Prostituzione minorile

La prostituzione sotto costrizione è schiavismo: un crimine disumano che depaupera l’anima e il corpo. Il circolo vizioso della prostituzione in Italia (quasi sempre minorile) involge maggiormente ragazze africane ed asiatiche, tradite ed ingannate sul futuro mestiere che le aspetta.

Casa Rut è una comunità, “una famiglia” come preferiscono definirsi, sita in Caserta e nata il 2 ottobre 1995 dal progetto di tre suore settentrionali. Ventidue anni fa codeste suore scesero al Sud e, immerse in una realtà completamente differente, cominciarono ad analizzarla, a capirne i meccanismi che alimentavano problemi spesso ritenuti normali e scontati nell’opinione comune. «La prostituzione è il mestiere più antico del mondo» si diceva tra la popolazione, e pochi approfondivano la brutale realtà di questa tratta degli esseri umani, pochi realizzavano che non si tratta di un mestiere, bensì di sfruttamento.

Ascoltando il territorio e filtrando la realtà casertana le suore si spinsero dove nessun altro avrebbe osato spingersi: «Vedere tante ragazzine sulla strada, circondate di immondizia, per noi era un pugno nello stomaco, in quanto donne, prima che suore» affermano.

Bisognava fare qualcosa per queste ragazze: ma cosa e soprattutto come? In occasione dell’8 marzo (giorno della commemorazione, altro che festa) le suore armate di primule (una pianta colorata e che richiede costanti cure) iniziarono la loro lotta regalandole alle “signorine della strada” con un biglietto recitante «Cara amica, questo è per te».

Paura da parte delle suore e stupore da parte delle prostitute. La paura che nasceva dalla consapevolezza del giro mafioso che gestisce questo traffico di esseri umani, un giro mafioso che non ammette intrusioni ma solo omertà. Le suore puntualmente il mercoledì si recavano dalle ragazze per portargli la Bibbia, il thè, un sorriso, una parola di conforto nella diffidenza generale dei passanti. Dalla paura, al timore, alla commozione, alla gioia, al pianto: le prostitute abbandonarono le perplessità ed iniziarono a fidarsi tanto da dire alle suore «Tornate!» oppure «Qui si muore!».

Dal loro «Help!» le Suore capirono che non bastavano visite sporadiche, e che necessitavano di aiuto costante: dai racconti emerse la violenza con cui le prostitute venivano trattate, picchiate dai loro sfruttatori e derubate dai loro stessi clienti.

Essere costrette a prostituirsi significa vivere in uno stato di violenza fisica e morale, significa spoliazione della propria identità (alle prostitute viene assegnato un altro nome, fittizio), significa essere altro, diventare altro, diventare una macchina per fare soldi, una merce senza sentimenti.

Molte non reggono queste regole, questa vita (se così si può definire) e tentano il suicidio, desiderano la morte, mettendo in atto veri e propri meccanismi di auto-eliminazione. Si sentono brutte, sporche, ma soprattutto in colpa, succubi di un indottrinamento surreale.

Come ha inizio il tutto? Come si trovano al servizio degli sfruttatori e speculatori?

L’Africa sappiamo bene essere un continente problematico, ove è un miraggio trovare lavoro o fare carriera senza intersecarsi nei fili della rete mafiosa che stringe zone come la Nigeria, la Costa D’Avorio, il Congo, e l’alternativa è scendere a compromessi con la miseria e la povertà. Gli “addetti ai lavori” reclutano, in Africa o in Asia, giovani ragazze consigliando (dopo aver ottenuto la loro fiducia) un posto di lavoro in Italia e un viaggio per giungervi. Spesso coloro che consigliano questi trasferimenti sono pastori delle Chiese Evangeliche Africane, persone reputate affidabili.

Le ragazze, o meglio le bambine, giunte in Italia compiono un rito vudù che le vincola ad obbedire; tirarsi indietro significa essere minacciate della morte dei propri parenti in Africa. Appena giunte in Italia scoprono di avere un debito che va dai 35.000 ai 70.000 euro da ripagare e che non estingueranno mai, lavoreranno a vita e dovranno costringere altre amiche a venire in Italia dall’Africa che a loro volta si vedranno affibbiato un altro debito.

