono lontani i tempi di Paso Adelante, oggi la serialità iberica è di respiro internazionale e fa scuola in Europa, ed è proprio da loro che le produzioni italiane dovrebbero prendere spunto ed emulare. Sì, emulare (cosa che gli spagnoli sanno fare benissimo), anche se questo significa sacrificare l’autorialità e l’originalità delle opere nostrane.

Detto ciò, cosa rende Elite un prodotto meritevole?

La sua struttura. La sua impostazione da soap ma dall’intaglio da fiction moderna che permette di incentrare la narrazione su una moltitudine di personaggi protagonisti e le cui vicissitudini si intrecciano continuamente riuscendo a suscitare un’immediata fidelizzazione nello spettatore. La pluralità di personaggi e situazioni intriganti è una formula già collaudata con successo da Tredici, serie a cui Elite deve molto dato che, a partire dai personaggi, l’oleografia è evidente. C’è l’Hannah Baker solo che si chiama Marina. C’è il Clay che si chiama Saul, c’è Ander il Justin della situazione.

Ma si può soprassedere a questo copia-incolla se nel fondo troviamo temi importanti, come dicevamo in apertura. Ad esempio la spallata forte, estremamente critica, che Elite da alla nostra occidentalità. La serie senza paura, infatti, sovverte i presupposti etnocentrici da cui guardiamo il mondo, con cui giudichiamo l’altro diverso da noi, chi ai nostri occhi ci appare alieno. “Gli alieni siamo noi!” urla tra le pagine della sceneggiatura questa serie mettendo a nudo i nostri limiti, le perversioni della nostra cultura arrivista, ipersessuale, materiale, io-centrica, modaiola, dove a smarrirsi sono i sentimenti, la spiritualità, i legami veri, sia tra noi che con qualcosa di più grande.

Siamo soli? Molto spesso sì, e Elite non ha paura di dirlo.

Quindi ci sentiamo di dire che la serie scritta da Dario Madrona e Carlos Montero è intelligente o comunque pensata da persona intelligenti, per quanto rimanga cautamente “sempliciotta” proprio per indurre questo tipo di riflessioni ai più.
Venendo ai limiti, abbiamo una colonna sonora imbarazzante a tratti – per quanto essa cerchi continuamente una sua identità distintiva, un protagonista anonimo e triste come le pareti ospedaliere che vi farà rimpiangere il Clay di Tredici oltre, come già detto, a pagar dazio di fronte a serie simili e più rinomate.

Sul lato tecnico la serie si distingue per una fotografia solarizzata estremamente esposta che vorrebbe rendere l’idea della vita (sulla superficie) magnifica che vivono molti dei protagonisti ma che diventa lugubre e desaturata durante interrogatori che fanno da flashforward alla narrazione principale.

In conclusione, Elite è una serie da leggere fra le righe, che utilizza le problematiche adolescenziali per discutere i vizi dell’umanità tutta. Vizi figli della società asfissiante in cui siamo immersi fatta di aspettative, scadenze, del frantumarsi di quel sogno americano (e occidentale) pagato dalle nuove generazioni. Il non raggiungimento di queste aspettative espone al non rispetto, all’esclusione, al giudizio sentenzioso degli altri, alla solitudine più angosciante. E dire tutto ciò con un linguaggio semplice, comprensibile ai più, anche a chi scrive questo articolo, è sicuramente un pregio.

Adelante Elite. L’ importante è che non sia Paso.

Enrico Ciccarelli

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