Home Attualità Grasso: “Abolire le tasse per l’università”. Proposta seria o populismo?

Grasso: “Abolire le tasse per l’università”. Proposta seria o populismo?

Mentre in una campagna elettorale all’insegna del populismo il costo delle promesse fatte dai partiti raggiunge i 270 miliardi, nel mondo dei giovani il dibattito si focalizza su una proposta messa in campo da Pietro Grasso, leader di Liberi e Uguali: abolire le tasse legate all’università.

Secondo l’ex presidente del Senato il costo di quest’intervento sarebbe di 1,6 miliardi, da reperire tra «i 16 miliardi che il nostro paese spreca, ad esempio, per mancati introiti, sgravi fiscali e sussidi indiretti a attività dannose per l’ambiente, secondo i dati ufficiali del Ministero dell’ambiente».

Se non altro quindi la proposta del leader di LeU non manca di realismo, indicando persino dove trovare le coperture finanziarie necessarie. Cosa da non sottovalutare, mentre c’è chi invoca a gran voce l’abolizione della Fornero, omettendo il piccolo particolare dei 140 miliardi di euro necessari per questa manovra.

A Grasso bisogna infine riconoscere un grandissimo merito: quello di porre l’attenzione su una tematica colpevolmente ignorata nel dibattito pubblico, ovvero lo stato dell’università italiana.

L’Italia è, infatti, uno dei peggiori paesi europei per costo e accesso all’università. Nonostante la “No Tax area” introdotta dal governo Gentiloni per gli studenti con ISEE inferiore a 13.000, il 66% degli iscritti paga tasse tra le più alte d’Europa, tra i 1000 e i 3000 euro annui.

Inoltre, limitatissima è anche la disponibilità di borse di studio, di cui riescono ad usufruire solo 9 studenti su 100. Una combinazione di alte tasse e bassi sussidi non può che dar vita ad un mix letale: l’Italia è penultima tra i paesi OCSE per percentuale di laureati tra i 25 e i 34 anni, e tra gli ultimi per numero di iscritti.

Le criticità della proposta di Grasso sulle tasse per l’università

Entrando nello specifico, la proposta di Grasso presenta notevoli criticità e assume sempre più le sembianze di un tentativo di populismo elettorale su un tema caro all’opinione pubblica come quello delle tasse.

Innanzitutto, appare ovvio che l’abolizione delle tasse universitarie favorirebbe principalmente i ceti medio-alti, non interessati dalle riduzioni adottate recentemente per gli studenti con ISEE fino a 30.000.

Liberi e Uguali giustifica questa circostanza con la volontà di perseguire, parallelamente al provvedimento sull’università, un processo di riforma fiscale volto ad aumentare la progressività della tassazione ordinaria.

Ma giustificare una futura riforma con un’altra futura riforma lascia troppi punti interrogativi su quello che è uno degli aspetti meno chiari di questo provvedimento.
Inoltre, quest’intervento favorirebbe per forza di cose un aumento degli iscritti, che metterebbe gli atenei (tra cui molti già ora in situazione di sovraffollamento) nelle condizioni di dover adattare le proprie strutture ad un numero sempre più alto di studenti.

Ma con quali fondi? I costi della riforma andrebbero quindi a lievitare ben oltre quelli previsti da Grasso.

Infine, la proposta si limita ad affrontare il problema delle tasse, senza andare a toccare tutti gli altri costi che gravano sugli studenti, che spesso risultano essere ben più onerosi rispetto alle tasse: materiale didattico, vitto e alloggio per i fuorisede o trasporti per i pendolari.

I modelli di Grasso per eliminare le tasse per l’università

Liberi e Uguali nell’elaborare la sua proposta prende a modello sistemi universitari quasi completamente gratuiti e con alte sovvenzioni per gli studenti come quelli di Germania, Danimarca, Norvegia, Svezia e Scozia. Ma nel farlo dimentica le differenti disponibilità economiche tra paesi con un bilancio relativamente a posto e un paese falcidiato dal debito pubblico come l’Italia.

Debito pubblico che obbliga quindi la classe politica a fare scelte ponderate, che sappiano essere incisive pur non caricando eccessivamente le casse dello Stato.

Un punto di partenza per il miglioramento delle condizioni dell’università italiana, però, può arrivare da un dato: nel 2014, i fondi universitari stanziati dall’Italia rappresentavano il 7,1% della spesa pubblica, la percentuale più bassa tra i paesi OCSE.

Aumentare la fetta di spesa destinata all’università, e indirizzarla verso delle borse di studio da fornire agli studenti più meritevoli, può essere una proposta seria e concreta su cui iniziare a lavorare.

Peccato che questa proposta, probabilmente, non fa breccia sui cittadini come il taglio delle tasse, specialmente in campagna elettorale.

Simone Martuscelli

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