Dazi: altro che pizza all’ananas, a farci paura è il parmesan sui maccheroni
Fonte immagine: Adnkronos

La decisione dell’Organizzazione mondiale del commercio di dare seguito alla richiesta di risarcimento di Donald Trump ha praticamente aperto le porte alla possibilità, da parte degli USA, di imporre dazi su gran parte dei prodotti che l’Unione Europea esporta negli Stati Uniti. Anche l’Italia pagherà questa decisione, per circa un miliardo di euro.

Non solo risvolti economici ma anche d’immagine per quel Made in Italy che negli Stati Uniti ha registrato un record storico. I prodotti italiani piacciono agli americani, questo non è un mistero e appare tristemente paradossale assestare un colpo così ignobile al nostro export proprio mentre va così bene.

In molti hanno parlato della vicenda Airbus, secondo cui Donald Trump avrebbe covato vendetta e abbia agito proprio al culmine della querelle. Il grande consorzio europeo composto da Regno Unito, Spagna, Francia e Germania avrebbe ricevuto finanziamenti pubblici per vincere la sua battaglia con l’americana Boeing. Una rivalità che va avanti da almeno 15 anni e che non accenna a terminare. Infatti nel 2020 arriverà la pronuncia della WTO sui “contro-dazi” dell’Europa.

Le motivazioni che hanno spinto “The Donald” a compiere una scelleratezza del genere nei confronti di tutto il Vecchio Continente e soprattutto nei confronti di uno dei suoi alleati più importanti (l’Italia) sono tante e spaziano dalla politica all’economia. Inoltre, non tutti i prodotti sono stati tassati: il prosecco e l’olio d’oliva si salvano, stessa sorte non è toccata al prosciutto e al parmigiano. Quest’ultimo, per cui gli Stati Uniti rappresentano la seconda destinazione dopo la Francia, pagherà sicuramente più di tutti poiché verrà rimpiazzato dal suo acerrimo rivale d’oltreoceano spacciato per italiano: il temutissimo parmesan.

La pressione del parmesan sui dazi

Il termine parmesan è usato negli Stati Uniti e in altre parti del mondo per definire una tipologia di formaggio da grattugia. Altre volte, invece, viene usato questo nome per designare, addirittura, il Parmigiano Reggiano.

Non c’è da meravigliarsi, a questo punto, che l’azienda italiana abbia duramente contestato l’uso improprio del termine parmesan, il quale è un prodotto americano che non gode di nessuna tutela in base alle normative dell’Unione Europea e che soprattutto non ha la storia del Parmigiano Reggiano, fatta di successi e riconoscimenti. Anche il sito ufficiale del pluripremiato formaggio italiano sancisce inequivocabilmente che tra i due prodotti c’è un abisso insormontabile.

Purtroppo, nonostante il monito dell’azienda emiliana, la produzione del falso ha superato quella del vero: è il prodotto italiano più imitato al mondo, dagli Stati Uniti al Sudafrica, passando per l’Australia e il Sudamerica. Imitazioni foraggiate dagli stessi Stati, che sfruttando il successo del marchio italiano incoraggiano gli imprenditori a produrne imitazioni. Inoltre, a contribuire a questo massacro commerciale ci sono anche i consumatori. Secondo un’indagine condotta dallo stesso consorzio emiliano, il 67% dei consumatori americani non sa distinguere un parmesan da un Parmigiano Reggiano DOP: per loro provengono entrambi dal nostro Paese.

Il rischio per i prodotti nostrani esportati negli USA è dunque quello di essere rimpiazzati da imitazioni americane spacciate per italiane. I dazi metterebbero la parola fine al successo del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano, i quali verrebbero sostituiti dal parmesan. Da questo passaggio si può facilmente intuire come le aziende produttrici di latte americane abbiano esercitato pressioni affinché Donald Trump imponesse delle tariffe doganali molto alte sui prodotti agroalimentari italiani. A questa richiesta è seguita un’altra ancora più inquietante: aprire il mercato europeo alle imitazioni.

Entrambe le richieste sono figlie della crisi del mercato agroalimentare interno americano che soffre la concorrenza dei prodotti di qualità italiani ed europei. Infatti la National milk producers federation ha fortemente attaccato il mercato europeo, il quale sarebbe chiuso ad ogni possibilità di esportazione degli alimenti statunitensi a causa della protezione di cui i prodotti continentali godono. Al contrario, gli USA patiscono un deficit di 1,6 miliardi di dollari nei confronti dell’UE.