Le tre Suore settentrionali capirono che una delle più grandi emergenze nel territorio casertano è la prostituzione e con tanti sacrifici aprirono (tra le critiche dei condomini) un appartamento adibito ad ospitare le ragazze che riuscivano a scappare dalla prostituzione e non assistite dallo StatoNacque Casa Rut: il rifugio e il punto di partenza delle ragazze che trovano il coraggio di uscire da questo sistema disumano e gli offre una casa, una vita, una famiglia, cure morali e fisiche, ma soprattutto la speranza e la fiducia in se stesse.

Casa Rut attualmente ospita 10 ragazze fuggite dalla strada, non è un centro d’accoglienza (nonostante gli scontri con le istituzioni) perché le équipe tecniche e le procedure burocratiche creerebbero un ambiente freddo e ciò di cui hanno bisogno le ragazze è solo umanità, delicatezza e calore familiare.

Le suore spiegano che organizzano giornate dinamiche alle ragazze, per evitargli la depressione: munite di documenti lavorano in una cooperativa, coltivano fiori, fanno tirocini, frequentano corsi di lingua italiana, si occupano di sartoria (piccole opere di artigianato come vestiti, borse; in fondo la sartoria artigianale è l’unico campo di non invadenza della camorra). Gestiscono uno store di fronte la Reggia di Caserta, un piccolo ma grande progetto finanziato dalla diocesi che le immette nella vita sociale. L’obiettivo è toglierle dall’invisibilità, concetto ribadito in altro ambito da Borsellino: invisibilità non significa tutelarle, ma fomentare il loro senso di colpa.

Casa Rut collabora assiduamente con la Procura di Santa Maria, con gli ospedali, con le Commissioni territoriali e per questo nessuna minaccia è sopraggiunta dagli sfruttatori della prostituzione, ma alle Suore spetta il compito più impegnativo: convivere con esse ed essergli madri, nonne, amiche. Con l’aria di chi ne ha passate tante affermano: «Dobbiamo fargli capire che c’è un mondo che le apprezza.»

Testimonianza di Jamila:

«Ho 20 anni e sono nigeriana. Da 2 anni sono in Italia e da 8 mesi a Casa Rut. In Africa la mia famiglia riversava in condizioni economiche pessime: mio padre è morto e mia madre si trovava a gestire 5 figli da sola. Volevo fare qualcosa per la mia famiglia, sono una parrucchiera e volevo lavorare. Il pastore della mia comunità (molto amico di mia madre) mi consigliò di andare in Italia, inizialmente non volevo lasciare l’Africa ma poi mi convinse. Feci il rito vudù e mi mandarono dapprima in Libia, dove lavoravo per gli arabi. Rimasi incinta a 16 anni e mi trasferirono in Italia, scoprii di avere un debito di 37.000 euro da estinguere per cui mi misero a lavorare sulla strada nonostante fossi incinta.

Piangevo, piangevo e pregavo, non volevo fare questo ma al contempo pensavo che non ci fosse via d’uscita. Dopo 4 mesi di gravidanza mi fecero abortire, vidi mio figlio già formato uscire dal mio corpo e il giorno dopo con la pancia gonfia e il sangue che ancora scorreva mi costrinsero a lavorare lo stesso. Dopo alcuni mesi una mia amica mi convinse a scappare da Castel Volturno e raggiungere Casa Rut a Caserta. Sono entrata dalla porta credendo che la mia vita fosse finita. Ora ho una casa, una famiglia e un armadio con tanti vestiti, ma soprattutto nella mia vita c’è speranza. Ho una nuova strada.»

Non so come si possa porre definitivamente fine alla prostituzione, a questo commercio brutale, so soltanto che dopo l’intervista il loro sorriso trasudante speranza è più bello di una giornata di sole in inverno.

Liberiamoci dal male.

Melissa Aleida

1 commento

  1. A prescindere dai riti woodoo, in ambito di prostituzione tra soggetti maggiorenni, mi domando il motivo per il quale a cadere vittime della tratta di persone a sfondo sessuale debbano essere sempre le donne straniere, mentre quelle italiane ne debbano essere quasi esenti, sia in Italia, sia all’estero ed il motivo per il quale i marciapiedi del sesso a pagamento si svuotano durante le vacanze natalizie e pasquali ed ad una certa tarda ora di notte, per non dire di osservare le stesse professioniste con uno smartphone in mano ed anche un’autovettura a disposizione. La risposta a tutto questo è quella che la schiavitù del sesso a pagamento non è molto diffusa.

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