Questa pratica sarebbe considerata scorretta e avrebbe spinto i produttori locali a chiedere qualche forma di tutela dalla concorrenza italiana e europea. Le indicazioni geografiche tipiche, quindi, rappresentano un ostacolo all’affermazione delle imitazioni.

Al grido di “aprite le porte al parmesan” il Ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova ha risposto con durezza, chiedendo alla Commissione Europea di impedire qualsiasi infiltrazione di imitazioni all’interno del mercato unico europeo. L’Italia sta già pagando i danni della disinformazione che porta molti consumatori a scambiare un parmesan per un prodotto di qualità.

I dazi e i “falsi d’autore”

Non c’è bisogno di aggiungere che i principali beneficiari dei dazi di Donald Trump sarebbero i falsi d’autore. Non c’è solo il parmesan a guidare la lista dei marchi italiani imitati negli Stati Uniti: dal Barollo ai Spagheroni, dai Pepperoni al Tuscany Salama, senza dimenticare la Zottarella. Tutti nomi che ad un italiano provocherebbero delle grasse risate ma che, invece, non faranno di certo sorridere il settore agroalimentare nostrano. In regime di dazi queste realtà si moltiplicherebbero a dismisura.

Ad oggi il solo parmesan nel mondo fattura 2 miliardi di euro, con 200mila tonnellate di prodotto; un volume di affari che vale 15 volte quello dell’autentico Parmigiano. E se fuori dall’Europa, che punisce quei rari casi di vendita di prodotti non autenticati, le aziende americane fatturano già diversi miliardi, cosa succederebbe se questi riuscissero a penetrare nel mercato unico più grande al mondo?

Sul Made in Italy scatterà una tariffa del 25%. Attualmente i formaggi esportati equivalgono a 10 milioni di chilogrammi l’anno. Il consorzio stima una perdita di 360 milioni di euro per il Parmigiano e di 270 milioni per il Grana Padano. Con i dazi, i prodotti nostrani subirebbero un rialzo dei prezzi al consumatore da 40 a 45 dollari al chilo.

Le tariffe firmate Donald Trump arrivano proprio a conclusione di un semestre molto proficuo per l’Italia che ha visto i formaggi, compresa la “new entry” Pecorino romano registrare una crescita del 29%.

Sicuramente l’aumento dell’export italiano ha allarmato il mercato statunitense, che ha deciso di sfruttare la vicenda Airbus per esercitare una consistente pressione sulla presidenza al fine di limitare le importazioni e cercare di infiltrarsi all’interno dell’Unione Europea denunciando il meccanismo delle indicazioni geografiche protette. I “falsi d’autore”, quindi, starebbero aspettando solamente il via libera della Commissione Europea per invadere i nostri scaffali.

Un “via libera” che probabilmente non arriverà mai, soprattutto a fronte dell’accordo europeo firmato in questi giorni a Colonia tra i produttori europei che hanno deciso di dire stop ai falsi. Inoltre, a seguito di questo smacco commerciale perpetrato dal Tycoon ai prodotti continentali, chi mai si sognerebbe di aprire le porte ai prodotti americani?

“The Donald” il volubile

Oltre a indurre una riflessione molto ampia sul sovranismo la vicenda dei dazi impone anche un ragionamento sulla figura di Donald Trump, sulla sua affidabilità e soprattutto sulla sua volubilità.

Da un lato fiero sostenitore dell’alleanza “millenaria” tra l’Italia e gli Stati Uniti, dall’altro deciso a pugnalare il nostro export per i suoi interessi. Il Presidente ha agito contro i suoi stessi alleati per spalleggiare una becera propaganda populista.

Il suo atteggiamento volubile e pericoloso ha portato gli Stati Uniti a scontrarsi con tutto il mondo. Una schizofrenica politica estera che ha condotto ad una guerra commerciale con la Cina, a imporre dazi ai suoi alleati e ad assecondare la furia omicida di un dittatore che ha deciso di sterminare un popolo innocente.

Le conseguenze delle scellerate iniziative isolazioniste di Donald Trump non tarderanno ad arrivare, e a pagarne le conseguenze non saranno solo gli americani bensì il mondo intero.

Donatello D’Andrea


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